Utopie impossibili in dodici passi – Three

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CALMA

Ora conteremo fino a dodici
e rimaniamo tutti quieti.

Per una volta sulla terra
non parliamo in nessuna lingua,
per un secondo fermiamoci,
non muoviamo tanto le braccia.

Sarebbe un minuto fragrante,
senza fretta, né locomotive,
saremmo tutti uniti
in un’inquietudine istantanea.

I pescatori del freddo mare
non farebbero male alle balene
e il lavoratore del sale
guarderebbe le sue mani rotte.

Quelli che preparan guerre verdi,
guerre di gas, guerre di fuoco,
vittorie senza superstiti,
si metterebbero un vestito puro
camminerebbero coi loro fratelli
nell’ombra, senza far nulla.

Non si confonda ciò che voglio
con l’inazione definitiva:
la vita è solo ciò che si fa,
non voglio saperne della morte.

Se non potemmo essere unanimi
muovendo tanto le nostre vite,
forse non far nulla una volta,
forse un gran silenzio
potrà interrompere questa tristezza,
questo non intenderci mai,
e minacciarci con la morte,
forse la terra c’insegnerà
quando tutto sembra morto
e poi tutto era vivo.

Ora conterò fino a dodici,
tu tacerai e io me ne andrò.

(Pablo Neruda, ‘Silenzio’)

La calma (o pazienza che dir si voglia) è la virtù dei forti. Ci vuole calma e sangue freddo, canta Luca Dirisio nei primi anni del nuovo millennio. Keep calm and…migliaia di versioni, per la frase più in voga di questi tempi. L’assenza di calma è corollario dell’ansia e di tutto lo spettro di patologie ansiose, pandemia psicologica del nostro secolo. In generale, compare spesso l’invito di mantenere la calma, frenare i bollenti spiriti, contare fino a 10, 100, 1000 prima di parlare, come se raggiungere stati di pace interiore, di quiete, sia una cosa estremamente difficile a farsi.

Fare le cose con calma…in un mondo che ti chiede l’impossibile, cioé produrre a ritmi industriali, consumare a ritmi industriali, vivere a ritmi industriali – crepare a ritmi industriali? poco ci manca, viste le prenotazioni inevase per le cremazioni, i cimiteri pieni, il marketing 24/7 delle pompe funebri: sì, anche la morte ha trovato la sua ragione industriale, non si può più nemmeno morire dignitosamente, e con funerea calma. Appannaggio per pochi, per chi se lo può permettere (e fioriscono i corsi di tantra/yoga/mindfullness/parto dolce/calmologia applicata/meditazione, ecc.), in un mondo nevroticamente di corsa sperare nell’atarassia dei sensi è come credere si possa andare ai 30 orari su una pista di formula uno. Certo, lo si può fare, peccato che poi tutte le auto ti correranno addosso, ed allora altro che constatazione amichevole.

Nel mondo animale, la calma è associata alla lentezza della tartaruga, o del bradipo. Già parlando di tartarughe, entrano in gioco i paradossi: quello di Zenone è il più famoso, dove si parla di Achille e della testuggine: l’idea che il primo, veloce, datole un piccolo vantaggio possa raggiungere la seconda, lenta, appare assolutamente impossibile, dato che ci sarà sempre un margine, seppur infinitesimale, di scarto tra l’uno e l’altra. Roba da far venire i nervi ai Santi. Riguardo ai bradipi, beh…:

La calma viene fatta coincidere con la pace dei sensi, o col sonno. Pur tuttavia, è proprio durante il sonno che il cervello è maggiormente attivo, specie durante la fase R.E.M., con picchi di onde gamma, le oscillazioni elettriche dell’attività cerebrale a maggior frequenza. Durante il sonno, peraltro, avvengono numerose funzioni cerebrali di consolidamento della memoria e pulizia dei rifiuti, in pratica una situazione più attiva che passiva. La pace dei sensi, viceversa, si può raggiungere in molti modi, ad esempio con la meditazione, ma non può esser protratta più di tanto: finché siamo animali vivi, e non in stato comatoso, abbiamo la necessità di muoverci, esplorare l’ambiente, trovare le risorse, attuare il problem solving, eccetera eccetera. L’otium degli antichi Romani non era neppure l’ozio cui si potrebbe pensare adesso, bensì l’attività disgiunta dal negotium (ovvero gli impegni politici, gli affari pubblici), fino ad essere identificata con gli studi e l’attività letteraria. Certo, sono tutte cose affrontabili con calma, ma se vi sono scadenze varie, oppure incombenze inderogabili, allora la calma citata pare assumere più la fisiognomia di una chimera.

Etimologicamente parlando, la parola calma deriva dal greco antico καῦμα, che significa: «calore ardente del sole». Non mi si venga a dire che nel sole, fucina termonucleare a milioni di gradi centigradi, vi sia tutta ‘sta gran calma, eh. Che poi, nei momenti di calura, ci si possa dedicare alla penichella pomeridiana, quello è tutt’altro discorso. I continui inviti alla calma, d’altronde, sono esempio concreto che essa è la meta sempre più distante cui molti puntano, spesso invano.

In sostanza, anche la calma è una delle utopie impossibili da raggiungere.

C.V.D.