L’entropia delle parole [in sedici tappe][2]

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3., ma potrebbe essere anche 2.

Adesso devi ascoltarmi attentamente, o sarà impossibile andare avanti. Ti dicevo di quel cielo notturno di tanti anni fa, quando mi trovavo nell’aperta campagna del Nord Dakota, ma potrebbe anche essere il Nord Italia, un punto a caso nel mappamondo, e la Pianura Padana che mi avvolge, con quell’odore della notte, dello stallatico, delle macchine che ancora si muovono in vetusti motori a combustione, e così via. Se preferisci, faccio finta di essere nel Nord Dakota, tuttavia ad essere sincero è un posto che non conosco, dunque perché inventare, quando puoi attingere dalla tua umana esperienza del mondo, della vita, di ciò che ti circonda ed in passato hai assorbito? Tutto si trasforma, è chiaro: ma non si crea un bel nulla, dal niente. 

Quella sera ho fatto anche un sogno abbastanza strano ed agrodolce; mi trovavo con la macchina ferma sul ciglio della strada, per potermi riposare, le quattro frecce a battere il tempo come un metronomo, anche se dubitavo qualcuno sarebbe potuto passare per quelle viuzze disperse in una realtà rurale ancora sopravvissuta al mondo ostile tutto intorno. A far da guardia, la sparuta compagine di stelle, probabilmente qualche pianeta ma non saprei dire quale, sicuramente una folla di zanzare fameliche, ma pur essendo il finestrino aperto, non c’erano luci accese, tutt’intorno a me, dunque non ero avvistabile come preda. E poi l’aria era fresca, piacevole a sentirla sulla pelle. Mi sembrava tutto bello ed ogni cosa perfetta.

Finché, nei miei pensieri, non è arrivata Lei. Uso la maiuscola perché è una persona importante nella mia vita, pur non essendo madre o moglie, si tratta solamente di mia sorella, ma mi sento abbastanza protettivo, su di lei, ed al contempo, protetto. L’amore tra fratelli o la loro rivalità: Caino e Abele versus le sorelle Brönte, e nel caso della mia famiglia, con mia sorella mi sentivo bene. Questo era importante, e basta. Ma non voglio divagarmi oltre sulla cronostoria degli amori famigliari di una piccola realtà piccolo borghese di una piccola città di provincia. Insomma, diamine, bisognerà pur parlare d’altro, ed allora lasciami tornare a quella sera, quella notte piena di stelle, mancavano solo le lucciole, ma quelle delle grandi metropoli erano state sostituite dalle prositute, anche se quelle mica avevano una lampadina attaccata al culo, eh.

Il caos che mi alberga dentro rende tutto più difficile, e rischio di scadere nello scurrile o nell’assurdo, che poi sono le stesse cose. Fammi dunque prendere fiato, bere un sorso d’acqua, di quella pura e filtrata, altissima e purissima, no, non posso fare pubblicità, non è lecito, non è corretto, se l’hai notato, nei romanzi classici non ci sono brand, bisogna aspettare autori come Brit Easton Ellis per poter leggere una panoplia di marche che nemmeno i cataloghi pubblicitari o Amazon hanno. Ah! Ecco un marchio. Siamo tutti marchiati, omologati, assurdamente uguali che vogliono essere diversi, o tremendamente originali che si scoprono essere come tutti gli altri. Il vero conformismo è l’anticonformismo, oramai. Forse è più anticonformista l’uomo che segue la massa, belando allo stesso suono del gregge. Le voci fuori dal coro sono oramai una chiazza di petrolio grande come la Groenlandia nell’Oceano Pacifico, e qualcosa del genere – plastica! La cara plastica! La plastica cara! – effettivamente, in quella distesa blu mare, c’è. 

Parliamo di Lei, ovvero mia sorella. Diamole nome, il cognome non è necessario poiché il mio lo conosci, anzi: anche se non lo conoscessi, lo potresti leggere sul mio badge, appuntato sul bavero della giacca che indosso. Quindi, mia sorella, che tu non conosci, si chiama Giovanna, ma potremmo anche chiamarla Britney o Katrina, non cambierebbe granché. Una rosa è una rosa è una rosa è una rosa, indipendentemente dal numero dei suoi petali e delle sue spine. Anche Giovanna-Britney-Katrina rimane sempre mia sorella. 

Come ti stavo dicendo, Katrina era una bella persona, in tutti i sensi. Non sai quanti filarini aveva avuto in gioventù, anche se, a dirla tutta, era abbastanza selettiva, sul chi scegliere. E faceva bene, perché le scelte migliori sono quelle maggiormente ponderate. A dire il vero, a tutt’oggi è single o, per dirla in maniera più volgare, una zitella. Una bella zitella, ma pur sempre scompagnata. Meglio che ragazza madre, brontolavano tra i denti i nostri genitori, persone a modo, eh, ma comunque tarati sulla loro epoca, nella quale sono vissuti, e che mai si ripresenterà. Il progresso non si ferma mai, procede come un treno veloce in corsa, e fidati, la storia non la puoi rallentare o modificarne il tracciato: tirerà sempre dritto per la sua strada. È inevitabile, è il destino del mondo, è l’entropia delle parole.

Lei si è rassegnata alla sua vita claustrale, in un certo senso, e le andava bene così: un lavoro ben retribuito, un giro fidato di amiche per l’aperitivo del venerdì sera, un gruppo di preghiera della domenica, perché anche se non crede del tutto in un qualche Dio del Cielo, sempre meglio compiere dei rituali taumaturgici o salvifici, non si sa mai.

È cresciuta nella fede per non morire nel peccato, grosso modo potrebbe essere questo il discorso: il problema è però quando ci si sacrifica troppo, e ti infliggi pene che non meriti, restrizioni che non occorrono, espii pene per colpe che non hai commesso. E allora ecco la tua vera discesa all’inferno, da innocente. È questo il brutto della vita, quando ti fa lo sgambetto, mentre stai salendo le scale, e reggi con le mani una pila di piatti sporchi, come i camerieri. 

Prendiamo fiato, facciamo una pausa, eh? Poi riprendiamo più tardi.            Ci si può prendere un caffè, o una bevanda calda, fermarci a riordinare i pensieri sparsi a terra come fogli gettati a caso dal vento o da spifferi dispettosi…Ecco, questo è tuo, mi sembra. Ah, no, è mio. C’è una sigla, due lettere, sì. TW, Theodor Weimer. No, non lo conosci. Appunto per questo, è roba mia. Ti parlerò anche di Theodor Weimer, ma non adesso, amico mio. Non adesso, altrimenti si amplifica la deriva del sistema, e come facciamo ad andare avanti, in questa notte buia, guidando piano nella notte, a passo d’uomo, i fari spenti perché le lampadine sono esauste, il motore che tossisce o forse sono io che arranco, o forse è la strada disconnessa, o la notte inclemente, o il buio che temo non si diraderà mai, ma quelle sono probabilmente solo le ombre dei miei brutti pensieri, e quando dico brutti intendo davvero brutti, di chi vorrebbe…beh, mi hai capito. Se vuoi possiamo parlare ancora di mia sorella, o se preferisci posso parlarti di questo Theodor Weimer, eh?

Parliamo di lui, va bene. Accendimi la sigaretta, per favore, che sto guidando ed ho le mani impegnate a reggere il volante di questo trabicolo, un miracolo se si muove ancora, un miracolo che riusciamo ancora a muoverci, noi due – non eravamo tre, prima? Certo, poi l’abbiamo lasciata a quella casa in fondo alla via, sì, è vero, è che era stata così tanto silenziosa, per tutto il viaggio, che avrei potuto giurare su Dio e sulla Costituzione Francese (perché francese? Perché la Francia non è un brutto paese, parbleu!) fossimo solo io e te, a guidare in questa notte calma e serena, il canto dei grilli a farci da colonna sonora in questo film in bianco e nero – noi due, rimasti soli, dimenticati da tutti, salvati da nessuno, ma forse ci salveremo solo noi, perché va bene così, va bene così, va bene così, come canta Vasco in una delle sue canzoni migliori (anche se è difficile trovare UNA canzone migliore, tra le mille canzoni migliori scritte dal rocker nostrano).

Theodor Weimer fu un grande poeta. Nato sul finire dell’ottocento, scrisse poche opere, ma ebbero all’epoca un gran successo di pubblico. Poi, come tutte le persone facoltose, cadde in disgrazia poco prima di morire, le sue opere vennero presto dimenticate, le sue gesta non più tramandate, la Storia si dimenticò di lui, e così ebbe fine la sua prosopopea. Eppure, eppure pochi l’hanno conservato, non chiedermi come, forse perché nei loro cuori albergava una sorta di pietas, non so, e pian piano le poesi di questo Theodor Weimer si fecero insegnamenti, moniti, vennero ampliate da suoi discepoli o epigoni, e chissà cosa aveva scritto davvero in origine, se tutte quelle parole o solo una parte o, perché no, neanche una. Chissà, a dirla tutta, se si chiamava davvero Theodor Weimer e non, che so, Thobias Wuttember o Thomas Ward. Era prussiano? Era austriaco? Era Polacco? Era mercante? Notaio? Principe? Tutti questi dettagli non ci è dato conoscerle, ma le sue poesie, o le parole comunque attribuite a lui, ancora si propagano, nei secoli e nei secoli. Tipo questo foglietto stropicciato che mi porto in tasca. Adesso direi che possiamo fare una pausa, ci fermiamo qui sul ciglio della strada, tanto è buio, e notte, e non arriva nessuno, e l’alba è ancora lungi a venire, e i grilli e le cicale e gli animali notturni possono ben scorrazzarci vicino, tanto noi staremo in macchina, alla tiepida luce di una pila, e potremo leggere queste parole spicciole di un grande uomo, o forse una piccola persona dalle parole altisonanti, sta di fatto che, davvero, i suoi concetti furono importanti, e non vennero mai dimenticati. Tipo queste sue parole: “Beati i poveri, perché essi avranno il regno dei cieli.” O “chi non ha mai peccato, scagli la prima pietra”. Theodor Weimer fu un profeta. Un visionario. L’apripista di una nuova epoca, che si spense veloce come fuoco di paglia, purtroppo. Morì in povertà, lontano dalla sua patria, dimenticato da tutti, senza neppure i soldi per pagare l’affitto di una stanza. Dopo che fu morto, nel portar via dal selciato quei suoi quattro stracci, qualcuno vide quell’ammasso appallottolato di foglietti ingialliti, li lesse per curiosità, li fece propri per amore, e, chiunque fosse, non li gettò via o li tenne solo per sé, ma decise di salvarli, copiarli, distribuirli nel mondo. Questo mondo malato nel quale anche noi, anche io e te, sguazziamo, o meglio, sbattiamo come pesci rossi in un acquario e…e…

No, non ho mai sentito parlare di Gesù, è un nome strano che male si accompagnerebbe alle parole di Theodor Weimer. Oddio, potrebbe anche esser stato lui, a trovare quei foglietti ingialliti – chi poteva essere, costui? Un netturbino, o un impiegato che sbarcava il lunario in lavoretti di poco conto, chissà – e quindi aver inizialmente attribuito a sé il peso di tali parole, probabilmente per bisogno di fama, o per necessità di tirar su quattro spicci, spacciando per sue idee che non lo erano. Prima che iniziasse il processo, l’imbarbarimento. Prima. Mettitelo bene in testa, fu prima. Anni prima, secoli prima, che importanza ha? Mettiamo anche millenni, toh.

E poi?

Non ci pensare, lasciamo perdere mia sorella e TW e tutto il resto. Adesso è solo paccottiglia, cenere raccolta in un’urna, silenzio sotto un cielo notturno senza luna né stelle. Buia come l’oscurità più profonda, nero come la tinta degli incubi più estremi che accompagnano sonni agitati di persone malate. Ma siamo tutti malati, te ne rendi conto? Tutti, lo siamo! Tutti, sì, anche io, e pure te, e pure quella zoccola che abbiamo recuperato prima e lasciato poi, chissà come e chissà perché, e non aveva neppure una cartina geografica, questa povera donna! Ascolta, lascia stare, adesso lasciami guidare che dobbiamo trovare la strada, tornare sulla retta via. Ridammi quel foglietto di TW, può sempre essermi utile quando la mia tranquillità vacilla, e sento perdermi nel non-so-dove, sento inghiottirmi da questo ignoto che ci circonda, e che mi fa paura.

Vorresti guidare un po’ te, eh? Non è tanto complicata da maneggiare, questa vettura. La mia bimba, la chiamo. Anche se ha un po’ di anni sulle spalle – sulle ruote: ma io non sono da meno, eh. No, non chiamarmi “vecchio mio”. Ascolta, adesso accosto un attimo, tanto queste stradine mi paiono tutte uguali, sarà colpa della notte che rende tutto uguale, boh. Dai, scambiamoci di posto. Sì, certo che mi fido di te, d’altronde siamo letteralmente nella stessa barca, no?

(Continua)