Utopie impossibili in dodici passi – Two

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RICCHEZZA

“Vado anch’io verso le Terme di Caracalla,
pensando – col mio vecchio, col mio
stupendo privilegio di pensare…
(E a pensare in me sia ancora un dio
sperduto, debole, puerile:
ma la sua voce è così umana
ch’è quasi un canto.) Ah, uscire
da questa prigione di miseria!
Liberarsi dall’ansia che rende
così stupende queste notti antiche!
C’è qualcosa che accomuna chi sa l’ansia
e chi non la sa: l’uomo ha umili desideri.
Prima d’ogni altra cosa, una camicia candida!
Prima d’ogni altra cosa, delle scarpe buone,
dei panni seri! E una casa, in quartieri
abitati da gente che non dia pena,
un appartamento, al piano più assolato,
con tre, quattro stanze, e una terrazza,
abbandonata, ma con rose e limoni…

Solo fino all’osso, anch’io ho dei sogni
che mi tengono ancorato al mondo,
su cui passo quasi fossi solo occhio…
Io sogno, la mia casa sul Gianicolo,
verso Villa Pamphili, verde fino al mare:
un attico, pieno del sole antico
e sempre crudelmente nuovo di Roma;
costruirei, sulla terrazza, una vetrata
con tende scure, di impalpabile tela:
ci metterei, in un angolo, un tavolo
fatto fare apposta, leggero, con mille
cassetti, uno per ogni manoscritto
per non trasgredire alle fameliche
gerarchie della mia ispirazione…
Ah, un po’ d’ordine, un po’ di dolcezza,
nel mio lavoro, nella mia vita…
Intorno metterei sedie e poltrone,
con un tavolinetto antico, e alcuni
antichi quadri, di crudeli manieristi,
con le cornici d’oro, contro
gli astratti sostegni delle vetrate…
Nella camera da letto (un semplice
lettuccio, con coperte infiorate
tessute da donne calabresi o sarde)
appenderei la mia collezione
di quadri che amo ancora: accanto
al mio Zigaina, vorrei un bel Morandi,
un Mafai, del quaranta, un De Pisis,
un piccolo Rosai, un grande Guttuso…”

(Pier Paolo Pasolini, 'Il mio desiderio di ricchezza' - da "La religione del mio tempo")

Il denaro è lo sterco del diavolo. Questo tuttavia non equivale alla stessa espressione di essere nella merda, visto che sono proprio i poveri diavoli le persone che piú di ogni altra sperano un giorno di potersi affrancare dalla miseria economica in cui versano, e poter cosí sbarcare il lunario. Da sempre c’è chi domina e chi è dominato, chi comanda e chi serve, ed alle volte non serve neppure ma viene scartato come cosa di poco conto, perché privo di valore, inutile, inservibile, fuori corso. Ci sono il ricco e il povero (o i ricchi e poveri, ma quello è anche un gruppo musicale d’altri tempi), c’è “miseria e nobiltà”, letteraria o letterale, si rubano i soldi, ci si vende per quaranta denari (somma ingente all’epoca). Ne “Il cielo è sempre più blu” di Rino Gaetano vengono nominate tutte quelle categorie di persone legate al denaro, alla ricchezza (“chi suda il salario”, “chi ruba pensioni”, “chi vuole l’aumento, chi gioca a Sanremo”, “Chi sogna i milioni, chi gioca d’azzardo”, “chi ruba”, “Chi è assunto alla Zecca”, “chi prende assai poco”, “chi è stato multato”, “chi grida “al ladro!””, “chi parte per Beirut e ha in tasca un miliardo”, “chi vende amuleti”), ma il cielo è, e sarà, sempre, più blu.

La ricchezza insomma viene stabilita soprattutto, se non unicamente, in base al quantitativo di soldi in un conto in banca. Non a caso, si hanno le classifiche degli uomini o donne più ricchi al mondo, con al primo posto un simpatico individuo che gestisce somme inconcepibili per un semplice mortale, o una piccola nazione. Oggigiorno, anziché dalla ricchezza monetaria, si è introdotta la valutazione di una nazione attraverso il tasso di felicità dei suoi cittadini. Anche i ricchi piangono è un titolo da film, ma si sa come la semplice ricchezza materiale possa non corrispondere e non riflettere la ben più significativa ricchezza spirituale o interiore: raggiungere questa specie di ricchezza, tuttavia, risulta spesso e volentieri una chimera, perché avere una ricchezza dentro di sé significa aver incamerato così tanto e tante cose esperienze pensieri diversi da rendere superfluo tutto il resto che ci circonda. Una sorta di ascesi spirituale, sulla falsa riga in salsa zen de “non di solo pane vive l’uomo.” Fosse così semplice, vi sarebbe una pletora di persone che l’avrebbe già raggiunta; in realtà, ciò che si legge di più sui giornali sono le rapine in banca e l’andamento della borsa, non le meditazioni buddhiste o le cronache da santi in terra.

Ci sono altre forme, sfumature di ricchezza. Si guarda con nostalgia a quell’età dell’oro (appunto: gira che ti rigira, l’elemento aureo, reale o figurato, torna sempre in gioco) cui ogni volta la generazione venuta dopo guarda, ed anela. Perché questo gran valore aureo? Perché l’oro è elemento raro. Un qualcosa di raro diventa meta di ricerche spasmodiche ed insperate conquiste; molti cercano l’oro, pochi lo trovano. É dunque, di pari fatto, una chimera, un miraggio, una speranza o, per dirla con altre parole, un’utopia. Inevitabilmente si ripensa a tempi gloriosi, dove si stava meglio – quando si stava peggio? – e la nostalgia irrompe nell’animo come le onde dell’alta marea.

Esser ricchi, nell’immaginario collettivo, viene associato all’ingente possedimento di denaro, di averi, di “roba” – nell’accezione verghiana del termine. Tuttavia, basti pensare a Re Mida che, vistosi esaudire la sua richiesta di poter tramutare tutto in oro, disperato morirà senza poter più toccar cibo senza che ciò lo renda non commestibile. D’altro canto, ne “La nascita della tragedia”, di Nietzsche, si può leggere dello stesso Mida che, dopo aver afferrato il satiro Sileno, gli domanda quale fosse la cosa migliore e più desiderabile per l’uomo: “Sileno rispose con queste parole: «Stirpe miserabile ed effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è morire presto»” (cit.). Andiamo bene, insomma.

Nell’ultimo capitolo della saga disneyana a fumetti, disegnata da Don Rosa, dal titolo italiano: “12° – Il papero più ricco del mondo”, un vecchio Zio Paperone si trova autonamente recluso (e rinchiuso) nel suo immenso deposito di denaro, rivivendo con la memoria i bei tempi di gioventù, quando attraverso infiniti amori e peripezie riuscì ad accumulare la ricchezza di cui ora (non più) gode. Lo stesso Paperino, nipote scapestrato, lo definisce un vecchio taccagno che spende i suoi soldi solo per preservare la sua proprietà – ed in fondo è vero: nei suoi ultimi cinque anni, il ricchissimo Paperone ha tagliato i rapporti con tutti i parenti, e solo nella notte della Vigilia di Natale, in un reflusso nostalgico, ha invitato Paperino e Qui, Quo e Qua presso la sua residenza. Ovviamente, nel fumetto, la storia avrà la sua crisis ed il suo lieto fine, ma dimostra come accumulare tanto, troppo, inseguire la ricchezza a tutti i costi, ad ogni costo, comporta un ovvio e ben caro prezzo da pagare: rinunciare a tutto il resto, felicità compresa.

Anche la ricchezza, insomma, si dimostra essere una mera utopia.

C.V.D.