L’entropia delle parole [in sedici tappe][1]

1.

Poi giunsero le immagini, perché dopo aprimmo gli occhi. Amen.

È una mia preghiera laica. Prima vengono le parole. Ed io sono un cieco, in terra ostile. Ma riesco a guidare comunque, intanto perché la strada la conosco a memoria, l’ho percorsa tante di quelle volte da permettermi di poterne conoscere ogni albero che si trova al ciglio, e poi non la percorre mai nessuno. Si tratta di una strada secondaria, di campagna, la terra brulla a farne da contorno, alberi spogli a montare la guardia, e basta. E per basta dico basta. Per cui, cosa può mai cambiare se, guidando, mi trovo di fronte una voce che non ho mai sentito ed una donna che mi sembra talmente disperata e disposta a tutto pur di…chissà cosa. Non sono abituato alla prostituzione, non so se sia una mignotta, so solo che devo – devo – arrivare nel tal posto alla tal ora di un tal giorno, nulla più e nulla meno. Nel bagagliaio c’è tutta la merce. 

Un cieco, che guida una macchina, con un carico di droga (o comunque, qualcosa di importante: loro non mi hanno rivelato troppi dettaglia, ché se mi beccano non avrò granché da poter confessare) nel bagagliaio e la tremenda fortuna di non avere posti di blocco lungo una strada dimenticata da Dio. Ma non esistono più i posti di blocco, sono andati tutti via, sono scomparsi tutti da tempo, quaggiù all’inferno – e se non è l’inferno, poco ci manca. Poco ci manca, ho detto bene, e vorrei fermarmi per pisciare, ma so (a memoria) che poco più avanti ci sarà un albero e se navigo a velocità costante vi arrivo nell’arco di una dozzina di minuti, secondo più secondo meno. L’udito non mi tradisce, non può farlo, non sarebbe corretto. Gli altri miei sensi sono stati in grado di risolvere parecchi miei problemi, o tare, o difficoltà iniziali. Perché davvero, credetemi, trovarsi di punto in bianco privi dell’uso della vista non è una cosa proprio simpatica, quando per anni hai lavorato grazie ad essa, o soprattutto con essa, e valutavi per venti ore al giorno (è un eufemismo, ma non si discosta troppo dalla realtà) la differenza infinitesimale tra una sciarada di numeri che scorreva rapida su schermi grandi come affreschi, in templi moderni dove si trovavano solo la Santa Trinità di Profitto, Mercato, e Soldi. Profitto senza limiti e senza scrupoli; Mercato senza regole e senza vincoli; Soldi senza problemi e senza provenienza pulita. Facile, no? Ma lo permettevano, loro! Era concesso e permesso, da loro! Dunque, che fare? 

Stare alle loro regole, oppure perire.

Quando ho perso la vista, gradualmente, ho iniziato ad avere i primi timori. Lo iniziarono a notare, al Tempio. Sì, lo chiamo Tempio con la T maiuscola, quando di Sacro aveva ben poco, ma tant’è. Ed io sto tornando là, s’intende, attraverso vie traverse e modalità poco consone, ma di consono e corretto e limpido non c’è un bel niente, in questa storia ed in questo fottuto, fottutissimo mondo alla rovescio. Tutta colpa dell’entropia, che si è impadronita del mondo, accellerando forzosamente quei processi di degradazione spontanea cui va incontro ogni forma di vita e non: per questo, la mia vista ha iniziato a cedere prima del tempo. I miei occhi hanno iniziato a perdere il controllo dei loro movimenti, e piano piano, alla fine, si sono letteralmente rivoltati all’interno delle loro orbite. Mostrandomi il fondo scuro del mio cranio o, se preferite, il pozzo nero in cui sono sceso. Ora dovrò pure risalire, no?

Al tempio, peraltro, so che c’è uno che può ridare la vista attraverso manipolazioni e chissà cos’altro, ma quello sarà un problema secondario. Adesso, intanto, devo giungere là. Magari incolume, anzi: meglio incolume, perché ho un carico troppo importante per ammettere ritardi di consegna. Ma occorre andare per ordine, fare un passo alla volta, non posso permettermi di sbagliare, non ora, non qui.

(Continua)