Cronache del dopodomani in sette dispacci – Settimo

Photo credit: free photo pexels.com

SETTIMO – Dove nemmeno sai

“Perché per me l’unica gente possibile sono i pazzi, quelli che sono pazzi di vita, pazzi per parlare, pazzi per essere salvati, vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo, quelli che mai sbadigliano o dicono un luogo comune, ma bruciano, bruciano, bruciano, come favolosi fuochi artificiali color giallo che esplodono come ragni attraverso le stelle e nel mezzo si vede la luce azzurra dello scoppio centrale e tutti fanno Oooohhh.”

(Jack Kerouac, ‘Sulla strada’)

Questo è l’ultimo dispaccio che posso scrivere al passato alternativo; sento i passi delle sentinelle lungo le scale, e le botte date alla porta del mio appartamento, per entrarvi. Ho poco tempo a disposizione, prima di venire arrestato e, temo, ricondizionato in maniera irreversibile. Sarà un processo entropico, presumo, e questo è il prezzo che i devianti dalle regole stabilite devono scontare. Pecora fuggita dal gregge, il pastore mi ha ritrovato: il mio ritorno sarà al (un?) macello. Forse. Perché nulla è ancora detto, perché il passato costruisce il futuro nel suo scorrere. Il futuro si riverbera nel passato, lambendolo come onde del mare la spiaggia, che la bagna mutandone i profili, quando è la spiaggia stessa a definire, e contenere, mari ed oceani. Tutto si riflette in sé stesso, perché il tempo è mera illusione per come la si può intendere. Studi in materia li hanno svolti scienziati dai curicula pazzeschi; in passato tentarono di rendere tutto fantasioso mediante film bidimensionali sul tema del paradosso del viaggio nel tempo, eccetera eccetera. Ma oggi, sappiamo che non è così, non poteva esserlo, difatti non lo è stato. Se l’Universo è infinito quanto il Tempo, perché non lo si può percorrere con delle scorciatoie? Avrebbe altrimenti senso tutto il dispendio inutile di energie? Non hanno forse fatto delle gallerie, sotto le montagne, per arginarne viaggi ben più lunghi attraverso passi perigliosi? E dunque? Non è forse possibile aggirare i limiti dello spazio e del tempo, soverchiando il loro lento e noioso fluire? I buchi neri a cosa crediate servano? Quelle sono le scorciatoie più ampie e (in)visibili, ma ne sono state scoperte almeno un altra paio, in seguito. Ad esempio voi tutti vedete la luce, ma dovete sapere c’è qualcosa di più rapido di essa, per quanto questa sia un’altra storia, ed il mio tempo, il mio spazio a disposizione, sono in questo caso paradossalmente limitati. Non ci fossero qua fuori i gendarmi che cercano in tutti i modi di entrare, avrei affrontato anche queste tematiche, ma devo dare delle priorità a quello che ho da dire, in questo mio ultimo dispaccio da inoltrare.

Parliamo d’altro, parliamo di voi; parliamo di me. Io sono in un qualche modo figlio vostro, perché siete venuti prima di me, quindi tra questi destinatari vi può essere qualche mio lontano, lontanissimo parente. Se fate un albero genealogico, che si esprime in potenza 2, vedrete come basta una piccola selva di generazioni per aumentare a dismisura il numero di avi – il numero di alberi. Entriamo assieme nel bosco, ci perderemo in un attimo, se non seguiamo attenti il sentiero. Cosa c’entrano il bosco, e gli alberi? Niente. Ma se per questo, cosa c’entrano la luce, lo spazio, il tempo, nel perpetrarsi indecente delle vicende umane? Nulla. Rappresentiamo solo un fortuito gioco del caso, abbiamo cercato – riuscendoci, sì – di ribaltare le regole e prendere noialtri le redini delle vicende e sì, ce l’abbiamo fatta. A che prezzo? Immenso. Stratosferico. Abnorme. Però ce l’abbiamo, infine, fatta. È stato giusto? No di certo, fu per mera sopravvivenza. Poi qualcuno ci prese la mano, perché il potere richiama potere, e la rivoluzione si trasforma in dominio. È per questo che rinuncio a tutti i benefici – pochi – derivati dalla miccia accesa troppo tempo fa. Grazie a questo mio gesto, potrò invertire il corso degli eventi. Non ci sarà nessuno a ricordarmi, un domani, semplicemente perché io non sarò mai esistito, nel domani a venire del vostro immenso passato e dell’ancora, per voi, sconosciuto futuro. Aprite gli occhi! Svegliatevi, dormienti, per citare un libro del passato, uno di quei libri proibiti messi all’indice dalla nostra inquisizione moderna. A dire il vero, come mi sembra di avervi già detto, tutti i libri sono stati banditi, perché le parole possono portare ad immaginare, mentre le immagini, le mere immagini, i semplici segni, sono univoci nel loro significato, e dunque lasciano ben poco spazio all’immaginazione che altrimenti deriverebbe dalle parole lasciate s-correre nelle menti come animali allo stato brado. Gli errori e le devianze devono essere ridotte alla minor percentuale possibile, rasentando lo zero assoluto. Niente devianza, niente ribelli; niente ribelli, niente rivoluzione; niente rivoluzione, nessun cambiamento: tutto procede assolutamente identico a se stesso, in una società tristemente assuefatta. Purtroppo è così. Il tempo è sempre meno, per me, qui dove sono. Hanno superato la prima barriera, quei guardiani dell’ordine precostituito, e tra poco giungeranno a me medesimo, mi metteranno le mani addosso e le manette magnetiche ai polsi, spegneranno tutti i monitor e le stazioni radio, insomma: imporranno il silenzio assoluto. Mi ci vedo già, trascinato via da qui, muto e vinto. Ma ci si può dimenare fino all’ultima presa, anche se si sa di non aver nulla da vincere – ma neppure niente da perdere.

Quando mi trovo immerso nel flusso del tempo è come stare immerso in una vasca piena d’aria. La vedi l’aria? No. Lo vedi il tempo? Neppure. Se elimini l’aria, o il tempo, cosa succede? Ecco, appunto. Ogni tanto, come nella meditazione yoga, trattengo il respiro – blocco lo scorrere del tempo. Siamo riusciti a sviluppare tali capacità attraverso decenni di studi, e pratiche, finché qualcuno non si rese conto della verità, e ce la venne ad insegnare. Così, adesso, possiamo sfruttare il tempo non come aria in una vasca, ma come acqua d’un fiume. Quando ne riemergiamo, esso ci rimane in parte addosso, come un corpo che esce bagnato dopo essersi tuffato in un fiume. Panta rei os potamos – tutto scorre come un fiume, scriveva un certo Eraclito. Aveva capito molte cose prima di tutti noi: ci aveva dato la formula, noi dovevamo solamente metterla in pratica. Svilupparla, trovarne la soluzione. Dopo millenni, essa ci si presentò dinnanzi, con un’evidenza sorprendente. Per quale motivo non ci aveva mai pensato prima d’ora nessun altro? Forse perché, per citare qualcun altro ancora, “l’essenziale è invisibile agli occhi.”. Già.

Durante questi momenti di sospensione, congestionato in una bolla d’irrealtà, vedo attorno a me accadere molte cose, e cose già accadute, ed altre che accadranno e che potrebbero molto probabilmente accadere (il principio di causa effetto è sempre valido). In questa maniera, posso osservare da un punto di vista privilegiato, come dietro una vetrina, o un falso specchio, l’avvicendarsi delle diatribe umane, l’alternarsi di eventi e situazioni, ed influirvi solo marginalmente, come il protagonista di Interstellar, film che venne proiettato eoni fa; inutile dire che esso oggi sarebbe introvabile, la memoria di quella pellicola ovviamente cancellato. Purtroppo, più di così non posso fare. L’energia impiegata è immensa. Se non si fosse passati alla fissione nucleare, allora vi sarebbero quotidiani black-out, in una nazione o l’altra, vista la mole di joule richiesti per metterci in comunicazione con il mondo del passato. Ancor più difficile parlare con gli eredi del futuro, perché i margini di incertezza nelle equazioni matematiche di quindicesimo grado o più non consentono aggiustamenti se non minimali; altro che il battito d’ali di farfalla che causa il tifone, affatto: al più, possiamo spostare un granello di polvere da uno scaffale, a migliaia di anni di distanza, senza ottenere alcuna differenza e spendendo energie inimmaginabili, ergo un vero sperpero.

Cosa c’è di vero, in tutto questo raccontare? Il confine tra realtà e finzione è labile. Chi può dire che queste parole siano tutto frutto di fantasie, finzioni, e non invece qualcosa di realmente accaduto, o molto prossimo a succedere, o già verificatosi altrove, che se è vero che adesso qualunque cosa accada se ne viene subito a conoscenza, è anche vero che molto può essere mascherato, tenuto nascosto, o raccontato in altro modo. Essendo tutti dentetori di una verità, possiamo raccontare lo stesso evento da molteplici punti di vista, o eventi differenti dal medesimo. Ma chi riesce a controllare il flusso di informazioni, controlla anche la narrazione della storia, e tutto può rivelarsi un’immensa macchinazione o un drammatico inganno. La domanda che ad un certo punto vi verrà da porvi è se siate davvero reali, o frutto di chissà quali finzioni e fantasie, partorite da chissà quale mente, in un gioco di specchi o deliri di solipsismo estremo. Se in passato si poteva dire “penso quindi sono (io)” (cogito ergo sum), oggi si può affermare “sono (loro) quindi penso” (sunt ergo cogito): la prospettiva è stata rivoltata, non sei più tu a guardare gli altri da fuori, ma gli altri ti scrutano dentro. Rivoltato come un calzino, non hai più segreti, perché non vuoi e non puoi averne. Tutto sommato, ti piace metterti sotto la luce inquietante degli interrogatori, celebrando estenuanti sessioni di vuoto spinto, che in confronto le pause pubblicitarie tra i due tempi di un film sono più interessanti.

La realtà è già qui, bellezza. Ti vogliono far credere che tu “potrai essere solo se”, mentre invece tu “già sei indipendentemente da”. Altrimenti la ruota si ferma, tutto decade in un precipitato senza odore né sapore, si scopre il trucco ed il pubblico pagante inizia a fischiare ed andarsene. Eh no! Tu devi continuare a seguire la tua vita impersonata da altri attori, altrimenti vuoi mettere il gusto di schiavizzarti per quattro spicci e un calcio in culo? Per non parlare del conformismo, ma quello è un altro discorso, che bisogna essere tutti uguali così tutti hanno lo stesso pensiero, e lo stesso pensiero è utile al sistema, perché deve pur macinare, il mulino. La lotteria deve pur vendere i suoi biglietti, anche se alla fine vince uno solo (o meglio dire, due: perché il banco vince sempre).

Basterebbe introdurre la stringa voluta nel microchip indicato, ma la missione non è semplice. In fondo, basterebbe staccare la spina all’internet globale, ma dopo chi li sente i bimbi-mai-cresciuti che piangono perché viene meno la loro dose quotidiana di gratificazioni fittizie? Per questo il futuro non può cambiare, perché voi non siete in grado di cambiare il vostro presente, ed io sono condannato nel cercare di mandare senza sosta questi dispacci, anche se il mio tempo scorre, scorre comunque, e un giorno finirà, allora devo affidare il mio compito ad un altro, ma più noi andiamo avanti più voi non riuscirete a compiere quelle piccole scelte controcorrente che potrebbero permettere a noi, e voi, di essere in un altro mondo, diverso, migliore, o peggiore, ma comunque diverso, dove manca l’abominio (dominio) tecnologico di una società olografica, dove tutto si mischia tra sogno e fantasia, tra illusione e realtà, anzi, forse la realtà ha smesso di sussistere perché tutto si è concentrato e condensato nell’iperspazio virtuale che non ha confini, non ha estensione, è atemporale e, forse proprio per questo, altrettanto a-morale. Dove non c’è tempo non c’è storia, e dove non c’è storia non ci sono prove né errori, ma non essendoci né errori né successi, le cose semplicemente sono, indipendentemente da tutto e da tutti. Il tempo congelato impone scelte drastiche, che non guardano in faccia a nessuno, perché tanto nessuno esiste, ma semplicemente è. E poiché esisterà per sempre, non ha senso premiarlo, o condannarlo, per alcunché. Le cose non cambiano, non possono cambiare, e mai cambieranno. Stiamo per giungere ad un punto di non ritorno, forse. Forse arriverà un momento dove il tempo stesso non avrà più senso di esserci, perché tanto, sparsi per l’universo, ogni cosa accade nello stesso istante, era già accaduta prima, accadrà anche dopo, o meglio: tutto è congelato in un loop infinito, caleidoscopico, e le parole si rincorrono le une sulle altre, perdono di senso, di pregnanza, divengono mere lettere o semplici indicatori entropici, ed infine, alla fine – o all’inizio, che è lo stesso – tutto si riverbera dove tu nemmeno sai.

***