Una vita in ventiquattro mosse di scacchi / 24

Photo credit: riccardodalferro.com

“Che cosa è la vita? Il viaggio di un zoppo e infermo che con un gravissimo carico in sul dosso per montagne ertissime e luoghi sommamente aspri, faticosi e difficili, alla neve, al gelo, alla pioggia, al vento, all’ardore del sole, cammina senza mai riporsarsi dì e notte uno spazio di molte giornate per arrivare a un cotal precipizio o un fosso, e quivi inevitabilmente cadere. [Bologna – 17 Gennaio 1826]”

(Giacomo Leopardi, ‘Zibaldone’)

24. Dare di matto.

[Bf8-e7 / Td1-d7 / Ke8-f8 / Bg5xe7+ / Kf8-e8 / Ne5xf7 / Ng8-h6 / Tf1-e1 / g7-g6 / Nf7-d8 / c7-c5 / Be7-f6+ / Ke8-f8 / Te1-e7 / Kf8-g8 / Bf6-g7 / g6-g5 / Te7-e8#]

Era stato tutto un intercalare di parole, e fatti. Il vento della steppa aveva lisciato l’erba dei campi come capelli di ragazze giovani e scalze, che corrono lungo i pendii scottati dal sole. Il Re, dall’alto dei suoi bastioni, si era rassegnato a cogliere l’incessante muoversi delle truppe avverse: il nemico è sempre alle porte, l’altro perturbante resta sempre in avvisaglia per entrare di soppiatto, far breccia negli altrui punti deboli e insediarsi per lungo tempo a venire, come ospite inquietante. Questo un tempo ed ancora adesso. Cambiano i contesti e le parole, mutano le cornici e i contorni, ma la realtà rimane sempre la medesima: apertamente ostile.

Se n’erano resi conto, attraverso vicissitudini differenti, Enzo, e Giovanni, e Costanza; Adele, Giuliano, Alfio e tanti altri; si erano accorti che la vita mostrava il suo doppio gioco, il risvolto della medaglia, spesso proprio quando le cose iniziavano ad ingranare ed andar meglio; altre volte, quando le cose erano proprio ai minimi termini, secondo il classico detto del piovere sul bagnato. Gli incroci più o meno obbligati delle loro (alle volte, misere) esistenze non avevano contribuito granché a mutare la situazione, per nessuno di loro. Come in una guerra, erano stati messi fuori gioco, dagli acciacchi, dall’età, dalle scelte sbagliate proprie o altrui, dalle mosse avventate dell’una o l’altra parte, dal cieco e baro destino. Alle volte, credevano in un qualche dio ed avevano dunque alzato gli occhi al cielo, ma le stelle erano rimaste mute, nella loro tremula fissità. Erano entrati in una chiesa qualunque, venendo accolti da un persistente odore di chiuso, ed incenso, e di qualcosa di assurdamente nascosto, quasi non volesse più uscire dagli altari e tabernacoli, troppo occupato a ricevere salamelecchi anziché andar fuori tra la gente, a dispensare premi e punizioni secondo il suo dis-umano sentimento.

Ammantati di nichilismo, la maggior parte dei protagonisti di queste sgangherate vite si erano rassegnati ad avanzare, finché potevano; retrocedere, quando dovevano; aspettare, pur non volendolo. Alcuni tra loro erano rimasti in contatto, come vecchi amici di scuola che tornano a sentirsi dopo tanti anni e reciprocamente porsi domande vuote che prevedono risposte pre-confezionate (“come va?” “Tutto bene, te?”) e magari rincontrarsi in locali blasonati per condividere dettagli importanti e gossip significativo (sui figli, o sul lavoro, o sui colleghi, o sulla moglie/marito che è il non plus ultra, o sulla suocera che fa la pasta che è una bontà ma rompe i coglioni che è un supplizio, per dire). Soffocandosi addosso le reciproche ansie della mezza età senza rendersi conto che si è ancora adolescenti dentro e cariatidi fuori, ma ci si sente vecchi dentro e ci si veste come giovinastri fuori.

Sparsi tra un selfie sfuocato e l’altro, gli eterni pedoni (pedine?) dall’esistenza marchiata cercano di nicchiare contro i marosi che si infrangono sulla costa del Nord, quelle onde alte che riversano sulla spiaggia tesori o mostri marini. Sulla terra dove abitano sono rimasti due soli Re, o Poteri, in gioco: alcuni li chiamano Bene e Male, oppure Verità e Menzogna, o ancora Bianco e Nero, a seconda del punto di vista cui non ci si può sottrarre. L’avventura di molti è giunta alla fine, le mosse si susseguono disperate (e disparate), senza alcuna logica se non quella del suicidio da kamikaze o del sacrificio da martiri laici. Il nervosismo è palpabile nell’aria tersa del mattino. Sta giungendo l’ultimo giorno di battaglia, anche se molti non se ne sono ancora accorti, e vivono come se nulla fosse, o continuano i loro affari, o rimangono in attesa di qualcosa che chissà mai accadrà, come Giovanni Drogo de “Il deserto dei Tartari”, che rimane abbarbicato alla Fortezza Bastiani in muta e rassegnata attesa. Così, in una villa su di un’alta collina, Enzo è oramai vecchio, ha fatto molti passi in avanti, ha ricevuto riconoscimenti e promozioni, in famiglia o sul lavoro, finché i soldi lo hanno reso molto ricco, ed un paio di eredità giunte in dono gli hanno permesso di condurre un’esistenza più che coccolata, lui che praticamente dal nulla era partito. Adesso sonnecchia al suo castello, così lo chiama, restando in paziente attesa.

Quel giorno, uno dei tanti che si susseguivano tremendamente uguali, il decano leggeva il giornale guardando solo le figure, ignorando volutamente le parole. “Tanto raccontano solo ciò che vogliono far leggere, questi pennivendoli. Sono scrittori mancati, che cercano di rendere finta la realtà nelle loro narrazioni, quando l’opera di un vero scrittore dovrebbe essere l’opposto, ovvero cercare di rendere tangibile le finzioni che narra. Spacciano per vero ciò che non lo è, mutano nel falso ciò che invece non dovrebbe affatto esserlo. Almeno le figure raccontano più delle parole.” pensava sfogliando annoiato una copia dell’ultimo giornale del mattino, che poi educatamente riponeva perfettamente a posto, le pagine ottimamente piegate una sopra l’altra, anche se nessun altro avrebbe letto quei giornali perché, a parte la servitù della casa, nessun altro osava più abitare in quella antica dimora. Le visite erano rare, rappresentate al piú da parenti lontani e semisconosciuti o il medico della mutua per le visite routinarie. Il decano rimpiangeva i momenti della sua gioventù azzimata, ma non deplorava la sua solitudine, perché stoicamente sopportava ogni sbuffetto la vita gli mandasse prima della resa dei conti finale, contro la quale non avrebbe potuto far nulla se non, semplicemente, soccombere. Questo era, prosit, biascicava ogni sera brindando a se stesso con un goccio di vino bianco frizzante o rosso sanguigno a seconda della stagione.

La diagnosi di schizofrenia paranoide giunse come un fulmine a ciel sereno, nell’ambiente tanto delicato della famiglia tanto semplice. A tratti, aveva eccessi di megalomania, reputandosi di volta in volta il Salvatore, o il Messia, o il migliore del mondo, oppure, e questo più spesso di tutti gli altri, si credeva addirittura Re. Viveva con paranoia i rapporti con gli altri, si sentiva messo sempre sotto scacco, malvisto o mal giudicato. Era dubbioso, reticente a rispondere, assaggiava in punta di forchetta i cibi che gli venivano preparati, elemosinava con estrema reticenza i suoi saluti. Delle confidenze, meglio non parlarne neppure: ogni seppur minima apertura sul suo conto, a chiunque fosse, pure un medico con le migliori intenzioni, non avveniva mai e poi mai. Se questa sua strana deriva era stata bonariamente accettata dalle (poche) persone che gravitavano intorno a lui, si rese necessario una consulenza psichiatrica urgente quando Enzo, ritenendosi Monarca Assoluto, non volle neppure essere toccato dalla fedele Adelina, sua cameriera e badante da parecchi anni. “Stammi lontano, sguattera, io sono il tuo Sovrano”, le gracchiava a filo di dentiera, mentre la poveretta cercava di mantenere la pazienza e i nervi saldi, sentendo per la prima volta in vita sua, da quell’uomo, epiteti irripetibili nei suoi confronti. “Gli anziani tornano come bambini, ovvero partono in quarta con la fantasia e credono di poter fare tutto e di poter essere chiunque. È per questo che da piccoli si mettono inferriate alle finestre perché non pensino di poter provare a volare come gli uccelli, e si annuisce sorridendo quando dicono che vogliono fare il calciatore, l’astrofisico o il presidente della repubblica.”, le disse una sua collega, un giorno che si trovarono per caso a far la spesa per i rispettivi anziani arzilli.

L’apoteosi giunse un giorno di fine inverno, quando le crisi di Enzo si fecero parossistiche, e contenerlo era sempre più difficile se non impossibile, malgrado il continuo aumento delle dosi di medicine. Aumentare il dosaggio, a quel livello che era oramai per cavalli, era impensabile. Ci sarebbe stato un ricovero coatto. I medici e le forze dell’ordine lo accompagnarono alla clinica psichiatrica, anch’essa abbarbicata sulle montagne (come la villa del vecchio, come una fortezza inespugnabile, come un nido delle aquile da cui si può al più spiccare il volo, ma è ben difficile farlo quando ti sono state tarpate le ali). All’inizio accettò bonariamente, credeva fosse un qualcosa in suo onore, poi il dubbio si sedimentò in lui quando due infermieri nerboruti lo deposero su una lettiga e lo legarono stretto stretto come una mummia, come degnatamente bisogna fare per dei faraoni, pensava Enzo seppur con qualche perplessità. Infine, mangiò la foglia, capì il trucco con cui lo avevano subdolamente chiuso tra quattro piastrelle di una camera asettica e dalle finestre inapribili. Capì, ed iniziò a protestare, pur sapendo in qualche modo, nella sua coscienza, che era tutto inutile e vano. “Io sono il Re! Io sono il Re!” Gridava Enzo nel cuore della notte, nell’infinito dedalo delle camere fredde dell’istituto. Le luci erano spente, gli inservienti a riposo, c’era solo il personale di guardia, in quei turni estenuanti tra urla impossibili di pazienti indomabili. “Io sono il Re, lo capite? Non mi darete scacco matto, non lo potete fare! Io sono il Re…!” Protestava inquieto il Monarca spodestato, nero di rabbia, che si agitava nel suo letto, imbragato perché non si facesse male, e dall’aspetto non troppo dissimile da quello di un pezzo degli Scacchi disteso per terra dopo il famigerato matto. Indubbiamente, di matto era uscito lui innanzitutto, e per quello non ci sarebbe stata rivincita alcuna.

***