Le cinque stanze – E

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Accadono come simili – ma non uguali – in queste cinque stanze di un mondo senza troppe pretese. Si può andare da una stanza all’altra, ma solo se le porte sono aperte; altrimenti bisogna attendere che ciò accada. Apparentemente, nessuno controlla le porte. Forse il vento, o la dimenticanza, le lascia talvolta aperte. Altre volte, esse si spalancano comandate da argani invisibili, controllati da chissà chi, e chissà come. Per il resto, il mondo si avvicenda come tutti gli altri mondi, con le incombenze quotidiane, gli amori che non vanno a buon fine, le nascite insperate e gli incontri fortuiti.

“Il segreto della vita sta nel trovarsi nella stanza giusta!”

(Charles M. Schulz, ‘Peanuts’ – Linus)

Il teatro nell’assurdo

Erano fuori, erano vivi, erano salvi. Liberi. Liberati dalle pastoie della voce, e del folle che li aveva imprigionati. Potevano tornare alla vita di sempre. Forse. Forse, perchè da qualunque viaggio – fosse anche quello per l’inferno, anzi soprattutto quello – si ritorna cambiati. Negli animi, nelle disposizioni. Erano due perfetti sconosciuti, sono stati accomunati da una vicenda triste e dalla voglia di dimenticarla il prima possibile. «Adesso che facciamo?» «Adesso torniamo a fare quello che abbiamo sempre fatto, ognuno per la sua strada.» «Ma non dovremmo andare alla polizia, a denunciare questa vicenda assurda?» «Tu pensi che ci crederebbero? E poi, sai magari a quanti altri è già successa questa cosa? Non li senti ogni tanto i programmi tv di persone scomparse nel nulla e che più non si trovano? Ecco, magari molti hanno la stessa disavventura in cui siamo capitati noi, solo che non hanno la stessa fortuna di uscirne. Quindi, dobbiamo andare avanti, trattare la cosa come un brutto sogno, una cosa del passato. Io almeno la vedo così.»

Il dialogo si era svolto all’aperto, seppur inconsciamente rifuggivano ogni simulacro di stanza e spazio chiuso, in quella loro claustrofobia post-traumatica. Ma il ragazzo rimaneva poco convinto, malgrado tra i due sembrasse quello con i piedi maggiormente per terra. «Sicura non sia cambiato nulla? Adesso a me verrebbe voglia sì di dormire, ma all’aperto, perché avrei terrore di chiudere gli occhi e riaprirli al buio di quelle stanze che sembravano prigioni. E poi, quelle infinite porte…dove conducevano? Su quali altre stanze si aprivano? E perché erano state messe lì, una dopo l’altra, che si spalancavano su infiniti ed indefiniti corridoi? Perché tutto questo, ma soprattutto: perché a noi?» L’altra rimase in silenzio a lungo, si tratteneva dal ridergli apertamente in faccia. Il vero assurdo le pareva che il suo compagno di disavventura potesse compiere così tanti e tali ragionamenti, manco fossero massimi sistemi, quando in realtà potevano dire che erano fortunati dall’esser scampati da quel soggetto delirante e malsano. Stava per replicare, quando lui aggiunse: «E se vi fosse qualcun altro, là dentro? Non dobbiamo forse tornare indietro? Tanto abbiamo capito il meccanismo delle porte, e come si aprono, e dove si celano. Se ci impegniamo e ci armiamo di coraggio, potremo esplorare quel luogo maledetto, e magari salvare altri poveretti che vi sono imprigionati.» Lei scosse la testa. «No.» Lui non capiva. Lei continuò a scuotere la testa, ripetendo: «No. Non avrebbe senso. Lui, insomma, quella cosa che c’era o che c’è ancora, è infinitamente più potente di noi, quindi rischiare sarebbe un suicidio, adesso. Dovremmo chiamare rinforzi, semmai, ma gli altri non ci crederebbero. Potremmo denunciare di aver sentito delle grida, o delle urla, ma forse anche in tal caso non ci crederebbero. Certo, si può tentare, ma non siamo nei film americani dove intervengono in cinque secondi le squadre speciali e tutto si risolve in un salvataggio alla grande degli ostaggi. E poi, non sappiamo quali crudeli piani possa avere, quell’essere. Metti che ci usi come esca, per attrarre là dentro altre persone?» Giulia voleva allontanarsi il più possibile dal di lì, da quella brutta storia. Alessandro sembrava di parere contrario. «Ascolta, possiamo anche fare così. Io adesso me ne torno a casa, mi faccio una sacrosanta doccia e una bella dormita. Tu, oggi, domani, quando ti pare, puoi tornare qui e vedere di rientrare e cercare di scoprirne di più. Se poi non ti vedrò tornare entro un tot di tempo, allora chiamerò la polizia e ti verremo a recuperare, o salvare. Che te ne pare, come idea?» propose Giulia. A dire il vero, ad Ale non che andasse granché fare da cavia. Un’altra volta, magari. In due poi si somma il coraggio, pensava malgrado fosse un maschio – classico cliché quello dell’uomo bello, forzuto e coraggioso. Era già tanto potesse corrispondere ad una caratteristiche delle tre, ed il coraggio non era proprio il suo biglietto da visita. Aveva già dato con le azioni coraggiose, e anche lui aveva voglia di darsi una bella risistemata. Solo che temeva potessero esservi altri, là dentro, reclusi come era stato lui, e se fossero andati via, poi il circo avrebbe cambiato città, e chi si è visto si è visto. Era indeciso, a dirla tutta. «E se poi non riuscite a trovarmi? No, troppo rischioso.» «Perché, se fossimo in due sarebbe meno pericoloso? Dai, su, torniamocene a casa, domani valuteremo il da farsi, a mente fredda. Poi, fai come vuoi.» Era stato tutto assurdo fin dall’inizio. Il ritrovarsi in quel luogo, per caso, ad inseguire chissà quali chimere, l’uscirne grosso modo indenni, e nel giro di un paio, forse tre, notti, e tutto questo senza rimanerne troppo toccati, fuori, forse più dentro, e quella voce insistente che li comandava, li ghermiva, li controllava, li spiava, li sottoponeva a sadici esperimenti o ignobili reclusioni, insomma, tutto quello che avevano passato non li aveva infine modificati più di tanto, e questo forse era un bene, forse era un male, dipendeva dai punti di vista. Alessandro rinunciò a discuterne ancora, e si fece guidare dalla stanchezza fino a casa sua. Il giorno dopo, come detto, sarebbero tornati entrambi, a vedere cosa fosse successo nel giro di una notte.

L’alba li sorprese davanti alla porta, come due adolescenti che si accampanano nottetempo per il concerto del loro artista internazionale preferito. La verità era che troppe cose strane erano loro capitate in quel pugno di giorni perché potessero dormire tranquillamente e senza pause fino al giorno a venire. Alessandro aveva scritto un messaggio a Giulia nel cuore della notte, chiedendole se per caso anche lei fosse ancora alzata. “Sì, lo sono”, aveva risposta la ragazza, ed aveva già fatto un paio di docce, per lavarsi di dosso quel lordume e quella sporcizia che più che sulla pelle, sentiva dentro, torbida le si annidava nella mente come un verme, un tarlo, una tenia, e scavava lasciando dietro di sé solo buchi e bisogni, buchi della memoria e bisogni di vicinanza, che niente pareva fugarli. “Allora vediamoci domattina, all’alba, là davanti. Là dove tutto è iniziato.”, aveva risposto Alessandro. Dubbioso se aggiungere anche l’augurio di buonanotte. Lo aveva preceduto lei: “Non augurarmi la buonanotte, per favore. Perché questa non lo sarà, e chissà ancora quante a venire. A domani, ciao. Giulia.” E così erano tornati lì, la porta era chiusa ma non a chiave. La aprirono lentamente, cigolò lieve sui cardini. Ciò che si presentò davanti a loro come spettacolo li lasciò letteralmente a bocca aperta.

Quello che si apriva davanti a loro era un ampio teatro, una sorta di anfiteatro che all’apparenza si presentava vuoto ed abbandonato, anche se dietro le quinte giungevano rumori di attori in preparazione, di prove in corso, di musiche e voci sottaciute. C’erano poltroncine, su file regolari, di un colore rosso sbiadito, stinto, come se il teatro fosse un vecchio teatro di periferia, ma loro non vivevano in periferia, e quella era una grande città, e non c’erano più da anni teatri aperti, in quella zona. Ad ogni modo, non si vedevano altri corridoi o stanze, né tantomeno il giardino da cui erano usciti il giorno prima. Era come se un gigantesco studio cinematografico fosse stato smontato e rimontato nottetempo, ma per fare una cosa del genere sarebbero occorsi oltreché una montagna di soldi, anche un mucchio di operai, e non vi era segno alcuno di viavai di persone, o di camion, o di lavori fatti: insomma, tutto si presentava come era sempre stato. E non era più lo stesso. Come aprire e chiudere gli occhi rapidamente, e quel che c’era prima, ora è svanito, scomparso, sostituito da un’altra immagine, da altre impressioni.

Emerse un volto, da dietro la tenda. Era il presentatore: era il folle: era il bambino troppo cresciuto. «Benvenuti a tutti, signori e signore.» in sala, c’erano solo Alessandro e Giulia. «Benvenuti al nostro spettacolo. È la prima a livello mondiale, di uno spettacolo che vi lascerà senza fiato, ed i vostri soldi potrete considerarli proprio ben spesi.» Nessuno dei due aveva pagato alcun biglietto, a dire il vero. «Vedrete la vita umana espandersi ed esplicarsi nei suoi infiniti rivoli verso il mare magnum dell’incertezza, e della gioia. La felicità è una meta lontana, ma non per questo irraggiungibile. La gioia compagna fidata di questo lungo e periglioso viaggio.» Continuava a parlare nascondendo il corpo dietro la tenda, da cui spuntava solo la sua testa. »C’è teatralità, in tutto questo? C’è musicalità, nell’essermi frantumato come un vaso di cristallo, spargendomi in mille pezzi sul pavimento. Queste erano le parole del fondatore di questo teatro nell’assurdo, dove adesso voi siete entrati e resterete finché lo spettacolo non abbia fine. Non ci saranno pause, è atto unico. Se volete andare alla toilette, le troverete alla vostra destra. Le uscite di emergenza, invece, sono poste alla vostra sinistra. Il foier aprirà dopo la fine dello spettacolo, che, a dirla tutta…» e guardò l’orologio che portava al polso «…non sappiamo nemmeno quanto durerà!». Con una risata delle sue, diabolicamente stridula, sgusciò via dietro la tenda, e scomparve. Quindi, lentamente, la tenda iniziò ad aprirsi sul palco, buio. Si potevano intuire due persone che, evidentemente, erano gli attori in scena. Erano del tutto e per tutto somiglianti ai due unici spettatori in scena. Anzi, a dirla tutta, erano proprio loro: Alessandro e Giulia. I due spettatori rimasero impietriti. I due attori (impostori?) recitavano con una naturalezza incredibile, parevano proprio loro (ma come potevano esserlo, essendo i veri Ale e Giuly seduti proprio davanti ai loro…avatar? Doppelganger? Phantomas?), e le scene che mettevano in atto erano momenti di vita che si spingevano fino a qualche anno prima. La maggior parte momenti cardine della loro esistenza, che pur sembrando esser stati dimenticati, nel rivederli prendevano nuovamente vita. C’erano la festa di laurea di Giulia, il primo bacio di Alessandro con la sua storica fidanzata delle superiori. La gita in montagna con gli amici, sempre di Alessandro. Una giornata di ordinaria follia per Giulia, quella volta che era scappata di casa volendo andare a vivere a New York. Il folletto si sedette accanto a loro, contento del lavoro svolto. «Vi ringrazio per esser tornati qui da noi.» stavolta quella voce aveva anche un corpo, o meglio: voce e corpo si assommavano, arrivavano a coincidere in un’immagine sola. «Sapete, queste prove sono durate a lungo, non perché gli attori non siano bravi, ma perché le vicende sono molte, le più, abbastanza complicate o complesse, per riuscire ad imbastirle in quattro e quattr’otto.» glielo sussurrava velocemente, tra un momento di respito e l’altro degli attori, sempre là sul palcoscenico. Infiniti ed invisibili fili parevano muoverli come marionette, e la voce era identica, uguale ai loro legittimi proprietari che, paradossalmente, erano davvero rimasti senza parole.

«Certo, vi capisco.» continuò il finto bambino nel sussurrare, che poteva anche essere un monologo, o un soliloquio per pubblico assente. «Voi siete capitati per caso, qua dentro, e non capivate come uscirne. È legittimo, per chi è alle prime armi come voi. Ma non temete, abbiamo avuto abbastanza materiale e canovaccio per mettere in scena lo spettacolo. Sarà un vero successo, me lo sento. Non vedete tutto il pubblico che riempie la sala? E tenete conto che sono qualche centinaia di posti, eh.» Nel teatro non vi era nessuno, né vi sarebbe mai entrato alcuno, un domani. «E, ve lo confesso, per me è un vero onore potervi avere qui, questa sera. Un vero onore.» Si zittì, rimanendo seduto accanto a loro, a guardare i due in scena, caracollarsi nelle peripezie di vita comune. Ogni tanto rideva di gusto, altre volte stava seriosamente assorto, assistendo con attenzione e cercando di cogliere anche i minimi dettagli. Inclinò la testa verso Alessandro, bisbigliando: «Guardate, siete così carini, assieme…» «Noi non ci conoscevamo prima di questi assurdi giorni che ci hai fatto passare. Per cui, taci, nanetto.» Ma il pazzo non sembrava urtato dalle sue parole, anzi, pareva non ascoltarlo neppure tanto era impegnato a rincorrere i suoi strambi giochi della mente. Le ultime scene rappresentavano la prigionia di Alessandro e Giulia, ora sotto lo stesso tetto che apparentemente doveva essere proprio quel luogo. Quindi, passata l’ora e mezza circa di spettacolo, sorbito tutto d’un fiato, gli attori si congedarono. Non ci furono applausi, il tendone si chiuse, si accesero le luci in sala.

«Adesso tocca a voi.» disse il carceriere rivolgendosi ai due unici spettatori di quello spettacolo messo in scena. Non vi sarebbero stati bis. «Salite sul palco, su. Lo spazio è tutto vostro. Buon divertimento.» Giulia e Alessandro si guardarono l’un l’altro e, come in preda di un ordine irremovibile, si mossero, circuiti da invisibili fili che evidentemente qualcuno, da qualche parte, tirava. Lo stesso meccanismo delle porte, magari, che si spostavano attraverso meccanismi imponderabili, talvolta: così loro. Dalla platea si spostarono al centro del palco. Le luci puntarono violente sulle loro teste, costringendoli ad alzare le braccia come in segno di resa. «E mi raccomando…» urlò l’impresario dal fondo della platea, prima di uscire fuori «…siate i più naturali possibili.» Calò un silenzio innaturale, nel posto, tornò il buio e loro due furono di nuovo, rigidamente, soli. Si rassegnarono a recitare la loro parte, senza canovaccio, scambiandosi con gli occhi mute domande, sapendo che l’unica risposta che avrebbero potuto cogliere sarebbe stata una risata sconcia, ed assurda, riecheggiare da dietro le quinte. Per il resto, c’era ben poco da fare. Rassegnati, continuarono a recitare da dove gli altri due, prima di loro, avevano concluso. Il teatro andava riempendosi di strane ombre ghignose, nel frattempo, e si rimpiccioliva sempre più come una piccola stanza. Per farsi reciproca forza, decisero di intonare una canzone, senza sapere quanto tempo ancora avrebbero dovuto trascorrere là dentro, semplicemente soli.

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