Dis-simulazioni in sedici bit (1111)

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Giochi della mente

“La civiltà del passato diventerà un mucchio di rovine e alla fine un mucchio di cenere, ma sulla cenere aleggeranno degli spiriti.”

(Ludwig Wittgenstein, ‘Pensieri diversi’)

Un pianoforte scordato e con vari tasti mancanti spandeva dei suoni somiglianti più ad invocazioni e lamenti, che ad una melodia. A suonarlo vi era un vecchio, cui mancavano tanti denti quanti i tasti bianchi e neri dello strumento; tuttavia, egli pareva essere il meno sfortunato del capanello di persone che si era fermato ad ascoltarlo. Ogni tanto girava una bottiglia di alcool diluito. Ogni tanto, un ciocco di legna scoppiava in uno dei fuochi che venivano puntualmente accesi ogni volta che la notte iniziava a farsi intendere. Da anni non avevano più a disposizione la luce elettrica, ed era già una fortuna quando da scorrerie più fortunate e distanti qualcuno tornava con una batteria ed una serie di cavetti e, se aveva qualche infarinatura di elettrotecnica, poteva sempre assemblare una pur rudimentale lampadina. Sempre si trovassero delle lampadine, là in giro. Alcuni dicevano che certe cose erano ormai andate distrutte per sempre, e sarebbe stato ben difficile riproporle, se non si avevano né la conoscenza né i materiali adatti; altri, invece, sostenevano che in luoghi più protetti si trovassero ancora amenità del genere, e ben altre, volendo cercare meglio, solo che bisognava fare parecchia strada, ed il rischio era di perdersi nella polvere e nel buio, e morire sull’asfalto scabro come animali ciechi nel deserto. Però c’era sempre chi avanzava parole di speranza. Tipo…


«Dovremmo tornare alle Rovine.» annunciò uno dei presenti, che a prima vista doveva essere anche il più giovane tra tutti. Complessivamente, erano all’incirca una ventina di persone, divise abbastanza equamente tra ambo i sessi, mentre le età erano più eterogenee e, in effetti, anche difficili da inquadrare. Non solo e non tanto perché avevano perso l’abitudine di contare i giorni e di praticamente tutti loro non si avevano più alcun documento di identità, ma anche perché la maggior parte di loro faticava a ricordare quanti anni potesse avere, non essendoci nessuno che stava dietro a contare i giorni, o ad allevare i bambini. Quando nascevano, se erano fortunati poi sopravvivevano e venivano accolti nel gruppetto, di volta in volta. Se erano meno fortunati, era l’ingiusta tragedia della vita, si seppellivano i corpi se se ne avevano tempo e voglia bastevoli, quindi si lasciava indietro il luogo dove c’era stata una morte, perché era sbagliato e sacrilego pensare di poter rimanere a vivere dove non c’era stata sopravvivenza alcuna. Gli dèi, o chi per loro, avevano decretato, mormoravano quelli più anziani, e la carovana riprendeva il viaggio. Sapevano che c’erano altre carovane, ed altrove, così come gli altri gruppi intuivano della loro esistenza, ma evitavano di incrociarsi. Le poche volte che era capitato, ben pochi erano rimasti in piedi, ed un gruppo decimato aveva minor probabilità di sopravvivenza di un neonato abbandonato a sé stesso. Il ché era tutto dire, sui tempi che correvano. «Dovremmo tornare alle Rovine.» ripetè stancamente il giovane, visto che nessuno gli aveva badato troppo. Stavolta la musica del pianoforte sdentato si interruppe, ma solo per un momento. «Ci siamo già stati l’altro giorno, alle Rovine, e non c’era praticamente nulla.» rispose il pianista, biascicando e sibilando le sue parole tra i pochi denti rimastigli. «Tu non eri con noi?» domandò un altro, mentre la musica del pianoforte iniziava a riprendere la sua malinconica melodia. «No, non c’ero, ma Redmund mi ha riferito che…» le sue parole ebbero un effetto dirompente tanto dal potersi udire un colpo secco sui tasti. «Quel Redmund racconta sempre un mucchio di stronzate, qualunque cosa ti abbia detto.» sentenziò il vecchio, non ammettendo più replice. «E poi, casomai…vedi di procurarci anche te della buona birra, o vodka, più che startene qui impalato a ripetere di andare a cercare dove noialtri siamo già stati, e dove non c’era un cazzo di nulla, se non polvere, parecchio buio e non poche ragnatele. Chiaro, Jonas ScarpeRotte…?» e così dicendo, dopo averlo apostrofato con il suo nomignolo, riprese a strimpellare.

Si allontanò dal gruppo, scalciando pietruzze col piede; portava scarpe talmente logore che erano aperte sulle punte, tanto erano consumate. Pareva un barbone, ma era giovane e non gliene fregava niente. Sarebbe comunque andato, fino alle Rovine, anche per conto suo. La nebbia tutt’intorno catalizzava una certa energia elettrica, nell’aria. Di tanto in tanto, dei fulmini cadevano malgrado non piovesse alcuna goccia d’acqua, ed uno di questi si abbattè poco distante. Anche in tal caso, il ragazzo non vi badò troppo: oramai si era abituato a queste cose, ci aveva fatto il callo, come i palmi delle sue mani e le piante dei suoi piedi, abituate a qualsiasi genere di lavoro faticoso pur di portare a casa qualche misero guadagno – anche se una casa non l’aveva, e nessuno tra gli altri possedevano una vera e propria dimora, essendo infine sempre in viaggio, senza alcuna direzione né alcun punto di partenza – o un qualche genere alimentare, purché fosse abbastanza commestibile o abbastanza barattabile. L’ultima volta aveva barattato un pezzo di carne essiccata con un paio di scarpe nuove, ma era stato parecchi anni fa, e le scarpe erano rimaste sempre le stesse, e da allora più non aveva sentito in bocca il sapore della carne essicata. Si avvicinò a lui un ragazzo della sua età, i capelli picei, lunghi e sporchi gli coprivano gli occhi lasciando intravedere un paio di pupille verdi come smeraldi. Era anche lui uno degli ultimi arrivati, giunto da terre estreme ed inesplorate prima che i suoi genitori e tutti gli altri che erano con loro scomparissero d’un tratto – o meglio, come dicevano a mezza voce i più anziani, tornassero alla terra. Polvere e terra, secche parole e piedi ben piantati: anche tutto questo non bastava contro le malattie che di tanto in tanto colpivano le carovane nel loro estenuante girovagare in tondo, senza fretta né fine. Al pari di altri giovani, lui ne era scampato. Questo qualche anno prima, ora era tutto diverso, e molte cose dimenticate. Contrariamente a Jonas, che pure aveva delle scarpe, girava completamente scalzo. Già questa era una graduatoria tra derelitti, ed un paio di scarpe seppur logore qualificavano un posto superiore, tra di loro. Forse anche per questo si rivolgeva con maggior timore e titubanza, al ragazzo che pure era di un paio d’anni più piccolo. «Dimmi, Peter.» «Polvere e sabbia.» lo salutò l’altro. «Polvere e sabbia a te.» «Allora, Jo-jonas, diciamo che…» tra parentesi, tartagliava anche, talvolta, ma su queste sfumature si poteva tranquillamente soprassedere, laggiù «…di-diciamo ch-che verrei anch’io alle Ro-rovine.» «Se vuoi, sei il benvenuto.» «Però è un po-posto pe-pe-pe…» «Pericoloso, lo so. Così dicono. E desolato, anche. Però se vuoi trovare cose nuove, bisogna pur rischiare ogni tanto, no?» «E po-poi, laggiù non-non-non ci sa-sarebbe…» «Non ci sarebbe nulla, han detto anche questo. Ma preferisco vedere con i miei occhi, anzi, tornarvi. E se tu, Peter, sarai con me, meglio ancora. Anziché uno, avremo due ca-ca-casotto, no?». I due risero, per stemperare una tensione ed una paura che conoscevano bene entrambi, e da parecchio tempo. Una nebbia fitta gravava, per motivi diversi, sui loro cuori, ed in un certo modo la visita da soli alle rovine credevano potesse dissiparla.

Il giorno dopo si trovarono di nascosto per raggiungere le Rovine. Il cammino non sarebbe stato particolarmente lungo, ma avevano comunque portato con sé tutto il necessario. Si scambiarono pochi convenevoli, Jonas rispettava Peter ma ogni tanto non riusciva a sopportare la sua balbuzie, gli dava il nervoso quel ta-ta-ta e ci-ci-ci che costringeva Jonas spesso e volentieri a concludere per lui la frase, onde evitare dialoghi che durassero una mezza giornata per dirsi quattro cose in croce. E non era nemmeno una persona stupida, Peter, solo che certi traumi, avevano detto alle sue spalle i vecchi della comitiva, certi traumi lasciano il segno indelebile sulle persone. Ad ogni modo gli voleva bene, probabilmente perché era il suo unico amico, lì tra di loro. Forse, un domani, quando sarebbero andati altrove e lui stesso magari creato una nuova carovana di gente disperata, forse sarebbe stato maggiormente rispettato nel suo nuovo gruppo, ma adesso non era esattamente così. Per carità, due anziché uno solo è meglio che niente, ma se gli avessero dato ascolto sarebbe stato piú contento. Questa cosa lo adombrava, Peter pareva ignorare il fatto che fossero in due o in venti, per lui era lo stesso e si mostrava felice e loquace. Ad ogni modo, il loro viaggio fu abbastanza silenzioso. Era meglio essere accorti ad ogni benché minima differenza, quando si abitava in una terra inospitale e segretamente ostile. Due paia di occhi ed orecchie lavoravano meglio di uno solo.

L’edificio, o lo scheletro che ne rimaneva, era un complesso in rovina che si stagliava da sola, nella piana, come un giocattolo dimenticato da un gigante; si imponeva agli sguardi di tutti come uno sfregio sulla tela di un quadro, in quel contesto quasi bucolico malgrado la posmodernità che lo permeava anche a distanza di parecchio tempo. Una volta doveva esser stata un’abitazione, o un edificio pubblico di una città ben più vasta, oramai era difficile capirlo dopo il lavorio indefesso del tempo e dei vari saccheggiatori che vi erano passati. Per qualche oscuro motivo era stato l’unico edificio a rimanere in piedi dopo i giochi sadici di terremoto e tempeste. Il puro caso l’aveva lasciato in piedi, seppur parecchio rovinato. Non era crollato, rimaneva stolida sentinella dell’altroieri nelle lande spoglie e senza più nulla per cui valesse la pena combattere. I due guardarono con un misto di timore reverenziale e paura l’enorme porta d’ingresso. Sparute scritture erano ancora leggibili sulle volte, ma loro non sapevano né leggere né scrivere, avevano imparato la lingua che usavano tra di loro ad orecchio, e le abitudini della vita imitando semplicemente gli altri; finora, se la stavano comunque cavando, senza troppi problemi. Jonas disse a Peter: «Entriamo.», e l’altro annuì. L’edificio non era mai stata una cattedrale, ma ne portava in qualche modo l’effetto, si poneva come un luogo sacro nel quale appunto tenere un comportamento consono. Di case diroccate, là in quella regione, ce n’erano ben poche, e le misere capanne in cui abitavano talvolta i girovaghi erano cose ben misere rispetto anche a quelle sole quattro mura sbrecciate che spuntavano dalla terra come dita di una gigantesca mano. «Ho se-sentito di-dire che c’è una st-stanza dove la po-porta è spra-sprangata, ma dove ci sarebbero mo-mo-molte cose interessanti.» annunciò sicuro Peter. «Chi te l’ha detto?» «Edmund, proprio ie-ieri. Credo fosse lui, io a-a-ancora co-conosco poco gli a-altri.» “Certo, come me. Beh, avrà avuto anche le sue ragioni, Edmund CapelliRossi”, là ognuno aveva il suo nomignolo. Lui era Jonas ScarpeRotte come l’aveva apostrofato il vecchio pianista Karl PigiaTasti, e il suo amico che ora aveva a fianco lo chiamavano Peter PocheParole. Anche quei soprannomi erano importanti, quando si era dimenticati da tutti in un mondo apertamente solo e dannatamente scabro, e l’unico appiglio era la propria identità – riconosciuta da tutti gli altri, qualunque nomea essi ti affibbiassero. Era pur sempre un nome, un qualcosa di tangibile cui aggrapparsi. I più sfortunati non avevano neppure un nome, erano paria tra paria, e per una scala sociale dove i gradini erano molto pochi, non era granché bello essere costretti a stare sul pianerottolo d’ingresso. «Andiamo in questa stanza, allora.» «La dovremmo tr-trovare subito dopo l’ingresso, la seconda po-po-porta sulla si-si-sinistra.» In pochi passi trovarono la porta. Sì, era chiusa a chiave, ma in qualche modo avrebbero potuto aprirla. Fuori, il sole era ancora alto in cielo: gli altri che erano tornati a mani vuote lo avevano fatto perché stava calando inclemente il buio, quel giorno, e vagare col buio pesto anche per fare poche centinaia di metri non era mai un’opzione ragionevole quando si viaggiava da soli e abbastanza sguarniti. L’avevano giudicato un posto di poco conto, e l’avevano abbandonato al loro destino, cosí come altri prima di loro avevano fatto per chissà quanti lustri. Se fossero stati capaci di leggere avrebbero colto la scritta sbiadita “magazzino”, e neppure i ragazzi sapevano leggere, ma evidentemente qualche cosa li aveva chiamati fin lì, se ora si lambiccavano in tutti i modi per aprire quella porta.

Dopo infiniti sforzi, essa in qualche modo si aprì. Poteva anche trattarsi di una serratura a tempo, ma anche questa cosa non sarebbe stata alla portata di ragazzi che la nozione più elaborata cui potevano ambire era distinguere una cesta di dieci mele da una di dodici pere e sommarle assieme. Vivevano d’istinto, con lo stesso istinto si erano dati da fare per scardinare la porta. Ne era valsa la pena: il magazzino era pieno zeppo di roba. Di ogni tipo, cibo liofilizzato, acqua, taniche di benzina, ma soprattutto elettronica, una matassa di cavi, e batterie, e vecchi schermi impolverati di macchinari astrusi che un tempo venivano chiamati computer ma che loro nemmeno sapevano cosa potessero essere. Ciò che casomai attirò l’attenzione di Jonas e Peter fu una sorta di visore, che a prima vista doveva essere ancora funzionante, seppur a stento; giaceva per terra, coperto da un telo – come un animale anziano, un falco abbattutto, per quanto da decenni oramai più nessun uccello solcasse il cielo. Era una cosa interessante da guardare. Jonas, il più curioso e meno pauroso dei due, si passò da una mano all’altra quell’aggeggio. Non aveva un aspetto troppo diverso da quello di un paio d’occhiali, sicché provò ad indossarlo come quegli orpelli. Era un visore, uno schermo indossabile, qualcosa di vetusto e da tempo dimenticato. Bastò un colpo assestato bene, ed una postura adeguata, e lo strumento si rianimò, non senza la sorpresa di Jonas e di Peter che lo osservava a bocca aperta, non sapendo che cosa avesse di fronte. “Devi sentire la vibrazione di queste corde, la disperazione che si allarga nell’aria come un vapore fetido, e capirai a cosa abbiamo rinunciato, che cosa è stato distrutto, che cosa abbiamo perduto per sempre.” gracchiava in qualche modo la voce nel visore. Voci, volti, una memoria elettronica malassemblata, o malconcia per gli anni (quanti?) trascorsi, nella polvere, freddo e buio di quelle rovine oscene. Chi è che parlava, dentro quella scatolina di vetro opaco? E cos’erano tutte quelle immagini luminose e colorate, seppure vagamente opache, vista la sporcizia dello schermo? “Questi sono i nostri sogni, benvenuti nel XXII secolo.”, gracchiò ancora malamente la voce nello schermo. A tratti, andava a veniva. Ma al di là di quelle parole, ciò che lasciava stupiti era il vedere cose mai viste: città dagli alti grattacieli, persone ben vestite ed indaffarate a muoversi con un visore appiccicato in faccia. Macchine volanti. Colori sgargianti. Piante, alberi, sprazzi di giardini e verde, acque e cascate. Piscine. Alte montagne inevate. <<Cosa vedi, Jonas?>> <<Delle cose assurde.>> “Non dimenticate di visitare la Terra, nel 2132.” raccomandò la voce prima che tutto si spegnesse. Jonas si sfilò il visore, lo riappoggiò al suo posto. Scuoteva la testa, con una scrollata di spalle disse a Peter che dovevano esplorare il magazzino e decidere cosa meritava esser portato al villaggio. Poi sarebbero tornati con calma e con piú persone. Quindi passarono altre ore a guardare nel visore, ogni volta erano immagini diverse ma mai simili a quanto potevano cogliere ogni giorno attorno a loro, ossia desolazione, trascuratezza, incuria, disagio. Prima che venisse sera, si rassegnarono a tornare da dove erano partiti, portando con loro un poco di cibo, acqua, benzina per il fuoco.

Quando fecero ritorno al villaggio, sempre così si potesse chiamare, non c’era più nessuno ad attenderli, a parte quel pianoforte sdrucito che evidentemente era stato considerato troppo pesante da trasportare. Se n’erano andati via, ecco tutto. Quando non c’era più niente da suggere, il gruppo di persone si allontanava in fretta e furia come un nugolo di locuste; quale direzione potessero aver preso non lo immaginavano neppure, i segni delle ruote di vecchie carovane e biciclette erano state subito cancellate dal continuo turbinare del vento. Ora erano rimasti solo loro due, Jonas CapelliRossi e Peter PocheParole. Ma alle Rovine avevano trovato un tesoro, ed ora, per un po’ di tempo ancora, potevano ben rimanere lì ed un giorno, un domani, avrebbero dato vita ad un’altra comunità di girovaghi, un altro gruppo di carovane. Prima o poi, il vento avrebbe mutato direzione, e da quelle ceneri, da quelle rovine, sarebbero rispuntati dei fiori, sarebbe rifiorita una civiltà.

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