Effetti postumi in cinque atti – quintum

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Redde rationem villicationis tuae

V. Piano inclinato

«Se tu metti una biglia su un piano inclinato, essa comincerà a scendere a velocità sempre maggiore. Poniamo che essa colpisca una tessera del domino, ecco che una dopo l’altra verranno giú tutte. Questo per aver semplicemente inclinato un piano, una piccola modifica, un’impercettibile spintarella o aiutino. Se non fosse stato inclinato, non si sarebbero mosse nè la biglia nè le tessere del domino. Ora, io cosa ho fatto, per mantenere il parallelismo con questi discorsi fisici, portandoli su un piano metafisico? Ebbene, tanti anni fa prestai una grossa somma di denaro a quell’uomo, chiedendogli solo di onorare i suoi debiti, un giorno, ed in qualunque modo, senza fretta nè interessi. Sapevo che sua moglie era incinta, mi son detto che sarebbe cresciuta una splendida ragazza, e l’unico modo che avrei avuto per portarla a me sarebbe stato far leva sul codice d’onore di suo padre. Certo, avrebbe potuto rifiutare di ascoltarmi, ma conosco troppo bene la mente umana per sapere che non l’avrebbe fatto. Però, vedi, alla fine gli effetti collaterali divengono tali da essere amplificati, dunque tu ora sei di nuovo qui da me per capire tante cose su di te e su Lea, mentre la tua ragazza non c’è, perchè ha deciso di emanciparsi una volta per tutte. Cos’altro potrebbe capitare?»

Era tornato dall’avvocato (del diavolo?), Johanatan. Il vecchio non era affatto stupito. Tira fuori una pistola, la pone sul tavolo. A prima vista, era un’arma vera. Carezzandola come un animale da compagnia, dice a Johnatan lì presente: «Guarda, qui c’è questa pistola. Puoi decidere di spararmi, per la rabbia, o di spararti, per la disperazione. Scegli bene, c’è un solo colpo in canna, e una seconda possibilità non è prevista dal manuale della vita difficile scritta dal sottoscritto.» «Tu sei un essere spregevole, sei malvagio. Sei il diavolo!» «Non bestemmiare, Johnatan: io non sono il diavolo. Io sono Dio. Perché posso decidere la tua vita e la tua morte, e sarai tu stesso a decretarla con questa pistola. Eccoti servito il libero arbitrio. Quindi fai bene la tua scelta, perché le conseguenze si devono valutare a lungo termine, come quella biglia che scivola sul piano inclinato fino a colpire la tessera del domino. E dopo? Dopo accadono cose che fuoriescono dal tuo grado di controllo, o di comprensione.» «Fottiti. Ora dimmi cosa devo fare per riavere Lea com’era prima.» «Ma te l’ho già spiegato l’ultima volta che ci siamo visti, che la tua ragazza è sempre stata così com’è ora, come tu la vedi, era un qualcosa di potenziale che è stato tirato fuori grazie al mio piccolo, inutile intervento. Senti la disperazione che ti scorre nelle vene, eh? Il cervello oramai ti scoppia. Anzi, vorresti quasi farlo scoppiare con quest’arma, dì la verità. Pensa che ti offro la soluzione a tutti i tuoi problemi, la chiave della tua prigione dorata, e tu mi abbai contro come un cane legato alla catena, senza capire che io ti sto portando la ciotola colma di cibo, che contiene il dolce sapore della libertà. Pensaci. Pensa bene a quello che fai.» Era passata una settimana dall’ultima volta che si erano visti; il ragazzo aveva infine fatto ritorno a casa, figliol prodigo, con più domande in tasca che risposte in testa, e questo suo bisogno di capire e comprendere l’aveva infine mosso a scegliere di tornare lì, come il tornare sul luogo del delitto, per l’innamorato dal cuore infranto o l’assassino dall’agire seriale. Era giovane, fosse sua discolpa almeno questo! Ma le parole non gli uscivano, d’in bocca, l’avvocato, l’uomo, il vecchio, il fotografo, tutto quel coacervo di identità assommate in chi aveva di fronte, gli bastavano forse per intimorirlo o metterlo alla sua mercede, o forse voleva assaporare il gioco della sfida, come solo i giovani possono permettersi di fare, credendo che loro possono tutto, loro devono tutto, loro vogliono tutto. Simbolicamente, era l’iconoclasta: sarebbe corso in Chiesa per abbattere l’idolo, se avesse potuto: ma adesso aveva davanti a lui il suo demone, poteva sempre afferrare l’arma e sparargli. Dopo, si sarebbero conclusi tutti i suoi problemi, in un attimo, e tutte le pene ed i dolori svaniti, bastava poco, un nonnulla, praticamente, e dopo sarebbe stato salvo. Perché non muoveva le mani?

«Sai cos’è che ti frena, Johnatan? La paura. La paura che blocca le tue dita e non muove la tua lingua. Hai paura, hai paura di diventare – anche te – ciò che già sei, hai terrore di scoprirti diverso, mentre allo specchio guardandoti vedresti solo te stesso. Hai paura delle tue azioni, hai terrore delle conseguenze delle tue azioni. Non fai nulla, aspetti che sia il resto del mondo ad agire, ma anche l’aspettare è un’azione, sai, il tuo continuo tergiversare, ti pone l’ultimo in lista, nessuno ti degnerà più d’attenzione, perché ti manca il coraggio, quel semplice coraggio che muove qualsiasi essere umano. Sai, anche l’uscire di casa ogni mattina per l’impiegato statale è un atto coraggioso – no, non ho detto rivoluzionario. La rivoluzione è fare ben altro, l’essere rivoluzionario è andare controcorrente al momento giusto, cogliendo il vento, e il mutare dei tempi, e scorgere da lontano l’avvicinarsi della tempesta, e capire che hai le carte giuste in mano da giocare bene.»

“Quando finirà tutto questo?” Si domanda il giovane, l’adolescente mancato, il bravo ragazzo. “Il coraggio! Il coraggio!” Gli martella in testa l’invocazione, la parola. Sente caldo, inizia a sudare copiosamente, forse sarà l’effetto di qualcosa che gli ha dato, di nascosto, quell’uomo, e non se n’è neppure accorto. «Lea dov’è…?», oramai è disperato, nel rivolgergli la domanda. «Ancora con questa domanda! Basta! Sai perché continui a cercarla nei posti sbagliati, la tua ragazza? Perché non riesci nemmeno a serbarla nel tuo cuore. Ecco dove sarebbe, se solo tu fossi…» «Io fossi…?» «Diverso da quello che adesso tu sei.» Il silenziò calò sui due come un drappo. Ma la pistola sul tavolo era una presenza ingombrante, e come solitamente si diceva, “se compare un’arma è perché verrà usata.” Gli manca il coraggio, al ragazzo; gli è mancato per esternare a Lea i suoi veri pensieri, gli manca in questo momento per mettere in pratica le sue reali intenzioni. Le provocazioni del vecchio continuano senza pace, ma ha smesso di ascoltarle, preferisce dare ascolto ai propri pensieri, che si tramutano in urli, tutto grida intorno a lui, non sa se il vecchio o lui stesso, o il rumore del traffico là fuori, lontano, ma anche lui si sente distante, da tutto e tutti, da sè in primis, e vorrebbe non esser mai entrato lì, non essersi mai ripromesso di vendicarsi, di essere quello che è, e non può cambiare. Non può cambiare nulla, nulla per davvero.

Alza, manco fosse un gesto ieratico, il suo braccio. Afferra quell’arma. Prende la mira, la sente gelida sulla pelle, senza pensarci due volte, spara. L’eco dello sparo rimbalza senza fine, come tante fotografie diverse colte nello stesso momento; come l’alternarsi degli attimi in un medesimo secondo; era o sembrava tutto così assurdo, ma era tutto dannatamente vero, reale, vivo. Il silenzio si fa netto nelle sue orecchie, vorrebbe uscire fuori ma non lo fa, rimane lì, tanto, prima o poi, sa che finirà tutto questo, o è già tutto finito, dissolto, come l’eco di un urlo gridato nella valle, che nessuno ascolta, a cui nessuno in fondo importa.

Il vecchio non si è mosso. Non è neppure morto. Johnatan si porta l’arma alla tempia, spara una seconda volta. Il rumore è ancora fragoroso, il suicidio doppiamente mancato, e l’irrealtà beffarda che nel suo irrompere nella stanza vi esplode tutt’intorno, lasciando come scia un acre odore di bruciato, di fuoco d’artificio. «È carica a salve.» lo canzona l’avvocato, con un ghigno letteralmente diabolico. «Adesso, per l’ultima volta, vattene. Perché la prossima pistola non sarà caricata a salve, e non la poggerò sul tavolo, sappilo bene, ragazzino.» senza aggiungere altro, si alza, si allontana, esce di scena. «Là fuori, da qualche parte, c’è la tua ragazza che ti aspetta. Raggiungila, prima che sia troppo tardi. Non fare gli stessi sbagli che ho fatto io.» chissà quali erano, gli sbagli che aveva fatto l’anziano, nella crudele lucidità che gli avevano imposto gli anni trascorsi alla ricerca di un riparo da tutti i rimpianti che aveva avuto, ma a Johnatan non interessa, stavolta esce per davvero da quel locale sperduto e dimenticato dagli déi di cielo e terra, non si sente solo, questa volta, non si sentirà più solo. Da qualche parte c’è lei, ne segue la scia di profumo leggero.

Sorride, felice del suo coraggio. Adesso era tutta una via in discesa, come su un piano inclinato. Si mette a correre: per dove, lo sa solo lui.

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