Una vita in ventiquattro mosse di scacchi / 21

Photo credit: @luciocampiani

“Nell’intensità emotiva, giocatore e gioco coincidono.”

(Carl Gustav Jung, ‘L’albero filosofico’)

21. 0-0

Arrocco breve.

Negli scacchi, l’arrocco è una mossa abbastanza inevitabile, in ciascuna partita che si rispetti. Occorre avvenga al momento giusto, nè troppo tardi nè troppo presto, e può compiersi solo se determinate condizioni di gara (es. nessun pezzo frapposto tra Torre e Re) e tecniche (es. si deve toccare per primo il Re anziché la Torre) vengono rispettate. È l’unica mossa della partita nella quale si muovono due pezzi e nella quale il Re, solitamente inibito, può permettersi uno spostamento di ben due caselle. Insomma, è un unicum. Nel 1972 i Gran Maestri degli Scacchi affrontarono il tema del paradossale arrocco Pam-Krabbè, secondo il quale il Re poteva arroccare con un pedone promosso a torre sulla stessa verticale: in seguito, le regole furono rese ancora più stringenti, affermando che l’arrocco era possibile solo sulla stessa traversa dei due pezzi. In verità, non si ebbero mai partite con tale arrocco paradossale, e rimane comunque la discrezione personale dell’arbitro riguardo casi dubbi. Ad ogni modo, si può affermare che l’arrocco, breve o lungo che sia, rappresenta veramente una mossa che si può compiere una volta sola, come certe occasioni uniche ed irripetibili che capitano nella vita.

A tal motivo si parla di quelle (rare?) volte in cui ci si trova ad essere la persona giusta nel momento giusto: è un momento unico, irripetibile, una di quelle mosse che si possono compiere una volta sola. Ad esempio quando si incontra ad un bar una persona che poi entrerà nella propria vita: non si voleva andare, il tempo era brutto, la musica indecente, il locale sconosciuto, ma qualcosa ha spinto a mettersi la giacca, uscire malgrado la pioggia, anche se da soli, rifugiarsi in quel locale e incrociare al bancone chi avrebbe fatto poi battere il cuore per settimane, mesi, magari anni a venire. Si imbracciò il coraggio e si ruppe il ghiaccio: il resto della storia sarà narrata nelle foto appese alle pareti del matrimonio, e dei bambini piccoli. Troppo fantasioso? Allora basti pensare a quella volta che bisognava essere in più persone, per fare una certa cosa, ma qualcuno ha tirato pacco, e ci si ritrova solo in due. Da quel momento in poi è nata una bella amicizia, o una relazione occasionale. Troppo difficile? Allora consideriamo quelle giornate di fine estate in cui era la prima volta che si andava in un tal posto, come un rifugio di montagna o una città di provincia, o a seguire un convegno noioso se non un matrimonio come parente di quinto grado dove si conosce piú facilmente il cameriere del catering anzichè il lontano cugino, ed all’improvviso capitava sotto mano una di quelle occasioni veramente uniche ed irripetibili, ovvero l’incontro con una persona speciale, eccetera eccetera. Può sembrare troppo mieloso? Carl Gustav Jung e la sua allieva Marie-Louise Von Franz (cfr. suo “Divinazione e sincronicità”) hanno affrontato il tema delle cosiddette “coincidenze significative.” In forma astratta, tali coincidenze consentono a Re e Torre di muoversi nello stesso momento, entrambi di due caselle, e trovarsi l’uno a fianco all’altro, in reciproco sostegno, supporto. Sarebbe potuto accadere altrimenti, è vero, ma con una più lunga serie di mosse, in un tempo molto maggiore. Qualcosa ha catalizzato l’intero processo, permettendo un rapido compiersi dell’arrocco.

Quando nella vita reale accadono delle coincidenze significative, si potrebbe dire che l’inconscio collettivo e personale sono più che mai ricettivi, in quel momento. I simboli sembrano piovere dal cielo come epifanie. Eventi fortuiti diventano sempre più frequenti. La tensione aumenta, diventa palpabile. Sulla scacchiera, il giocatore muove in contemporanea due pezzi, spiazzando l’avversario meno esperto, che magari si aspettava tutt’altra mossa, tipo quella di un pedone che avanza di una sola casella, timidamente. Nella vita reale, a posteriori, se ci si mette a pensare su determinate vicende che hanno condito la propria esistenza, si potrà considerarle come accadimenti che, studiandone le possibili alternative e marchingegni, mai avrebbero potuto ripetersi uguali. Analogie si possono trovare nella serendipità, ovvero nel trovare per caso tutt’altra cosa da quella che si stava cercando: tale termine deriva dalla città di Serendippo, da cui tre principi in una fiaba persiana provengono e, nel loro cammino, si trovano sempre a trovare cose di tutt’altro genere rispetto a quanto da loro cercato. Nel mondo moderno, si può pensare alla scoperta della penicillina, o della dinamite. O del cercare il proverbiale ago in un pagliaio e trovarvi la figlia del fattore, come ironicamente preferiscono dire altri. L’arroccare nelle proprie posizioni sta però a significare anche che ci si mette sulla difensiva: contro che cosa? Contro gli infiniti strali della vita, mutuando Shakespeare ed il suo monologo amletico? Gli amori non andati a buon fine, le amicizie perdute, le occasioni mancate… La vita a volte ti ha preso a schiaffi, anziché rispondergli con una pernacchia ti sei rintanato in un cantone, leccandoti le tue ferite. Sì, si può fare, per un po’ di tempo, finché il contesto non permetta di tornare all’aperto, alle luci della ribalta. Anche perché, altrimenti, la questione è un’altra: si può vincere stando sempre sulla difensiva? Prima o poi tutte le barriere cadranno, perché il mondo là fuori è brutto e cattivo, non guarda in faccia a nessuno e l’animale debole è la prima preda cui puntano i cacciatori.

Se negli scacchi è vero che occorre difendere il Re, sembra che gli altri pezzi non meritino analoga importanza (a parte la regina, il pezzo forte e dall’attacco micidiale). Alla fine, paradossalmente, il Re è sì il pezzo unico cui si può dare scacco e la cui sconfitta o abdicazione pone fine alla partita, ma in fondo non è nulla di diverso da un pedone, per come si può muovere. Sì, ha più liberta di azione, ma forse si dà troppa importanza, si è messo su un piedistallo, assegnandosi una ben puerile corona di cartapesta, tuttavia rimane sempre sulle sue, sta sulla difensiva, si è arroccato nelle sue megalomanie e, quando finisce sotto scacco matto, è perché non può più muoversi. Anche se in fondo, è l’unico pezzo che non viene mangiato. Forse perché troppo indigesto, per quel che se la tira sempre. E, quando si offende, arrocca, sbatte la porta, non vuol più vedere nessuno. Il lavoro sporco lo facciano gli altri, anziché lui: in fondo, è il Re.

***