Dis-simulazioni in sedici bit (1101)

Photo credit: free photo pexels.com

Ribaltamento di prospettiva.

“”Avete trascurato soltanto una cosa, signore” ella disse. “Nessun fuoco mi arde, e dubito che possa ardere mai più. Non portate una lampada per me…e speravo che la portaste. Sono venuta stamane ad assicurarmene. E ho sentito le vostre parole così spesso, a Parigi e a Cordova. Sono stanca di queste parole che non cambiano mai. […] Pensavo cose straordinarie di voi un tempo; finiste col diventare una bronzea figura della notte. E ora…vi scopro ciarliero, un tornitore di dolci e ben costrutte parole, ma detto con una certa goffaggine. M’accorgo che non siete affatto un realista, ma solo uno strimpellatore di serenate. Volete sposarmi…proteggermi. Tutti gli uomini, meno uno, hanno voluto proteggermi. Comunque, sono più in grado di proteggermi da me di quanto lo siate voi. Dal mattino del mio primo ricordo sono stata saturata di frasi fino alla nausea. Sono stata ricoperta di dolci epiteti e di vezzeggiamenti. Gli altri uomini, come voi, sentivano il bisogno di giustificare la loro passione ai loro stessi occhi. Essi, come voi, dovevano convincersi, e insieme convincere anche me, di amarmi.””


(John Steinbeck, ‘La Santa Rossa’)

“Ti odio.”, pensava. «Ti amo.», diceva. «Ti odio davvero.», diceva. “Veramente, ti amo.”, pensava. Di odi e amori aveva trattato già un certo Catullo in anni non sospetti. Odio ed amo, e non so perché lo faccio, eccetera eccetera. Le contraddizioni della propria mente, le battaglie interiori che portava avanti, giovane ma non più giovane affrontava così le sue giornate, inquieta, con il sonno difficile, le medicine scalate piano piano, il buon vino versato abbondantemente nel bicchiere. Parlava con il cervello, mentiva con il suo corpo, perché esso arriva sempre prima della mente, agisce per automatismi o per bisogni atavici. L’amore era giunto sempre dopo, nella sua esistenza; prima, c’erano state ben altre cose, che se affermava di essersi gettata alle spalle da un pezzo (“è così, ora è una cosa archiviata”, ripeteva sicura alle sue amiche, quando si vedevano negli infiniti pomeriggi da passare davanti ai reciprochi specchi, contandosi le rughe e gli amanti), nella sua realtà più intima non aveva mai abbandonato del tutto, anzi: le aveva inglobate, come un parassita, come un tarlo, come una spina che non avrebbe mai più tolto. Pertanto, beveva. Un goccetto, ogni tanto. O due. O anche tre, perché no. Tre di fila? Ma facciamo quattro, tanto non se ne accorge nessuno. Scioglie la mente, rende più euforici ed allegri, favorisce il sonno, perché no? E poi, dopo aver buttato giù l’ultimo sorso, si ritrovava in un angolo della stanza, fredda e nella penombra, a piangere in silenzio senza alcun motivo, o per un mondo di ragioni.

Una sera chiamò il suo ultimo amante, un uomo bolso sulla cinquantina, ricco abbastanza per poter andar fuori a mangiare almeno due o tre volte a settimana, a volte con la moglie, altre con lei stessa. Ad ogni modo, questo per lei non era abbastanza, era brutto essere il ripiego per qualcuno, esser chiamata al bisogno, ricevere le attenzioni in maniera centellinata, sempre che le ricevesse. No, non era abbastanza. Glielo disse chiaramente, e fu a quel punto che lui buttò giù il telefono. Provò a richiamarlo, ma suonava a vuoto. Provò una terza volta, ma risultava staccato. Basita, iniziò a girare per la stanza senza pace, avvertendo il freddo nelle ossa – era il momento di accendere i caloriferi, forse, si disse – e lasciandosi andare ad una bevuta in solitaria, tanto chi poteva vederla? E chi poteva biasimarla? Quando si finisce soli, ad una certa età, sei fuori dai giochi, e le uniche compagnie possibili sono tre: le amiche di una vita; una qualche bottiglia mezza piena; amanti attempati con la voglia di sgranchirsi le ossa e togliersi degli svizi. Rassegnata, ci si era abituata a questo modus operandi, negli anni ci aveva fatto il callo, e la semplice constatazione che era nella realtà dei fatti una persona veramente sola e senza discendenza alcuna non la turbava più. C’erano ben altri pensieri, semmai, cui dovesse star dietro. O problemi passeggeri: quell’uomo con cui stava scambiando il suo tempo, sarebbe crudelmente uscito dalla sua vita? Lo avrebbe dimenticato per sempre? Sarebbe passato ad un altro, non appena avesse avuto l’occasione di mettere il naso fuori, respirando aria nuova e pulita?

Alla sera, il telefono squarciò il silenzio fitto con un trillo da uccellino. Era lui. Rispose subito. Ascoltò scuse meschine e giustificazioni assurde, all’altro capo del telefono, condite da promesse insostenibili e ripensamenti abietti. Eppure, non ci badò. Era raggiante, e questo era più che abbastanza, per lei. Rispose con un “certo”, prolungando le vocali con una vocina falsata di almeno mezzo tono. Si sarebbero visti a breve, e lui, giurava, avrebbe sistemato ogni cosa con la sua, presto ex-, moglie. «Anch’io. Ti amo anch’io.» rispose prima di chiudere la telefonata.

Il giorno dopo, e quelli a venire, nessuno si presentò alla sua porta. Nemmeno quell’uomo dai modi tanto gentili. Tuttora si chiede dove possa aver sbagliato.

***