Dis-simulazioni in sedici bit (1100)

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Codice Arepo

“Con parole diverse dire la stessa cosa, sempre la stessa. Sempre con le stesse parole dire una cosa del tutto diversa, o la stessa in modo diverso. Molte cose non dirle, o dire molto con parole che non dicono niente. Oppure tacere in modo eloquente.”

(Hans Magnus Enzensberger, ‘Opzioni per un poeta’)

«Dovresti venire a vedere una cosa.» gli disse l’astrofisico dopo un’intera nottata passata a decodificare dati provenienti dallo spazio profondo e ingollare un quantitativo spropositato di una brodaglia dal poco veritiero nome di “caffè”. Il prezzo da pagare per ottenere un risultato inatteso? Poteva darsi. Il proprietario della voce che aveva appena parlato non cercò neppure con lo sguardo il suo interlocutore, semplicemente teneva gli occhi fissi sullo schermo. Cercava di capire se fosse uno scherzo di cattivo gusto o se all’improvviso lo spettacolo potesse malauguratamente finire lì. Il suo collega giunse non troppo rapidamente; era stanco anche lui, e l’intera giornata si prospettava alla fine infruttuosa, e mal spesa. «Silenzio, tanto silenzio. Lassù in cielo ci biasimano, mi sa.» commentò con un velo di sarcasmo. Erano anni che le loro indagini si rivelavano puntualmente un nulla di fatto, ma i fondi governativi venivano elargiti sempre, a volte un flusso continuo a volte centellinati appena, a seconda dei risultati. Da qualche anno a questa parte, era la seconda possibilità quella piú vista. Goccia a goccia… E si poteva proprio dire che brancolavano nel buio. Stavolta però sembrava ci fossero novità. Infatti, il più vecchio dei due, nonché più esperto, annunciò con una finta allegria: «Non credo proprio. Guarda qua.» Gli mostrò quello che a prima vista pareva un segnale morse, intervallato a canzoni degli anni ‘30, più alcune parole pronunciate in maniera incerta, da una voce roca o crudele. E la cosa si ripeteva in loop. «Un effetto rimbalzo, ora spegni tutto, dopo trenta secondi riaccendi e poi andiam…» «Un effetto rimbalzo da una stella distante una decina d’anni luce? Senza nessun ostacolo in mezzo? E sono un paio d’ore che va avanti questa sciarada.» «Ti dirò, occorrono studi approfonditi per questa cosa, e poi lo sai…» «Ascolta qui, senti: “Sator Arepo Tenet Opera Rotas”, ripetuta più e più volte, senza spazi né punteggiatura. Da farsi venire mal di testa. Sembra quasi un radioamatore che cerca di sintonizzarsi sulla frequenza giusta, presente? Quando si gira e rigira la manopola cercando la stazione giusta, il segnale migliore…E così cercano di sintonizzarsi sulle nostre stesse lunghezze d’onda, mi vien da dire.» «Credo siamo abbastanza stanchi entrambi, per poter ragionare lucidamente su una cosa del genere. Occorrono degli esperti in materia, nei prossimi giorni contatto quelli dei piani alti, e vedrò cosa se ne può fare.» «Oggi sarebbe meglio.» «Innanzitutto…oggi, è notte. E poi, siamo in un giorno di festa. Tu pensi che ci sia qualcuno, sveglio, là nei palazzi cittadini, ad attendere una telefonata notturna da parte di un laboratorio malmesso ed abbarbabicato sulle montange? Dài…»

Lui si rassegnò all’attesa, tanto aveva aspettato tanti di quegli anni prima di racimolare un qualcosa di concreto. Ricordava ancora il picco di entusiasmo quando in quel laboratorio lui era il piú giovane, in squadra c’erano almeno altri quattro membri specializzati, ed avevano fatto festa fino a notte fonda avendo captato un segnale che…beh, quella era un’altra storia, condita da un’inoppugnabile segreto militare. Dopodichè, era calato il silenzio. Fino a quel momento. «Bisognerebbe provare a inviare un messaggio e vedere che tipo di risposta giunge. E quando.» propose l’astronomo che ora era diventato il “capo” di quel laboratorio, ma i fondi erano stati drammaticamente tagliati, e così il personale, e la festa era finita: ogni tanto, ovvero due giorni a settimana, veniva il suo collega, più nelle vesti di qualcuno che gli potesse fare compagnia anzichè affiancarlo nelle sue ricerche oziose. Sarebbe stato capace di lavorare anche da solo, ad occhi chiusi. Quello che non sarebbe stato capace di sopportare, invece, era la solitudine continuativa, in compagnia casomai delle mute stelle, lassù in cielo. Invece era affiancato, ogni tanto, da una persona più giovane; non chè fosse meno esperta, ma teneva certamente di più i piedi per terra. Come aveva fatto poc’anzi: davvero lui, dall’alto dei sessant’anni che aveva racimolato, poteva permettersi di credere che da qualche parte più a valle passassero le notti in bianco in attesa di un qualche cenno da parte sua, là sulle montagne? La vita procedeva per salti e balzi, non certo per il piattume di noiose giornate trascorse a fare cose sempre uguali, come leggere e rileggere i segnali radio elaborati da computer avanzati. «Potrebbe essere un segnale radar.» la buttò lì il più giovane. «Sono loro che stanno scrutando il cielo e ci stanno guardando, non noi. Sono loro che ci spiano, di nascosto. Forse,» deglutí a fatica «…forse dovremmo spegnere tutte le nostre tecnologie di ricerca, altrimenti sembriamo come un faro nella notte.» A parlare era più la stanchezza che la lucidità. L’altro non capì se era sarcasmo o assoluta serietà. Poiché spesso e volentieri la verità si celava nell’ironia, gli rispose con una certa dose di pragmatismo: «Nel qual caso, vediamo fin dove si spingono. Perché se spegniamo tutto, non saremmo più in grado di captare nulla, e chi si è visto si è visto. Adesso andiamo a dormire, come consigliavi poco fa, ma domani mettiti alla ricerca di chi ne sappia qualcosa in merito a messaggi dallo spazio profondo che sembrano scritti in aramaico.» Aramaico, la lingua della bibbia e della buona novella. Perché gli era venuta in mente quella cosa? Aramaico… Appunto: non era forse scritto che i testi sacri erano stati dettati dagli dei del cielo? E allora, perchè no? Magari erano proprio quelle divinità del cielo, invocate per millenni e mai in ascolto, che adesso, in pieno sviluppo tecnologico, decidevano di farsi vedere. O di ritornare sulla Terra, per chi ci credeva. Fossero stati a inizio dell’anno nuovo, avrebbe potuto proprio parlare di un’epifania.

Il giorno seguente si ritrovarono nello stesso posto, davanti allo stesso schermo, stavolta più attenti al minimo scarto, alla prima anomalia. D’istinto, l’astronomo più giovane teneva incollato il cellulare all’orecchio, sperando che qualcuno in città rispondesse, prima o poi. A costo di far suonare a vuoto quei telefoni per tutta la giornata. Alla fine, riuscì a trovare udienza, e all’ascoltatore dall’altro lato dell’apparrechio spiegò pazientemente la cosa, senza lesinare alcun dettaglio. Si misero d’accordo per far venire un esperto linguista quel pomeriggio stesso. Così fu: un vecchio professore si presentò alla porta del laboratorio perfettamente puntuale. Sembrava uscito da un film in bianco e nero o da una biblioteca polverosa, indossava un cappello tirolese con piuma, un pesante cappotto di lana conciata, una pipa di radica come contorno, ovviamente spenta. Salutò con un cenno entrambe le persone lì presenti, si diresse allo schermo del computer che continuava a trasmettere senza sosta quella tiritera. La guardò per un tempo indefinito, senza neppure muoversi, probabilmente senza nemmeno sbattere le ciglia. Alla fine, schiarendosi la voce, diede il suo responso: «Sator arepo tenet opera rotas. È un acrostico latino, una frase palindroma.» disse paziente lo studioso. La linguistica era il suo campo di studio. Lingue vive e lingue morte, artificiali e naturali, umane e non. «Questo lo sappiamo.» dissero all’unisono i due astronomi. «Ma cosa vorrebbe significare, in soldoni?» «Niente di particolare. Anche la traduzione non è eclatante: questo seminatore “arepo” che, col proprio carro, governa le ruote. Ma ci sono tante altre interpretazioni e traduzioni, spingendosi fino a significati cabalistici o all’anagramma del Pater Noster. Da parte mia, la vedo più come un abile gioco di parole, nulla più.» Beh, in un certo senso la religione entrava comunque in gioco, valutò l’astronomo che aveva scoperto quella scritta infinita. «E Arepo chi sarebbe?» chiese. Magari era il nome di una divinità. «Nessuno. Una parola inventata di sana pianta per riempire il palindromo. Non è neppure un nome, è una semplice stringa di cinque lettere. Poi, certo, ci si spinge su interpretazioni di qualunque tipo anche per questa storia, ma posso dire che la vulgata ufficiale assegna a queste cinque parole di cinque lettere la stessa importanza che oggi si potrebbe dare ad una rubrica della settimana enigmistica.» «Finita qui?» «Finita qui. Avete fatto bene a chiedere una mia opinione, ma secondo me questa…» concluse indicando lo schermo piatto del computer, che continuava alacre il suo lampeggiare lettere su lettere «…è una burla di una qualche stazione radio nelle vicinanze, oppure un errore del computer. Anche le macchine raggiungono una certa età, come noi vecchi professori.» Gli altri due si trattennero dall’aggiungere altro. Tutti e tre rimasero accorti a fissare quelle parole lampeggianti sullo schermo, che si ripetevano senza fine: “satorarepotenetoperarotas”. Speravano in una qualche risposta, che però non giunse. Il professore allora, onde evitare di aver fatto un giro a vuoto, disse che si sarebbe fermato un attimo per fare due chiacchiere e guardare il panorama, se non avevano nulla in contrario. Col più giovane si trattenne a parlare di calcio, essendosi scoperti tifosi della stessa squadra. Quindi si avviò a fare una lunga passeggiata tutto intorno al cucuzzolo, per respirare aria pulita, che in città era cosa rara. Quando fece ritorno era passata più di un’ora, e iniziava ad intravedersi la sera; disse che era tempo di tornare a casa, per lui. Anche il giovane astronomo aveva voglia di tornare a casa sua, disse che approfittava magari di un passaggio e, dopo aver salutato cordialmente l’astronomo più anziano, si misero entrambi sulla via del ritorno. Per loro, la questione di quel “codice arepo” era bella che risolta, ed archiviata. L’unico a non esser d’accordo era chi era rimasto lassù, e sentiva che c’era un ultima verifica che poteva sempre fare. Fosse andata a buon fine, sarebbe rimasto tutto il fine settimana lì, altrimenti il giorno dopo avrebbe smontato armi e bagagli per tornare anche lui a valle.

“Allora…” pensò guardando il computer, ultimo modello con una potenza di calcolo estrema. “…adesso ti darò da mangiare un sacco di dati. Buona digestione.” Ed iniziò a picchiettare sui tasti del Pc. “Proviamo per numeri primi: satr areo tent rots astra ero tento stra”. Gli venne in mente un’altra cosa, dopo quello che aveva detto il linguista. Aveva parlato di un carro, e, tra le stelle là fuori, lui che di astronomia se ne intendeva più che abbastanza… “Il Carro! Il grande carro, la costellazione dell’Orsa Maggiore. La stella polare.” Che coordinate aveva? Cercò sulla mappa del cielo. Inserì pure quei dati. Quindi scribacchiò altri appunti, poi subito cancellati, e quelli che non cancellava trascriveva diligentemente nel terminale. Cifre e dati, cifre e dati, che si sommavano a quella ridda di lettere e parole, lettere e parole. Andò avanti di buona lena, per almeno un paio d’ore. Infine, stanco, si abbandonò al sonno violento, appoggiando la testa sulla scrivania. Il ronzio del computer al lavoro lo servì come una ninnananna. I dati vennero elaborati tutta la notte, senza sosta. Alla prima mattina, come una sveglia giunsero i primi risultati. Il responso sembrò essere abbastanza chiaro: “ero tra le stelle, tento una strada”; “ero tra le stelle, tento una strada”; “ero tra le stelle, tento una strada”. Ovviamente, l’essere umano cercava di vedere forme dotate di senso in ogni cosa, ad esempio quando osservando le nuvole in cielo vi scorgeva volti umani. Ma i computer non ragionavano come gli uomini, semplicemente elaboravano stringhe di dati, senza coscienza alcuna se non gli automatismi da loro posseduti. E questa, a prima vista, aveva tutta l’aria di essere un messaggio di aiuto, o di ricerca su una mappa. L’astronomo cercò di racimolare tutte le idee possibili. Ricerca su una mappa…afferrò la mappa celeste. “Di che cosa? Di una via. Per dove? Per un’isola nel mare, se tu fossi un marinaio. Bene. Quanti pianeti abitabili si trovavano sulla direttrice di quel messaggio?” Tracciò una linea immaginaria sulla carta del cielo. La Terra era il pianeta più vicino. “E se fosse una specie di richiesta di aiuto, una sorta di sos di chi sta naufragando?” Per l’appunto, i messaggi di s.o.s si ripetono sempre uguali a sé stessi, nella speranza qualcuno li possa intercettare e correre in aiuto. Senza dimenticare che nello spazio aperto di scialuppe di salvataggio ce ne sarebbero state ben poche. E se la terra poteva essere un faro, come aveva vagheggiato il suo collega la sera prima? Allora c’era bisogno di un guardiano, del faro, e quel ruolo non poteva che competere a lui, ora. Decise che non poteva ignorare altrimenti quel segnale, e lambiccò per rispondere alle stesse frequenze, con le stesse parole. «Sator. Arepo. Tenet. Opera. Rotas.» Il codice arepo, così lo avrebbero chiamato nei libri di storia se fosse successo qualcosa di spettacolare…

Passarono un’altro giorno ed un’altra notte. Si era rassegnato a rimanere lì, la curiosità era troppa per vedere come sarebbe andata a finire quella storia. Il resto era abbastanza ripetitivo: la stringa di parole che venivano inviate, con pazienza venivano rilanciate al mittente. Un modo come un altro per dire “sì, ci sono, e ti ascolto.” Oppure un non-sense di proporzioni gigantesche, chissà. Di fatto, ad un certo punto, al tramonto del terzo giorno, una strana sensazione cominciò ad impadronirsi di lui. All’esterno, era calato un silenzio pesante, come di attesa spasmodica per un qualche evento speciale. Le parole smisero di arrivare, di botto. Il computer rimase impassibile, lui un po’ meno. Un’inquietudine leggera cominciò ad impadronirsi di lui. “Ma perché…? Perchè stanno arrivando, me lo sento.” Avrebbe voluto aggiungere, ‘sono qui per me’, ma sarebbe stato un pensiero troppo solipsistico. Certo, lui solo poteva definirsi il navigatore, il guardiano del faro, chi aveva insegnato loro la strada. L’euforia sostituì l’inquietudine: non era solo, lui, ed avrebbero presto compreso, gli altri, che non erano soli neppure tutti gli abitanti di quel pianeta. La galassia, se non l’Universo intero, pullulava di vita come una grande stanza che sembra vuota ma le pareti erano intrise di muffa e l’aria satura delle loro spore. Mai fermarsi alle prime apparenze, insomma. Mai. Guardò di nuovo allo schermo, i terminali parevano tutti impazziti in una gioia senza fine. Lampeggiavano scritte, e codici, e numeri. Niente più sator arepo, quelle erano state l’antipasto praticamente insipido. Ora in tavola arrivavano le portate migliori e più suntuose. Sembrava la danza di lemmi e frasi attorno al fuoco, o qualcosa di dannatamente simile ad esso. Si sentì raggiante. Non c’era spazio per la finta modestia, in quel momento: se un giorno fossero arrivati lì, sarebbe stato tutto merito suo. “Anzi, sono già qui”, si disse guardando fuori dalla finestra. “Quello che volevano dire era più o meno: “Stiamo arrivando.” Difatti, eccoli.” Si pentì di non avere al suo fianco il suo giovane assistente, o il vecchio professore di lingustica, così scettici al riguardo – beati quelli che pur non avendo visto crederanno, gli salì alle labbra con un piglio di orgoglio. Il buio si stava riempendo di migliaia di luci nel cielo, come se tutte le stelle stessero convergendo proprio lì, esattamente su di lui. Ma non erano affatto stelle, erano quanto di più simile a delle navi spaziali. “Speriamo solo non siano ostili.”, mormorò spegnendo il computer, al colmo della tensione. Bene, avevano cercato una strada, quella via l’avevano trovata. Le luci al di fuori si fecero talmente luminose dal costringerlo a spegnere quelle della stanza. E, per la prima volta dopo decenni, iniziò a pregare. Da bambino, in certe cose ci credeva, poteva sempre riprendere da dove si era interrotto una volta. Già gli antichi elevavano preghiere alle divinità ultraterrene, perché non poterlo fare anche lui? Sempre non fossero costoro, gli dèi del cielo. Che arrivavano in pompa magna. Tutto quel trambusto che iniziò a formarsi, lo stesso di aerei che atterrano, lo attirò all’esterno. Uscendo fuori, la sua preghiera si fece ansiosamente più forte. Avrebbe voluto gridare.

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