Le cinque stanze – D

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Accadono come simili – ma non uguali – in queste cinque stanze di un mondo senza troppe pretese. Si può andare da una stanza all’altra, ma solo se le porte sono aperte; altrimenti bisogna attendere che ciò accada. Apparentemente, nessuno controlla le porte. Forse il vento, o la dimenticanza, le lascia talvolta aperte. Altre volte, esse si spalancano comandate da argani invisibili, controllati da chissà chi, e chissà come. Per il resto, il mondo si avvicenda come tutti gli altri mondi, con le incombenze quotidiane, gli amori che non vanno a buon fine, le nascite insperate e gli incontri fortuiti.

“Il n’y a pas de Paradis, mais il faut tâcher de mériter qu’il y en ait un.”

(“Il Paradiso non esiste, ma dobbiamo cercare di meritarcelo comunque.”)

(Jules Renard, ‘Journal 1887-1910’)

Una porta sul giardino segreto.

“Vi chiamerò Adriano ed Evelina.” la voce giunse distorta. Gracchiava come quelle voci da altoparlante che reclamano servizi a prezzi scontati o l’arrivo del circo in città. Scoprirono di non essere soli, lui e lei, anche se avevano pianto parecchio, quelle notti al freddo, a digiuno, e il tempo che passava con la stessa lentezza estenuante di un dolore che non vuole andarsene via. “Ed io sarò il vostro dio.”, concluse la voce prima di disfarsi nell’umidità dei corridoi. Una porta si agitò sui suoi cardini, prima di consentire ad un barlume di luce di intrufolarvisi in mezzo; quindi un’altra porta si mosse con estrema lentezza. Fiat lux, aveva detto quel dio, e così era stato. Evidentemente, quelle stanze non erano prive di porte come sembrava all’inizio; semmai, esse si potevano aprire solo se qualcuno determinava lo facessero. Altrimenti sarebbero rimaste chiuse, e impossibili da distinguersi dal resto delle pareti ov’erano celate. Un’illusione ottica per menti semplici, prigioni della mente dalle quali si poteva uscire solo con le chiavi: paradosso era che si avevano tutte le chiavi, ma mancavano le catene, che erano dunque da forgiare. In saecula saeculorum.

Dal buio emerse così la luce. Entrambi, in stanze diverse, si portarono le mani agli occhi. Un uomo e una donna, in due stanze situate nell’ala est del palazzo. Quasi due giorni e due notti passati in quel posto assurdo e infernale, privo di punti di riferimento. La voce giungeva in entrambe le stanze, contemporaneamente. Il silenzio abitava in quel luogo, in tandem con la luce, e la voce. Tutto il rumore del mondo esterno era passato, spazzato via da forze invisibili – le stesse che muovevano le porte? E decretevano la luce? E le loro libertà? –  e anche il cielo era terso. Era prima mattina, difatti la luce entrava con prepotenza dalle finestre rivolte ad oriente, e quei due giovani si fissavano, loro stessi e l’un l’altro, non senza sorpresa. Erano stupiti che, di punto in bianco, tutto fosse cambiato: le loro possibilità, le loro vicisittudini, le loro situazioni. Se fino a qualche minuto prima si sentivano persi e impriogionati, adesso capivano che c’era una possibilità, un’occasione, un indizio da seguire, un percorso da perseguire, ed un oppressore da perseguitare. Aspettarono qualche ora prima di rivolgersi la parola, affinché evaporasse la reciproca diffidenza.

“Mi chiamo Alessandro.” Disse il giovane. “Io sono Giulia.” Disse la ragazza. Erano praticamente coetanei. Rotto il ghiaccio, iniziarono a parlarsi l’uno sopra l’altro riguardo al fatto che, improvvisamente, si erano ritrovati laggiù e “ero con i miei amici” “le mie amiche” “e mi sono improvvisamente trovato quaggiù” “Avevo notato una porta aperta” “qualcuno mi ha chiamato” “ho sentito come un richiamo, da qua dentro” “un invito” “un’invocazione d’aiuto” “un grido di pena, un lungo lamento” “una sorta di risata” “una specie di pianto” “e poi c’era qualcuno” “in effetti qualcuno c’era” “un ragazzo” “un bambino” “una giovane persona” “un uomo” “insomma, su questo siamo d’accordo: qualcuno ci ha chiamato qui” “esatto” “ma siamo entrati con la nostra volontà” “tu dici?” “In fondo nessuno ci ha costretti.” “Perché, siamo mai veramente costretti a fare qualcosa, noi?” “semmai dovremmo chiederci se siamo mai veramente liberi.” “Sono discorsi troppo filosofici per la situazione in cui ci troviamo” “è un modo per contrastare questa assurdità, non pensi?” “Sei ancora lucida, per fare certi ragionamenti.” “La stanchezza affina l’ingegno” “Il bisogno” “Di necessità virtù” “Parli anche per proverbi?” “Non è un proverbio, è una locuzione” “Come ti pare.” “Non hai freddo?” “Io no, te?” “Non tanto. Perché non proviamo ad uscire?” “Ho paura di muovermi” “Anche io, ma se non ci spostiamo dal di qua, magari queste porte tornano a chiudersi e quella dannata voce a tormentarci” “Speriam bene di no” “Allora andiamo, dai.” “Dammi la mano” “Come due fidanzatini?” “Hai tempo anche di fare battute…” “Cosa debbo fare, piangermi addosso? Le lacrime le ho già spese tutte in questi giorni. Adesso ci sei te.” “E quindi?” “In due si fa meno fatica a portare un peso” “Se lo si divide a metà, altrimenti…” “Dai, mi hai capito” “Sì, cercavo di rispondere alla tua ironia con la mia.” “Andiamo, su” “Andiamo.” E uscirono, assieme.

Davanti a loro si apriva un giardino. Incastonato in un chiostro interno del palazzo, era tutto una cornucopia di fiori e frutti acerbi. Sembrava fosse primavera, anche se all’esterno doveva essere il primo autunno. Le contraddizioni si sprecavano, in quel luogo. Da qualche parte pareva esserci stato l’accenno di un mare, altrove il disvelarsi di un centro cittadino, qui era tutto silenzio, e calma, e tiepida luce del sole. Tiepida fino a prova contraria. Non era ancora mezzogiorno, e le ombre si accorciavano rapide scappando agli angoli. Si misero al centro del giardino, dove c’erano meno piante e l’erba cresceva rigogliosa. Una tempesta di fiori completava il quadretto. Mancavano solo animali, ma gli alberi erano invece ricchi di frutti. Alcuni avevano già pomi maturi, altri presentavano ancora i fiori. Erano piante diverse, ovviamente. Tutte quante, a prima vista, commestibili.

“Adesso cosa facciamo?” “Non lo so…però si fa sempre più caldo. Quasi quasi, mi metto in costume. Cioè, rimango in canotta, mi cavo questi vestiti, si stanno inzuppando di sudore. Senza contare che non mi faccio una doccia da un tempo infinito…” “Come vuoi.” La guardava in tralice, indeciso sul da farsi. “Non ti vergognerai mica di rimanere in mutande…” “No, affatto. È come stare in costume. È un caldo atroce, tra l’altro. Sarà una specie di serra, o il riscaldamento geotermico. Non hai fame? Guarda, c’è un albero pieno di frutti. Sembrano delle mele.” “Conosco solo brutte storie legate ad un uomo ed una donna che mangiarono una mela…” “Ma quello è un libro di fantasia! Non ci crederai mica, spero! Sono solo metafore, ma le matafore accadono nelle poesie. Questa, Giulia, è la realtà.” “Ci siamo solo noi due, e quest’albero di frutti che sembrano mele” “…e noi due con la biancheria e basta che paiamo adamo ed eva” “…due palle, che fai. vieni qui.” “Perchè?” “Perchè sì. Perchè se viene notte dovremo trovarci un riparo. E se viene il buio dovremo proteggerci.” “E se viene il lupo mannaro?” “Sei nata così o lo sei diventata col tempo?” “Col tempo.” “Ecco. Ora mangia, che altrimenti muoriamo di fame.”

Fu così che A. ed E. mangiarono il frutto. La voce si materializzò ancora, quasi li vedesse costantemente ed aspettasse solo facessero un passo falso. “Adriano ed Evelina…” li apostrofò duramente. “Non sapete che quel frutto è proibito mangiarlo? Che voi siate perciò maledetti e costretti a restare in questo giardino mille e mille anni a venire.” Erano pretese grosse, e mille anni erano un conto abbastanza lungo. C’era da annoiarsi, a rimanere lì bloccati anche solo per una settimana. Ma i due non ebbero paura, stavolta. E risposero a quella vocina: “Intanto, ci chiamiamo Alessandro e Giulia.” Ma la voce parve non interessarsi di quel dettaglio. Borbottava senza sosta, come una pentola lasciata sul fuoco. “Ed adesso noi ce ne andiamo.” Si fece buio, e freddo, e cominciò a piovere, ed oltre alle gocce d’acqua piovevano improperi irrepetibili, ma i due si ripararono sotto le colonnate del chiostro, si rimisero i vestiti levati per il troppo caldo di poco prima e, semplicemente, dopo essersi dati una sistemata, aprirono la porta ed uscirono. Non era stato difficile scorgerla, lampeggiava la dicitua USCITA DI EMERGENZA, e la porta eraa semplice spinta.

La voce infine si spense, ed il giardino rimase inviolabile per sempre.

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