Dis-simulazioni in 16 bit (1011)

Photo credit: free pexels

La nostra settimana migliore.

"Vedrai, vedrai
vedrai che cambierà
forse non sarà domani
ma un bel giorno cambierà
Vedrai, vedrai
non son finito, sai
non so dirti come e quando
ma vedrai che cambierà"

(Luigi Tenco, 'Vedrai, vedrai')

Acqua che scorre nel lavandino. Ha finito di farsi la barba, si sta sciacquando la faccia. L’uomo si massaggia le guance, tira fuori dal cassetto una boccetta, la apre e diffonde nel bagno un profumo muschiato; a quasi quarant’anni usa lo stesso dopobarba che aveva scoperto da giovane. Certi gusti non cambiano. La sua fidanzata sta ancora dormendo, nell’altra stanza. Può intuirne la sagoma dei piedi fare capolino da sotto le coperte, in un quadro che sembra il fermoimmagine di una camera d’albergo dopo una scopata con tutti i crismi. Oggi è una bella giornata, si dice l’uomo sulla quarantina rimirandosi allo specchio. Ultima sistemata ai capelli ingellati, lo specchio lo ritrae in mutande andare nell’altra stanza, accarezzare le caviglie della donna che hanno un tenue movimento, un fruscio di coperte che si muovono, ma lei rimane a letto. Oggi è il suo giorno di riposo, servire hamburger caldi a nugoli di ragazzi svogliati si è protratto fino all’una di notte, più un’altra mezz’ora buona per sistemare tutto quel casino che avevano lasciato al fast-food. Serate come quelle distruggevano anche le migliori intenzioni, e mettevano a dura prova la pazienza dei santi. E lei non era affatto una santa, tutt’altro. Fino a qualche anno prima arrotondava vendendo il suo corpo, e questo il suo fidanzato neppure lo sapeva – e difficilmente avrebbe potuto farlo, essendosi trasferiti abbastanza lontano dai brutti pensieri e torbidi passati di entrambi. Adesso era tutto a posto, o almeno così sembrava. “Ciao amore, ci vediamo stasera.” Dice l’uno all’altra, o lei a lui. Le parole hanno poca importanza, si fanno automatismi ed abitudini, per entrambi ad un certo punto contano molto di più i fatti.

La saluta rapidamente, destandola dal suo mezzo torpore. È di fretta, maledettamente di fretta. Il nodo della cravatta gli è venuto da schifo, non ce l’ha con le cravatte in sè e per sè, ma proprio non riesce a vedersele addosso, si sente più un impiccato, ma il dress code ti impone certi costumi e finte espressioni di cordialità, per cui se lavori come commesso in un grande magazzino, non ti puoi permettere facce imbronciate e cravattini fuori posto: i tuoi problemi devi lasciarli a casa, anche se la tua casa è avvolta dalle fiamme ed i pompieri sono distanti chilometri dal tragico fatto. “Devi mantenere la tua faccia da culo, in qualunque situazione”, gli aveva detto tempo fa il suo caporeparto, per fargli capire che il mondo può fare anche schifo, ma devi turarti il naso e mangiare comunque la merda che ti viene servita – anche perché, ed il sottinteso è abbastanza chiaro, se rifiuti anche quella merda, l’alternativa che ti si pone dinnanzi è persino peggio. Oggi come oggi tutti vogliono essere meno peggio di qualcun altro. “Per cui”, aveva concluso il suo “capo”, che non gli stava nemmeno troppo antipatico, nei suoi quasi cinquant’anni portati male, “sappi che: non solo nessuno di noi è importante, ma non siamo nemmeno fondamentali. E per arrivare a questo posto, io”, aveva concluso Sasha, così si chiamava il suo superiore, “ho dovuto fare tanta di quella gavetta che nemmeno ti immagini. Ma adesso sono qui, ed un giorno qualcuno tra di voi”, rivolgendosi collettivamente a quelli come lui, “potreste anche prendere il mio posto, chissà. Adesso, pensa al tuo cravattino. E nemmeno un capello fuori posto.”

Quello sarebbe stato il preludio del licenziamento. Non era colpa sua, ed il caporeparto avrebbe messo di certo una buona parola, ma si sa, queste cose vanno così, l’azienda delocalizza, si fanno tagli di personale, oggi tocca a me, domani tocca a te, eccetera eccetera. “Purtroppo la crisi ha toccato un po’ tutti.” Gli dice, professionale nella sua divisa. Ha aspettato la pausa pranzo per comunicargli la brutta notizia. Prima di mangiare, così il cibo non gli rimarrà sulla pancia e nessun hamburger schifosamente ghiacciato potrà entrargli in bocca visto lo stomaco dannatamente chiuso. “Viviamo in un’epoca particolarmente incerta e turbolenta. Ma sono sicuro, e te lo dico perché in tutti questi anni ho imparato a conoscerti, dicevo sono sicuro che tu potrai arrivare ovunque. Ti rialzerai e spaccherai il culo al mondo, sì.” La faccia da cazzo vince sempre, ma forse lui non ne ha avuta abbastanza. O forse qualcuno di più introdotto era riuscito a non perdere il posto. O magari il suo capo era omosessuale latente e qualche finocchio tra i commessi gli aveva fatto un bel servizietto. Sente la bile salirgli in gola, ma anziché impadronirsi dell’esofago, quel vomito che ribolle dentro si trasforma in una specie di lava, che ripercorre i nervi e muscoli del braccio destro che va a piantarsi senza troppi complimenti nella faccia del cinquantenne per sbaglio. Non gli stava nemmeno troppo antipatico, però si è rotto il cazzo della pantomima del politicamente corretto. Indossare maschere non fa più per lui.

Senza aggiungere altro, perché le parole sono spesso un inutile orpello, si alza e se ne va. Inizia a girare nel freddo inclemente del primo pomeriggio, in cielo un sole che non scalda. Nel petto un cuore che non gli batte al giusto ritmo. L’adrenalina è a mille, deve andare da qualche parte per sfogarsi. Non visto, si intrufola in un vicolo per vomitare tutta la sua rabbia. A parole non gli riesce, il suo corpo parla per lui attraverso un’amalgama di succhi gastrici e caffè freddo della prima mattina. A quello stronzo gli aveva spaccato il labbro, sporcandogli il colletto della camicia. Probabilmente, quel giorno Sasha non avrebbe potuto mantenere la sua, di faccia da culo, in cassa, a servire donne chiattone e giovani adolescenti in crisi ormonale nel comprare straccetti a basso costo. “Pazienza, non me ne frega un cazzo. Adesso me ne torno a casa, mi faccio una doccia e mi caccio a letto. Poi qualcosa mi inventerò perché io, se cado, cado sempre in piedi.” Come i gatti. Peccato che lui non facesse miao, e non avesse le proverbiali sette o nove vite, ma l’importante era crederci. “Adesso mi potrei anche fumare uno spinello, certi piaceri se non te li godi una volta nella vita, quanto te li godrai? Da morto? Quando sarai cenere? Altro che tumore ai polmoni o la droga fa male, fanno peggio queste campagne proibizioniste e terroristiche da quattro soldi.” Tira un pugno al muro, si ferisce le nocche, è su di giri, vuole ingurgitare ettolitri di caffeina, come nelle pubblicità delle coca-cola (che non a caso si chiama “coca”-cola, eh, ridacchia pensandoci. Babbo Natale era un fottuto cocainomane, gli vien da aggiungere, altrimenti come cazzo farebbe a correre su e giú milioni di camini in una manciata di ore? Dovrebbero dare un risvolto piú veritiero, a tute le leggende, altrimenti i bambini una volta cresciuti smetteranno di crederci. Un babbo natale coicainomane ha invece una parvenza di coerenza anche superati i vent’anni, già).

Continua a ciondolare senza meta per la città. Se ne sente estraneo, e gli altri distanti da lui. Mentre quando lavorava come commesso aveva quella parziale capacità di entrare in empatia con loro, adesso li vede come ostili, tutti gli altri, sputerebbe loro addosso, li sente ipocriti, meschini, dediti solo ad arricchirsi e spendere, spendere ed arricchirsi, lavorare per far soldi per comprare cose inutili che danno altrettanto lavoro inutile per far fare soldi ad altri per acquistare quattro stracci o due etti di prosciutto tagliato un po’ più grosso, grazie. Grazie al cazzo, urla nell’aria umida del pomeriggio tirando un calcio ad un cassonetto, facendo gemere nell’aria il contenitore metallico. Vede uno della sua età che sta fumando, gli chiede se ha una sigaretta, quello senza manco guardarlo annuisce, gliene allunga una e gliel’accende. Vede più empatia in questo banale gesto che nell’illusione perbenista del buongiorno buonasera grazie e altrettanto. E dire che aveva smesso di fumare da qualche anno, perché non si sa mai, metti che lui e la sua ragazza vogliano fare un figlio, metter su famiglia, meglio essere puliti, dei buoni genitori, quelli da spot televisivo, quasi, tutti smaglianti, i denti bianchi da farli sembrare finti, e la pizza in compagnia e le candeline sulla torta e il gelato che cade per terra al pargolo che scoppia a piangere e tu da bravo padre di famiglia lo consoli e gliene compri un altro. Tutto qua, non è difficile dipingere un quadretto così bucolico ed edulcorato, basta solo fare il bravo, pagare pegno, fare la gavetta e tutto quanto verrà da sé. Non è vero? Aveva chiesto a sua moglie, una sera dopo aver fatto l’amore. “Non è vero cosa?” gli aveva chiesto lei. “Non è vero che stiamo bene così perché stiamo assieme da quasi tre anni?” “In che senso?” “Lascia perdere. Ti amo.” “Anche io ti amo, lo sai.” “Facciamo un figlio?” “…proviamoci.” “Non ci stiamo già provando?” “Sì, ora dormiamo, domattina mi devo alzare presto. Ed anche tu.” “Anche io, sì, certo.” Cose così, domande assurde che ti prendono nel cuore della notte o all’alba, ecco tutto quanto può dissolversi in un attimo come se fosse troppo difficile trattenere questa parvenza di felicità….

In un qualche modo riesce a tornare a casa. La strada la conosce, non può perdersi in quel dedalo di vie. Sua moglie si stupisce quando lo vede rientrare prima del solito. Gli chiede dalla cucina: “tutto a posto?”, lui tranquillamente risponde: “no. Niente è più a posto.” Lei rimane interdetta, lo guarda come in trance (lui o lei non ha importanza, alle volte le cose accadono come se fosse un automatismo, o una molla che scatta dopo una tensione sopita a lungo, finché non arriva un momento in cui questa tensione si deve scaricare, e la rabbia o la coerenza saltare fuori, tutt’ad un tratto), e lui si gira per la cucina, apre il frigorifero, afferra una birra, la apre e la beve a garganella, si sporca in parte la faccia ed il colletto della camicia, dentro di sè ride pensando al colletto inamidato del suo capo che ora sarà ben sporco con quel sangue che gli ha fatto colare dal naso, ma tant’è, non sempre le cose vanno come uno aveva immaginato. “Ad esempio…” continua lui, additando l’ambiente ristretto della cucina abitabile, pochi metri quadrati in cui si dividono da quasi tre anni le loro misere esistenze “…ci sono queste cose sempre tra i maroni…” dice indicando qualcosa sulla tavola e sulla mensola, “…e nessuno che fa niente per cambiarle.” Con un ampio gesto del braccio spiana il tavolo e le mensole, la roba che c’è sopra cade per terra in una cacofonia di rumori e briciole e schegge di vetro. “Sarà ora di finirla, non credi?” Lei lo fissa stupita, non si rende conto dell’assurdità del momento, le cose accadono troppo in fretta perché possa frapporvisi.

Si dirige in bagno, lei dietro come un cagnolino al guinzaglio o un bambino piccolo, incapace di capire, o solo curiosa di vedere fin dove può spingersi. Tipo quando si guardano i fuochi d’artificio, non sai mai quale immagine possano rilasciare, ed attendi finché ne senti i fischi e cogli i loro scoppiettare in alto nel cielo. Lui adesso afferra qualcosa nel cassetto del bagno, schiuma da barba comprata al discount la scorsa settimana. Adesso smetterà di radersi per un po’, tanto non deve mica fare il perfettino nella catena di distribuzione degli stracci pret-à-porter. “La nostra settimana migliore è stata quella appena passata. Tutto il resto è solo un discorso del cazzo, fidati di me.” Con la bomboletta da schiuma da barba scrive una frase sullo specchio. “This Is Just Fantasy. Ti piace? Sì, ci sta. Ecco quello che siamo, in questa merda di mondo.” Lei intanto è andata nell’altra stanza, si stende sul letto. Lui la ignora, continua a parlare, va avanti nel suo soliloquio. “Capito? È pura fantasia. Come l’aria, che neppure vedi. Se tu adesso lavi lo specchio, queste parole scompariranno. Perché è tutta, solamente, una bolla di fantasia.” Mancava il punto interrogativo, mancava tutta la punteggiatura, in quella frase scritta malamente in inglese. “Una sola fantasia.”, mormora appena, mentre nell’altra stanza, e la vedeva di sbieco, la sua ragazza piangeva. Ignorava se fossero lacrime di gioia o di rabbia a stento trattenuta. In fondo, non gli importava per niente. Si guarda allo specchio, nota il cravattino perfettamente al suo posto. L’immagine nel vetro sorride a lui, o viceversa, dietro la scritta in schiuma bianca che recita “è solo una fantasia”.

***