Cronache del dopodomani in sette dispacci – Sesto

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SESTO – Kelvin 505.93

“Lui mi proibì di scrivere, sequestrò i miei libri e pretese che gli consegnassi anche i miei manoscritti. Non mi voleva bene, il colonnello, per lui ero un fastidio insopportabile e non ho mai capito perché. Non l’ho implorato e non ho contrattato, quindi lui ha distrutto tutti i miei scritti. 

Da allora mi è passata la voglia di simili passatempi.”

(Jakob Wassermann, ‘Il caso Maurizius’)

Mi circondavo di parole, ed ero contento, mi bastavano quelle, stampate ovunque, comunque, e mi lasciavo cullare da esse, mi riempivano gli occhi, erano il mio passatempo…Leggere, leggere tanto e quindi scrivere, in egual misura. Una digestione perfetta. Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

In un certo qual modo, tentavo di contrastare l’entropia del mondo, riordinavo quel tiepido caos che mi albergava dentro. Questo fino a ieri, o l’anno scorso. Non sono metodico o preciso nelle mie memorie e rievocazioni, non lo sono mai stato, a dirla tutta. Eppure, quelle parole messe in fila, tutte tutte ordinate nel loro rincorrersi e susseguirsi, mi aiutano, mi fanno star bene; mi proteggono; ma sono un ribelle e, se mi scoprissero, a quest’ora sarei già rinchiuso in prigione nell’attesa di essere ricondizionato. Allora mi dimenticherei tutto, e occorrerebbe la nascita di un altro Ribelle, per sperare di porre fine, un giorno, al loro dominio abominevole.

L’ultima volta che ho deciso di sedermi alla scrivania ed iniziare a buttar giù una risma di parole, ero ancora piccolo, avevo i capelli lunghi e portavo i calzoni corti. Poiché quelle quattro parole gettate a caso sulla carta opaca non sortirono alcun effetto sperato, mi ripromisi di smettere di scrivere, perché tanto era una masturbazione mentale a tempo perso. Di masturbazioni non ne avevo più voglia, di tempo perso non ne avevo più a disposizione. Ergo…mi decisi a mettere la testa a posto e dirmi che occorreva dare una drastica revisione della mia vita, del mio destino, delle mie decisioni fino a quel momento prese.

Così, decisi di ricorrere alla magia. Lo so, magia è una parola grossa che si accompagna ad immagini o grottesche oppure numinose, eppure non mi vengono altri termini per definire quella ferma presa di posizione per cui mi dissi, se non posso piegare il destino al mio volere, potrò limarlo leggermente, per renderlo più digeribile ed apprezzabile.

E così, in fondo, fu.

Fintantoché ci saranno parole in giro, parole in libertà, esse saranno le nostre scialuppe di salvataggio, non dimenticatelo. I nostri pensieri sono liberi, sono la nostra quintessenza, il nostro nucleo più veritiero, che si esprime attraverso le nostre parole, si materializza in esse, le quali a loro volta si materializzano in progetti, idee, costruzioni, formule. Ma tutto parte da noi, dal nostro interno, dai nostri pensieri, che si mischiano, si miscelano, si sommano, a quelli di altri, a proiezioni nel futuro, previsioni, precognizioni, salti in avanti della nostra mente ballerina, che ci consente di raggiungere mete altrimenti irraggiungibili…

Da qualche parte ho letto che le storie si tramandano senza fine, e chi scrive è mero esecutore di una melodia sempre trasmessa, con la differenza di qualche parola o fraseggio, ma non piú di tanto nel gioco combinatorio di lettere e numeri. Potenzialmente, c’è un numero infinito di parole – ma per descrivere la stessa, medesima, cosa. Mi sento un po’ anarchico ed un po’ reazionario, in questa mia attività, ora che lavorare (o giocare: ma è lo stesso) con le parole è diventato proibito e clandestino. Ci sono solo le immagini, puoi comunicare con quelle, con segni ma non coi simboli, per ridurre il significante al suo significato e null’altro.

È come intercettare la vibrazione dell’Universo, e darle voce; afferrare una farfalla, ed osservarla quando, nella coppa delle mani, lascia sventolare le sue fragili ali, regalandoti della polverina sui palmi. E poi scrivi, e se non scrivi leggi, e se non scrivi né leggi, parli. A te stesso, in quel soliloquio interiore che ti fa compagnia; agli altri, in quel dialogo esteriore che fa compagnia a costoro. Gli uomini hanno il dannato bisogno di raccontare storie, iniziarono già da primitivi, quando disegnavano sulla pietra le scene di caccia. Le parole vennero dopo, prima iniziò la storia.

Mi chiamo Kelvin, e comunico attraverso le frequenze in onde corte 505.93: ecco quella che io chiamo magia; quando posso uso un’apparecchio, ma sono capace di farlo anche tramite le onde cerebrali, visto che de facto il nostro cervello è una rete elettrica ingrovigliata che funziona senza sosta 24/7. Per chi ha conosciuto i libri prima che venissero proibiti e distrutti, 505.93 è la traduzione in gradi Kelvin (con arrotondamento alla seconda cifra decimale) della più famosa temperatura espressa in gradi Fahreneit, ovvero 451, quella a cui brucia la carta, espressione di un libro che, in un certo senso, ha subito il destino di cui esso stesso parlava, in una subdola profezia che si è autoavverata, infine. Adesso quel libro non c’è più, e come lui tanti altri. La Biblioteca (virtuale) di Alessandria è stata incendiata una seconda volta, appena qualche decennio fa, ed adesso non c’è più spazio, su questo mondo, di parole scritte, o parlate. Per cui, se riesco a mandare ogni tanto dei dispacci via radio, sono fortunato, perché prima o poi scandaglieranno anche questo spettro di onde elettromagnetiche per depurarlo di ogni rimembranza passata e presente. Così hanno fatto distruggendo l’informazione che secoli fa il nostro pianeta iniziò ad emettere sotto forma di onde radio lunghe, che avevano raggiunto grosso modo la Nube di Oort al confine del nostro Sistema Solare, ma che sono poi state cancellate attraverso un’operazione condotta in parecchi lustri di lavoro e denominata in codice “Ritrattare la realtà.” Ergo, quel che c’era una volta in passato, è andato perso. Il web è stato chiuso definitivamente l’anno 7 N. E. (Nuova Era). Non cercate negli archivi digitali o tra i microfilm di vecchio respiro, perché non troverete più nulla, la memoria collettiva è stata cancellata senza possibilità di ritorno, e siamo stati condannati a compiere gli stessi errori, o meglio: sbagliare di nuovo, in un’altra maniera ancora. Perché l’obiettivo di chi ci comanda, e non si sa bene chi ci comandi, è quello di rendere docili tutto l’apparato al conseguimento di un fine comune che anch’esso non è ben conosciuto. L’importante è che nessuno, quando è in fila ordinata, si permetta di rompere le righe, altrimenti gli effetti indesiderati e imprevedibili sono assolutamente incalcolabili.

La società in cui adesso vivo è diventata nemica assoluta del caos (e del caso): non vogliono che le storie vengano narrate, perché raccontare storie significa aprire porte e pertugi sulla possibilità di realtà differenti, e l’anarchia o la libertà non è concessa, per il momento. Un domani – ma chissà quando – dicono che potremo tornare a sognare, anziché restare ancorati coi piedi per Terra, ma la domanda che sottovoce si pongono in molti è quando, e fin dove ci dovremo spingere prima di poterci riappropriare della libertà che, subdolamente e gradualmente, ci è stata tolta. Non ce ne siamo neppure accorti, fu una serie di modifiche ed aggiustamenti tali che, pian piano, da salto quantitativo si ebbe un balzo quantitativo; un po’ come quando uno perde capelli, presente? Se perdete giorno dopo giorno dei capelli siete una persona che avrete pochi capelli, ma quando li avrete persi tutti, vi definiranno calvo: ecco il passaggio da una modifica quantitativa ad una qualitativa. Così dicendo, la nostra vita ha subito una modifica qualitativa, peggiorando parecchio, nell’esser costretti a corridoi e percorsi obbligati sui quali muoverci, e quando respirare all’aria aperta, e quando poter mangiare all’aperto, e quando poter dormire senza pensieri, e quando doverci recare a lavorare, e su quali turni, ed a fare cosa; senza escludere il votare o il protestare: sì, potete votare, ma solo determinati partiti o fazioni (che alla fine si rivelano tutti uguali), oppure: sì, potete protestare, ma solo per determinati temi e in determinati momenti (e le proteste si rivelano perdite di tempo e spreco di energie, per chi le fa e per chi vorrebbe ascoltarle ma non può, perché non ci deve essere neppure pubblico, a queste manifestazioni, esse avvengono in luoghi delimitati e chiusi, contingentati per tempistiche e persone, eccetera eccetera). Insomma, senza che ce ne siamo accorti, ci hanno incatenato sempre più strettamente, polsi, caviglie, collo. Ora non possiamo muoverci da nessuna parte. Sotto controllo di noi stessi, o meglio: di chi abbiamo nominato nostro padrone.

Spero che negli anni a venire nascano sempre più Ribelli come me, perché potremo continuare a raccontare la realtà che ci circonda e le finzioni che ci hanno sommerso, finché non saremo abbastanza per ribaltare il tavolo ed il corso degli eventi, scardinando dalle fondamenta i pilastri di quei demoni che ci hanno costretti al silenzio, ed alla servitù perenne. Non ci saranno vendette, allora, ma una sola, grande, liberazione.

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