Sogni o bisogni, in tre parole – (Tre)

Photo credit: siena-agriturismo.it

“Non è necessario che tu esca di casa. Rimani al tuo tavolo e ascolta. Non ascoltare neppure, aspetta soltanto. Non aspettare neppure, resta in perfetto silenzio e solitudine. Il mondo ti si offrirà per essere smascherato, non ne può fare a meno, estasiato si torcerà davanti a te.”

(Franz Kafka, ‘Aforismi di Zurau’)

Il gallo nero

Potrebbe esser notte, se lei non tenesse sempre chiuse le finestre per evitare che il mondo esterno penetri a gettare scompiglio. 

Giace supina a letto, ma non sta dormendo; gli occhi son semichiusi, il respiro intermittente, la figura rigida, le labbra tirate. Tutto in lei denota uno stato di prostrazione, tensione e chissà cos’altro. Se non fosse sola in casa, qualcuno – suo figlio? – l’avrebbe già scossa, almeno per accertarsi che si tratti di “cosa” viva e non una macabra bambola a grandezza naturale. Ma non c’è nessuno nei paraggi che può compiere tale improba verifica. Essendo il fine settimana, giorni consacrati alle feste (ma da chi? E per quale motivo? Questa serie di domande le si può leggere impresse sul suo volto; non sulle sue labbra, il cui rossetto è d’altronde quasi seccato o sbiadito) nessuno si è preso la briga di cercarla, sempre che qualcuno avesse avuto necessità di rivolgersi a lei. Forse ha un lavoro, forse ha degli amici, forse ha persino una famiglia, ma in questo momento tutto questo non pare essere un problema, di certo non per lei.

Di sicuro, è una donna. Di sicuro? Beh, è giovane o comunque non anziana. Tuttavia è buio, nessuna luce è accesa in quella stanza, al più da lontano – un corridoio, un’altra camera? – fa scemare un taglio di luce, flebile come un alito di vento. Sottile come una ferita che sembra non cicatrizzerà mai, mai.

Altre persone devono aver abitato la casa, se ne deve avvertire l’odore, la remota e, chissà, continuativa presenza. Resti di cibo, gomitoli di polvere sotto i letti, stipiti lasciati socchiusi. Qualunque cosa che possa testimoniare che altre forme di vita hanno abitato o abitano quel simulacro di pianeta dove da tempo immemore pare essersi insediata quell’entità tuttora sconosciuta (forse aliena? O aliena-ta…?).

E le finestre, le finestre…sempre chiuse. Che qualcuno vada almeno ad aprirle, per capire che momento del giorno è, che tempo atmosferico fà, la fuori! Ma non c’è nessuno, o forse anche se qualcuno è presente, indubbiamente non è interessato (anche quel qualcuno ipotetico?) alla restante porzione di mondo esterno.

Lei, monade rifugiata nella sua crisalide di candide lenzuola di seta, baco protetto dal mondo cattivo e crudele, ma comunque roso dai propri tarli interiori; altre ipotetiche presenze, invece, indifferenti a tutto, ripeitagate su di loro, autarchice quasi, che se ne fregano se in quella stanza giace una persona, eppure potrebbe anche essersi appena coricata, giusto da un paio di minuti o poco più.

Un gallo nero inizia a cantare in un’alba ancora distante. Lei non è una strega, e l’animale non è di malaugurio. Semplicemente, ogni tanto, le cose vanno in una maniera strana, e le casualità significative acquistano peso. Bisogna dire che pare strano l’esservi ancora animali da cortile in distese di cemento, dove gli unici esemplari esotici da safari possono essere cani e gatti.

Il gallo aveva cantato una prima volta, nel buio delle tenebre, e le aveva fatto riafforare alla mente i ricordi di parecchi anni prima, quando, più giovane e più piacente, aveva scelto di prendersi una rivincita sulla vita. E sul suo novello sposo. Anche quel giorno, ricorda, un gallo aveva cantato: ma era in aperta campagna, e l’alba si stava avvicinando lemme lemme all’orizzonte. Ricorda che quel giorno il suo cuore aveva tremato, perché stava tornando a casa tardi, ed era stata assieme ad un’altra persona, non un’amica, non un collega, ma quella che sarebbe diventata il suo amante, per una manciata di anni, ogni settimana, ogni minuto libero, incontrarsi e parlare e fare l’amore, e quando faceva l’amore si sentiva liberata, e con suo marito i primi dissidi, ma c’era un figlio, per la miseria, un figlio da crescere, e non lo si poteva turbare con la prospettiva di genitori divisi, ed allora mandava giù tanti magoni, in parte quando doveva stare a contatto con suo marito, in parte quando doveva incontrare il suo amante, per fare quella cosa che non si dice ma che fanno praticamente tutte le persone giunte alla maggior età (e molto spesso, ben prima): scopare. Ma quel giorno, o meglio quell’alba, il sottofondo di quel canto del gallo, simbolo della rinnegazione e del tradimento di quel vincolo sacro – come Pietro ed il suo Maestro, in fondo: la carne è debole, in ogni caso ed in ogni situazione, e per l’amor proprio si giunge più facilmente a tradire che per l’amore degli altri – lei che stava tornando a casa, alla chetichella, cosa avrebbe raccontato a suo marito, vedendola tornare su di giri, sempre fosse rimasto sveglio ad aspettarla? Che aveva fatto tardi con le sue amiche (quali? Ben poche, a dirla tutta, ma il marito non andava a scavare troppo nella vita di sua moglie, amare vuole anche dire fidarsi della persona che hai a fianco, altrimenti il tuo matrimonio diventa un rapporto di spionaggio durante i periodi più bui della cortina di ferro), che si era attardata sul lavoro, che aveva preferito starsene per conto proprio (assurdo, a pensarci, che una donna sposata possa volersene stare per conto proprio quando il matrimonio si è concluso da non più di qualche anno, mica un decennio, e già vuol passare il tempo in compagnia di se stessa, e basta? Già si ponevano le basi per la sua misantropia, per certi aspetti. E per il vizio, mai perso, di raccontare frottole)…?

Pag. 2: https://labor-limae.com/2020/11/29/sogni-bisogni-ed-altre-fesserie-tre/2/