Dis-simulazioni in 16 bit (1010)

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I benpensanti

“Non si può far ridere se non si conoscono bene il dolore, la fame, il freddo, l’amore senza speranza, la disperazione della solitudine di certe squallide camerette ammobiliate, alla fine di una recita in un teatrucolo di provincia; e la vergogna dei pantaloni sfondati, il desiderio di un caffellatte, la prepotenza del pubblico senza educazione. Insomma, non si può essere un vero attore comico senza aver fatto la guerra con la vita.”

(Totò in un’intervista per ‘Oggi’, 1958)

I benpensanti son coloro che han sempre ragione, che incidono sul decorso e ricorso della storia. Sono quelli dalla puzza sotto al naso, che non ammettono contraddizioni, nè in loro nè nel mondo esterno.

I benpensanti non apportano progressi al mondo, al piú si perdono in dispute sul cambiare o no due paroline in una qualche litania religiosa. Poi, beninteso, tutti a confessare i loro peccatucci, che sono minimi perché i benpensanti sono ovunque, dietro l’angolo, piú subdoli e talvolta piú molesti dei testimoni di geova, piú sdolcinati e banali di una frase da bacio perugina o un capoverso del peggior Moccia.

Vi sono due clown, il bianco e l’augusto, ed i benpensanti non si collocano in nessuna di queste due categorie. Sono perfettini, sempre misurati, mai fuori posto. Le loro opinioni sono conformi al comune pensare, sono conformiste in quanto non si può concepire di mutamento, di per-turbamento, di con-turbamento, nelle loro esistenze da cene eleganti del sabato sera, fatta di discorsi vacui tra persone vuote, ma ai benpensanti va bene così, altrimenti non sarebbero l’ombra di loro stessi rispecchiati nelle loro vite patinate da spot pubblicitario o catalogo degli acquisti.

Io sono il pagliaccio nero, il clown nero che ha dipinto una lacrima sul viso, che torna a casa la sera stanco e si leva il cappello della fantasia, che conosce la solitudine, il delirio degli spazi vuoti, delle assenze indigeste, l’assurdità delle lontananze in mezzo alla folla. Ho esperienza delle cesure, dei distacchi, dell’ostracismo bigotto, dell’incomprensione ostinata. Non ho fatto il giullare del potere, non mi sono piegato ai desiderata degli altri, non ho partecipato alle trasmissioni farlocche dove ci si scambia opinioni edulcorate sul film del momento, il libro del momento, la canzone del momento, l’emozione del momento, la politica del momento. Non partecipo ai talk show in veste di evocatore di banalità sconcertati o riesumatore di sconcerti banali. Reietto inter pares, mi sono allontanato da una società che non mi voleva, tenendomi ai margini e potendola osservare più acutamente, cogliendone le sfumature, le smagliature, le contraddizioni evidenti e le ipocrisie latenti. Non mi reputo migliore degli altri, perché non sto facendo una gara con nessuno: faccio ridere i folli e i bambini, gli intelligenti e gli stupidi, gli outsider ed i dannati. Mi accontento del pubblico di una sola persona, di fronte alla quale bisogna dare il massimo. Ho chiacchierato con baristi e prostitute, con camionisti e punkabbestia, cercando in loro l’essenza del reale, e l’assenza del brutto. Il bello viene sempre prima, emerge allo sguardo, gioca a nascondino con il divertimento, e nel nostro folle divertissement rifuggiamo da noi stessi, e dall’immagine riflessa che gli altri tentano di mandarci. Chiudiamo gli occhi e nascondiamo la testa sotto la sabbia, struzzi resi ciechi dal troppo bagliore del sole che ci ha squagliato le penne, noi moderni Icaro che camminiamo rasoterra per non correre alcun rischio. Cerchiamo di essere come loro, i benpensanti da partita a burraco, finiamo per dimenticare di essere come noi, bambini sperduti in quella nebbia fumogena sapientemente rilasciata da registi occulti dei nostri soliloqui quotidiani.

L’altro giorno, in metropolitana, negli interstizi vuoti del tempo che intercorre tra una fermata e l’altra, con l’angolo dell’occhio osservavo uno dei benpensanti di cui parlo. Era alto, ben pettinato, età intorno alla quarantina o forse più portati bene, camicia impeccabile, giacca e cravatta d’ordinanza, smartphone ultimo modello all’orecchio. Parlava a voce alta ma non altissima, forse concludeva un qualche affare in borsa o un qualche appuntamento con una donna delle tante disponibili sul mercato. Prima di scendere alla sua fermata, mi lanciò un’occhiata piena, colma di commiserazione e sarcasmo. Potevo quasi leggere in sovrimpressione i suoi pensieri, del tipo: “guarda che sfigato, questo qua. Dove crede di poter arrivare, nella vita? Ma si è guardato allo specchio? Porta delle scarpe vecchie almeno di un paio d’anni, per non parlare del resto. Eccetera eccetera.” Per carità, non è detto fossero esattamente queste, le parole, ma il senso non cambia: ti guardano, dall’alto in basso, mantenendosi convinti che a loro sia tutto dovuto, arrogandosi diritti, virtù, prelazioni, quell’ammuffito senso di noblesse oblige che quello sì era vecchio il secolo scorso, un obbrobrio oggi, che veleggiamo verso il quarto di secolo del nuovo millennio.

Senza farmi problemi, sono sceso alla fermata successiva. Avevo un appuntamento con uno che, fortunatamente, non appartiene alla schiera dei benpensanti, tutt’altro. È uno dei nostri, lui. Uno che ha subito le intemperie della giovinezza e dell’adolescenza senza i classici paracaduti che la maggior parte si ritrova in dotazione fin dal primo giorno e dal primo vagito in questo mondo. Alla vita che l’ha preso a schiaffi ha optato per rispondergli a suon di pernacchie. Non fa il pagliaccio, non è il suo mestiere e non ce lo vedrei neppure, in quella veste, ma ha lo sguardo acuto del saggio, del maestro zen, mi rende l’idea di uno scoglio che rimane imperturbabile malgrado tutte le sberle che gli affibbia le onde, insomma: una persona a posto, dalla risata genuina e dalla riflessione opportuna. Nell’attenderlo, qui sul ciglio della piazza, ho afferrato un gessetto e scritto una sola frase, lapidaria: “La vita va presa con ironia.” e, subito sotto: “Ogni tanto.” Poi è arrivato il mio amico, ha guardato la mia opera d’arte tracciata a mano libera e con la mente a briglie sciolte, ha sorriso leggermente per poi chiedermi se volevo prendermi un caffè, in un bar poco distante. Nell’avviarci verso il bar, ho pensato bene di fare il pedante, di dismettere la veste del clown per assumere il ruolo del maestro, sulla frase che avevo scritto poc’anzi su quel fazzoletto di asfalto. Lui mi ascoltava attentamente, cercando degli esempi nella sua storia ultima, degli agganci o dei rimandi, ma rimaneva in silenzio, in fondo l’ironia era un argomento troppo serio per esser preso sotto gamba. Lui non se lo sarebbe mai permesso, io non ci avrei mai pensato di farlo. Anzi, tutt’altro. Perché…

…Come insegnano gli antichi Greci, l’ironia è la risposta alla tragedia. Sempre che essa non si ripresenti come farsa. Altrimenti, non c’è un bel niente da ridere, si può solo sor-ridere, ovvero riderci su, e contemplarla con quel distacco del pagliaccio, o del clown augusto che dir si voglia.

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