Una vita in ventiquattro mosse di scacchi / 17

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Qualunque cosa accada

Lasciato sull’altare, come nei peggiori film degli anni Settanta, non è stato proprio un toccasana per il povero Alfio. Per affogare i suoi dispiaceri, iniziò a bere, a frequentare bar discutibili con persone poco raccomandabili. A fare scommesse clandestine, su corse di cavalli o partite di calcio. Per un periodo meditò anche di entrare nel giro dello spaccio, ma poi vi rinunciò essendo poco pratico del mestiere e troppo onesto per permettere di vendere robaccia tagliata male ad ignari drogati e disperati che erano arrivati ad ipotecare la propria casa pur di avere i soldi per una piccola, misera dose. Certamente, l’uscita di scena della donna della sua vita – dalla sua vita – non era stato un bel segno.

Cercò, per assurdo, un giorno di mettersi in contatto con il vecchio padre di lei, che di nome faceva Enzo e che era abbastanza conosciuto, nell’ambiente. Si incontrarono un giorno, non troppo per caso, per affrontare la questione, sempre ci fosse qualcosa da affrontare, visto che la frittata era fatta, o comunque le scelte irrevocabili erano state prese, anche se in via univoca. Insomma, per la revoca del “contratto” bastava il dissenso anche di una sola persona tra le parti in gioco, e così era stato. Non poteva farci niente.

“Mi dispiace, Alfio, anche io con mia figlia non ho praticamente più contatti, se la cosa ti può consolare.” gli disse camminando in un parco cittadino fuori mano, lontano da occhi ed orecchie indiscrete, anche se nessuno alla fine, dopo tanti mesi sarebbe stato più interessato ad una storia morbosa. Solo Alfio voleva capire meglio, e poteva farlo solo parlando con quel vecchio saggio – sempre che la saggezza si potesse trasmettere anche da genitori a figli, perché nelle sue elucubrazioni, per quanto potesse giustificare Costanza la reputava instupidita, per la tal mossa avventata che aveva fatto ed il malservito che gli aveva reso. “Purtroppo la vita è fatta così. Per quante mosse giuste tu possa fare, dovrai scontrarti con il rischio, più o meno calcolato, di entrare in contatto con altri, che possono essere più esperti di te, del tuo stesso livello, oppure dei bari che ti fregano sotto il naso. È un poco come il gioco degli scacchi, presente?” “Mai giocato a scacchi.” Commentò acido Alfio. “Però saprai che ogni pezzo ha il suo valore, e tutti assieme agiscono in un gioco di pesi e contrappesi che li rendono tutti importanti, ed insostituibili. Però saprai anche che l’unico pezzo che ha maggior valore, se vogliamo, è la Regina. La quale, appunto per questo, può muoversi in ogni direzione, senza limiti di tempo o di spazio, e fai conto che Costanza ha fatto così, è stata forse la tua Regina di Cuori, un tempo, ma adesso è stata presa dal bisogno di compiere la sua strada.” “Mi ha dato lo scacco matto.” “No, ti ha lasciato libero.” “Non capisco.” “Un giorno capirai, Alfio. Adesso stammi bene, e più non pensare a lei.” “Ma almeno si può sapere come sta?” “Presumo stia bene, e tranquilla.” “E dove si trova?” “Questo non lo so, ma anche se lo sapessi non te lo direi. Perché allora vorresti tornare da lei, supplicarla di rivedere le sue scelte, senza capire che c’è un’altra regola, nel gioco degli scacchi, riservata ai pedoni.” “E qual è?” “Essi non possono tornare sui loro passi. E questo non dovrai fare nemmeno tu.”

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