Effetti postumi in cinque atti – Quartum

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“Ma non possiamo comportarci come i personaggi di un romanzo, non credi?” “Perchè no…perchè no…perchè no?”

(Edith Wharton, ‘L’età dell’innocenza’)

IV. A carte scoperte

«Guarda che queste cose accadono solo nei film, o nei libri! Copriti, per favore, anche se sei bellissima, così in topless. Dai, che possono vederti!» «Ma chi? Non c’è nessuno, Johnatan! Dai, siamo giovani una volta sola, vivi un po’ di più, caro mio…!» e così dicendo, Lea continuava a sfoggiare i suoi tesori, al vento, ignari spettatori i gabbiani che veleggiavano ubriachi e stanchi sulla spiaggia di inizio autunno. «Lo senti il sapore della libertà…? Eh?» ripeteva correndo scalza sulla sabbia, assaggiando quell’aria fresca che lambiva la sua pelle come un vestito di lino, e lei faceva vortici, mulinelli di sabbia, imitava quei gabbiani che roteavano in cielo sopra di lei, sperando magari un giorno di diventare come loro…«Uuuuuuuh…!» gridava allargando le braccia, piegandosi in su ed in giù con le spalle, sbucando davanti e dietro Johnatan.

Lui si limitava a reggere in mano la giacca e le scarpe di Lea, come un cavalier servente di altri tempi, ma in questa epoca ed in questo mondo non c’era posto per gentilezza o cavalleria, erano cose passate, vetuste, andate perse, buttate via perché inutili, ora si doveva solo vincere, macinare, spintonare, fare guerre reali o impiegare sotterfugi, pensare a sé stessi, sempre e comunque, non c’era posto per gli altri, bisognava diventare i migliori, migliori di tutti, ma migliori di chi, quando alla fine è una gara truccata, non perché si sa prima chi sarà il vincitore ma perché non ci sarà nessun vincitore, gli organizzatori non vogliono perdersi i soldi incassati con le scommesse, alla fine, il banco vince sempre ed in questo caso addirittura trionfa. La società, con tutte le sue schifezze, si ammantava di una livrea di finto buon gusto, proponeva offerte scontate a prezzi stracciati, ma il cibo dal buon odore si rivelava marcio al palato, e le vesti d’oro si trasformavano in semplici stracci. I pensieri di Johnatan si accavallavano nella sua testa come i gabbiani tra di loro sbattuti dal vento, e le braccia di Lea che gli spazzavano l’orizzonte ogni volta che gli capitava dinnanzi. «Dobbiamo tornare in città, Lea, si è fatto tardi.» Ma la ragazza pare non sentirlo, si comportava come una bambina piccola che non voleva smetterla di finire di giocare, e correva, correva, correva, finché non cade per terra, esausta, e col sorriso ancora tra le labbra, con braccia e gambe si muove come per fare l’angelo nella neve, ma quella non era neve, era solo sabbia, in qua e in là qualche cicca di sigaretta, e un grumo di conchiglie raccolte da altri chissà quanto prima, e poi dimenticate lì. Per il resto, c’era solo lei – e sì, anche Johnatan, ovviamente, ma quello era un mero corollario, un dettaglio di poco conto – e questo, per la giovane Lea, era più che abbastanza.

Stanchi e contenti (più lei che lui, contenta, e più lui che lei, colmo di stanchezza) tornano in città, nella giungla di cemento e palazzi alti e minacciosi, tra le facce ermetiche di persone che non sorridono, sempre impegnate nelle loro incombenze quotidiane, nelle loro espiazioni mattutine, sensi di colpa moltiplicati all’inverosimile assieme ai segnali di disagio e stanchezza che si potevano cogliere negli sguardi di ciascuno di loro, persone arrabbiate, disilluse, scocciate, che procedevano nel loro calvario, immersi nei loro cellulari di ultimo grido, a scrutare finzioni di vita non vissuta, cercando di racimolare sogni farlocchi a basso prezzo. Tra tutte le facce anonime, Lea coglie, non vista, il volto del fotografo, l’avvocato (del diavolo?) da cui era fuggita senza se e senza ma qualche giorno avanti, e più non si era fatta rivedere. Si nasconde dietro Johanatan, che ormai non protesta più per i suoi comportamenti sopra le righe. «Silenzio, fai finta di nulla. Cammina come se io non ci fossi.» «Dai, Lea, smettila di comportarti come una bambina…» «Ssst….! Silenzio, guarda davanti a te, lo vedi? Quel vecchio incravattato, con la giacca color ciliegia. Sì, proprio lui. È quello che mi ha scattato delle foto, l’altro giorno, e non mi va assolutamente di incrociarlo. Per cui, cammina come se niente fosse.» Lo trascina, malcelata, lungo la strada, fino ad una piazzetta più appartata. Si guarda nervosamente attorno, non c’è più lui, a dirla tutta lì in quel posto non c’è più nessuno che transiti. Tira un sospiro di sollievo. Si sente salva. Da chi? «Ascolta, Lea, capisco che tu non voglia parlarne, ma devi dirmi cos’è successo, l’altro giorno, da quel maniaco. Che se vengo a sapere cose non belle, giuro che gli faccio il culo, chiaro?» «Non è successo niente, davvero.» «Allora perché ti nascondi da lui…?» «Così, per giocare.» «Piantala di dire stronzate.» era la prima volta che si rivolgeva così duramente a lei. Aggiunge subito un: «Mi dispiace. Quando vorrai parlarne, io sono qui.» la abbraccia stretta stretta, e stavolta più calmi e con un silenzio pesante caduto tra di loro, ritornano a casa. Evitano di tenersi per mano, ciascuno porta a passeggio il fardello dei propri dubbi domande pensieri.

Dopo essersi salutati sulla porta di casa, nel tornare Johnatan si accorge che ha ancora con sé il cellulare della sua ragazza. Prima di correre indietro per ridarglielo, pensa bene di guardare tra i messaggi – non dovrebbe, si sa, ma è troppo curioso ma più che altro deve vedere un piccolo dettaglio, se riesce a trovarlo, ovvero: l’indirizzo di quel porco – e trovato quanto cercava, ridà a Lea quanto dimenticato. Altro bacetto, altra raccomandazione, altra speranza di rivedersi presto. Adesso può fare quel che si era ripromesso: andare dall’avvocato, e dirgliene quattro.

Lo studio fotografico è leggermente fuori mano, ci arriva dopo una lunga camminata, che gli ha permesso di prepararsi tutte le frasi da dire, le cose da fare, eventualmente quali colpi inferire su quello che oramai credeva fosse un poco di buono, un maniaco sessuale, un pervertito, un vecchio squilibrato ubriacone sporcaccione eccetera eccetera. Cerca con gli occhi l’indirizzo giusto che ha memorizzato poco prima dall’ultimo messaggio ricevuto da Lea sul suo cellulare, e giuntovi bussa forte alla porta di lamiera. All’ultimo momento spera non ci sia nessuno, così potrà sempre dire di aver fatto il possibile, di aver voluto sfidare (…a duello?) l’avvocato (…delle cause perse?) e la sua coscienza sarebbe a posto. Senonché, dall’antro di Polifemo arriva ovattata la voce di una figura umana, che mugghia un qualcosa tipo: “Adesso arrivo, solo un attimo.” o roba del genere. Johanatan rimane fermo in posizione, i pugni stretti ai fianchi per la tensione accumulata e parzialmente scaricata nel viaggio lungo tutte le strade e stradine dell’area industriale della sua città. In fondo, era la prima volta che vi capitava, seppure fossero tanti anni che viveva lì, per cui in quel momento non poteva che sentirsi straniero, ed in terra ostile.

«Sì, chi è…?» «Sono qui per Lea.» Il vecchio si guarda intorno, aspettando un attimo prima di rispondere a Johnatan. «La stai cercando nel posto sbagliato.» «Non scherziamo, so bene come sono andate le cose.» «Vieni dentro, fuori fa freddo.» Era nervoso, l’avvocato, non gli faceva troppo piacere quella visita inaspettata, ma non poteva certo permettersi di avere sulla soglia del suo studio fotografico una persona che avrebbe iniziato ad urlare a chissà quali pratiche scandalose si erano spese là dentro. Johnatan entra riluttante, ma deve farlo innanzitutto per Lea, visto che sono (ufficialmente? Questa era una bella domanda, mai fatta prima d’ora) fidanzati. «Io e Lea stiamo assieme.» fa una pausa significativa, ma il fotografo annuiva a scatti, accompagnandolo verso l’interno del suo studio, dove potessero esserci almeno un paio di sedie. Era un ambiente tutto sommato spoglio, notava Johnatan proseguendo nello stanzone. Si chiedeva come potessero accadere certe cose, lì dentro, e quale potesse essere questo gran fascino, del vecchio. Per carità, la persona più adulta poteva sempre sortire un’aura di ammirazione nelle giovani indifese ed insesperte, ma erano orami cose da libri, o da gente ignorante. Ai suoi giorni, ora, si poteva sapere tutto ed il contrario di tutto, e potersi premunire adeguatamente verso persone magari non al di sopra di ogni sospetto. Vero che Lea era stata convinta da suo padre, a partecipare a quella sorta di book fotografico (se non chissà cos’altro, pensava Johnatan tormentandosi il labbro), tuttavia c’era qualcosa che non tornava, in tutta la storia, e lui era lì per questo.

Preso entrambi posto sue due scomode poltroncine di velluto rosso, Johnatan continua la sua perorazione: «Stiamo assieme e so che è venuta di recente qui da lei a farsi delle foto. Credo che non abbia fatto solo delle foto, ma ben altro. Sbaglio?» «Non ho toccato la tua ragazza, Johnatan. E mai mi sarei permesso di fare. Tu non sai niente della vita, ragazzino, quindi lasciami fare il mio lavoro e vedi di non disturbarmi oltre. Chiaro?» Gli intima il vecchio avvocato col pallino della fotografia. Ma il ragazzo non era convinto delle sue parole, e si mantiene fermo nelle sue posizioni. «…ho trovato una persona cambiata dopo che è venuta qui da lei, si rende conto? E dovrei pensare che in questo luogo non è successo proprio niente?» «Cosa doveva accadere qui, a parte farle qualche foto? No, non sono neppure piccanti o da riviste pornografiche. Sono delle semplici, vere, fotografie, che ritraggono la persona per quello che è: sè stessa, nulla più. Non succede niente, non vi sono filtri magici o costruzioni artefatte, senza trucco e senza inganno tu come entri qui, in questo luogo, ne esci tale e quale a come eri arrivato. Casomai, cambiato dentro, ma quello è tutt’altro discorso.» «Non me ne vado finché non mi dice la verità.» «Ascolta, io mi occupo di fotografia nel mio tempo libero. Vuoi provare anche te?» «No, grazie, vecchio porco che non sei altro…!» «Sarà una sola foto, non ti ruberò la tua anima, se è questo che temi.» «Io credo che lei abbia fatto del male a Lea, e farò denuncia alla polizia dell’accaduto. Così magari finirai in galera, brutto stronzo.» «Smettila di intimorirmi, non mi fai paura con le tue ridicole minacce. E poi sono un avvocato, queste cose le conosco meglio di te. E, ti ripeterò per l’ennesima volta, io non ho messo le mani addosso a Lea, come tu la chiami. Si chiama Leonja, è finalndese come il padre, mio caro amico, e posso giurare con la coscienza pulita che non l’ho neppure sfiorata. Certo, è una bella ragazza, e col pensiero potrò averla, come dire, toccata, ma per le fantasie non c’è alcuna pena, finché rimangono in te e non vengono messe in atto. Potrei aver pensato di baciarla e di spogliarla, ma qualora fosse, non è successo e mai succederà. Non confondere i libri con la realtà, caro mio, non farlo mai, perché essi tradiscono il vero raccontando il finto, e tradiscono il falso raccontando il fasullo. A scrivere la realtà, ogni giorno, non sono i libri, ma siamo noi, e non lo facciamo nei libri, ma con le nostre azioni, rapportandoci con gli altri. Mi segui?» «Allora…» Johnatan rimaneva perplesso. Si arrischia a chiedere all’avvocato: «Allora perché Lea è cambiata così tanto rispetto al giorno in cui l’avevo incontrata per la prima volta?» «Cambiata! La conoscevi così bene da poter dire che è cambiata come il giorno muta nella notte? Suvvia. Tu non sapevi chi fosse Lea fino a ché non ti ha permesso lei stessa di farsi conoscere per quello che era davvero, e dovresti considerarlo un onore, questo. Non ti piace più come persona? Allora ti conviene lasciar perdere ogni frequentazione con lei, perché altrimenti rischieresti di correre dietro ad una chimera e di pensare di avere a ché fare con uno dei tuoi sogni, magari uno di quelli letti in un libro, senza considerare che invece, la realtà, è ben altra cosa. E la delusione che potresti provare allora nello scoprire chi è veramente Lea potrebbe essere la stessa che si prova quando si giunge all’ultima pagina di un libro, e ci si ritrova in mano un sacco di domande, e nessuna risposta. Perché ciò che hai visto, o letto, non corrisponde a quanto in realtà è.» L’avvocato, esperto del mestiere, chiede semplicemente a Johnatan: «Lei cosa ti avrebbe detto?» «Che non è successo nulla, ma è facile farlo quando si ha paura. Ad esempio, oggi, l’ha vista da lontano e ha deciso di nascondersi al suo sguardo.» «Addirittura! E come mai?» «Gliel’ho chiesto, ma mi ha detto che era solo un gioco. Allora ho deciso di venire qui, per scoprire cosa è veramente accaduto.» «Insomma, non hai fiducia nella tua “fidanzata” visto che non le credi. Inoltre, non capisci la differenza tra gioco e realtà, anzi: sei ancora immerso nelle storie che ti immagini e costruisci sul mio conto, e sul suo. E, infine, prosegui nelle tue convizioni, pazienza se possono essere errate, tanto tu credi che un pervertito come me possa aver fatto chissà quali cose a quella giovane. Sicuro che non gliele volevi fare te, quelle cosucce sconce? Sicuro che non sia tu che vuoi fare sesso con quella bella ragazza, ma che hai paura magari di sbagliare o fare un passo falso, ed allora ti monta la rabbia, e questa rabbia cresce, ma se cresce deve uscire fuori, ed allora perché non puntare su di un vecchio amico di famiglia che, come gioco e come passione, fa delle semplici, ed innocenti, fotografie alle belle ragazze come la tua fidanzata? E ti dirò di più: quelle foto, consentono di tirar fuori il loro lato più intimo, senza che debbano togliersi troppi abiti di dosso. Non mi credi?» «Manco per sogno.» «Allora resta fermo così.» Senza permettergli di reagire, compare una polaroid nelle sue mani, e parte uno scatto. La foto impiega pochi secondi per uscire fuori. L’afferra, la scuote per fargli prender luce, asciugarla, e la guarda. Sì, proprio come pensava. Sì, proprio come diceva lui. Gliela porge, con distacco, dicendo solo: «Guardati. La vedi quell’ombra? Sono le tue paure, il tuo lato nascosto, quello che ciascuno di noi fatica ad accettare o a vedere appieno. Prendine atto, e coscienza. E poi guarda il tuo sorriso appena accennato, capisci anche te che non credi veramente a ciò che dici, a ciò che pensi, ma stai ridendo, e lo sai a chi è in realtà rivolto, quel sorriso da gioconda…? Alla tua ombra, a quella parte che tu non vedi, ma lei, che è di spalle, vede bene te, e ti fa il solletico, ti crea un mondo di desideri e proibizioni, di fantasie inesprimibili ed inesplicabili. Portala con te, su. Anzi, farla vedere a Lea, chissà che non possiate capirne di più. Ora, per l’ultima volta, vai.»

Senza aggiungere altro, il fotografo gli fa strada verso l’uscita. Fuori sta calando la sera. «Si allungano le ombre. Adesso sarete in buona compagnia, loro con te. Torna a casa, su.» e così dicendo, chiude la porta. Johnatan si ritrova all’addiaccio con una foto in tasca, in una città che conosce a malapena, fidanzato con una persona che credeva di conoscere, in compagnia di sé stesso che gli mostra lati che fatica a comprendere.

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