Le cinque stanze – C

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Accadono come simili – ma non uguali – in queste cinque stanze di un mondo senza troppe pretese. Si può andare da una stanza all’altra, ma solo se le porte sono aperte; altrimenti bisogna attendere che ciò accada. Apparentemente, nessuno controlla le porte. Forse il vento, o la dimenticanza, le lascia talvolta aperte. Altre volte, esse si spalancano comandate da argani invisibili, controllati da chissà chi, e chissà come. Per il resto, il mondo si avvicenda come tutti gli altri mondi, con le incombenze quotidiane, gli amori che non vanno a buon fine, le nascite insperate e gli incontri fortuiti.

“Perfino le stelle in cielo sembrano un casino. Non c’è armonia nell’universo. Dobbiamo convincerci del fatto che l’armonia – per come la intendiamo – non esiste.”                                              

(Werner Herzog, ‘Kinski, il mio nemico più caro’)

“TROIA”, glielo scrisse a pennarello sul petto, la grafia traballante. «Troia. Troia. Troia.» ripetè battendo le mani e alzando gridolini sovraeccitati, correndo attorno al corpo seminudo della ragazza. Le afferrò la faccia, cercò di risvegliare in qualche modo quella bella e giovane donna svenuta, ma non ci riuscì. La baciò malamente sulle labbra, lasciando poi ricadere il corpo a terra. «Troia.» ripetè un’ultima volta prima di uscire, chiudendosi la porta alle spalle.

La ragazza rimase svenuta – o addormentata – per un bel po’. Fu un forte rumore proveniente dalla stanza adiacente, a farle riprendere i sensi. Credendo di essere in un bagno, magari dopo aver lasciato fare ad un drink di troppo un tragitto in direzione contraria, si mise malamente seduta, portandosi le mani al volto. Alla meno peggio, con la camicetta strappata, si coprì il seno; non ricordava mani che l’avessero toccata, a dire il vero, o bocche che l’avessero baciata, se non un giovane carino che, poche ore prima, ci aveva provato goffamente con lei, ma si era dileguata in fretta, evitando con un movimento brusco il contatto tra labbra e facendo naufragare l’innamorato in un tiepido bacio sulla guancia. Cercò di fare mente locale, sul dove si trovasse e perché. Non c’era alcuna luce, in quel luogo, avrebbe dovuto cercare un interruttore tastando le pareti. Il suo corpo riprese vita, piano piano, restituendole sensazioni da ogni poro. Fortunatamente non era stata violentata. Certo, era ancora vergine e di questa cosa se ne vergognava, facendo il naturale confronto con le sue amiche che raccontavano delle loro imprese senza lesinare sui dettagli, ma in questo frangente sarebbe stato brutto dover raccontare chissà quali cose accadute in un locale buio e sporco, alla mercé di chissà quali e quanti uomini, insomma…Cercò la sua borsetta, senza trovarla. Sicuramente era da qualche parte vicino a lei, perché se gliel’avessero rubata, allora sì che sarebbero iniziati i problemi. Con calma, cercò di abituarsi al buio di quel luogo; pareva essere una cantina, per l’odore di umidità, ma poteva essere una stanza sopraelevata rimasta chiusa per un periodo molto lungo; questo non era dato saperlo ma non le interessava neppure. C’era qualcosa di più importante da fare, lì, ovvero uscire da quel posto, ed il prima possibile. Faticava ancora comprendere dove fosse, perché non ricordava di aver mai visto un posto del genere.

A malapena ricordava addirittura come vi fosse entrata. Una festa, tra amici e persone che conosceva solo di vista. Le amiche che l’avevano accompagnata, pensando fosse ora si desse una svegliata, che se rimani indietro in certe tappe nessuno si ferma mica ad aspettarti. Speravano potesse incontrare qualcuno che fosse abbastanza “a posto” per farle fare il “grande passo”, dopodiché, sarebbe stato tutto facile, in rapida (o ripida?) discesa. Difatti, come ovvio per persone della sua età, un bicchierino in più, uno sguardo ammiccante, e da cosa nasce cosa, finché non sei fregata. La prossima volta, si ripromise, dovrò fare più attenzione e non ascoltare le mie care amiche – se ci sarà una prossima volta, pensò tremando di freddo. Era rimasta pure scalza ma non vide le sue scarpe nelle vicinanze, anche se la penombra era talmente fitta da dover sforzarsi parecchio per tentare di cogliere qualcosa in quel buio distorto. Fuori doveva esserci un giardino, provenivano rumori di animali e sapori di terra e fiori, ma il suono giungeva troppo attutito per essere intelleggibile, ed il sottoterra dove la ragazza si trovava era troppo buio per distinguere colori o l’alternarsi del giorno e della notte. L’unica presa d’aria immetteva miasmi più di fogna che altro, a parte quegli sporadici olezzi naturali. L’ambiente era, a dirla tutta, fetido, ed i vapori irrespirabili. Intorno a lei c’era solo un gran buio, inframmezzato da strisce di luce che tentano di intrufolarsi come l’aria dagli spifferi, ma non era bastevole per consentirle di capire dove si trovasse esattamente, e che momento fosse della giornata – o della notte. Si tastò ancora una volta il corpo, non avvertendo dolore, tuttavia la stanchezza per qualche oscuro motivo le impediva di alzarsi del tutto. Si rassegnò a chiamare, dapprima con un verso flebile, quindi una selva di grida, intervallate da una domanda scontata: “C’è nessuno?” Se avesse capito quale poteva essere il suo destino, si sarebbe astenuta dal farlo, e fingersi addormentata sarebbe stato meglio, per lei. Col senno del poi, tuttavia, si faceva ben poco.

Il pazzo, come in un richiamo, tornò nella stanza; in mano teneva un coccio di vetro, un frammento degli innumerevoli specchi che erano stati rotti in tempi immemori e ci si era dannati in ogni modo per ricomporli, riassemblarli. Reggeva quella scheggia come un’arma, o un totem; probabilmente ne aveva usate altre, oppure aveva manovrato sempre la stessa, adottandola alla sua presa, facendola diventare estensione di sé medesimo, e con essa la sua unica ragion d’essere. Senza alcun ripensamento né segno di pietà, saltò sulla giovane. Era più in forze di lei. La ragazza, invece, per un sacco di ragioni era più debole. Con un gesto ieratico, alzò in alto lo spezzone di vetro, quindi iniziò ad incidere la sua pelle. Erano tratti imprecisi ma non casuali, come corrispondenti ad una qualche formula magica od un qualche disegno del cielo. Infinite costellazioni di graffi raggruppavano l’intrico di nei del suo corpo, oppure diventavano segni matematici nell’incavo della sua pelle. Tornò a strapparle la camicetta, con gli stessi gesti compiuti poco prima che la giovane riprendesse coscienza, ma non voleva farle violenza, né prima né ora. Aveva bisogno di lei per ben altri scopi, per la sua salvezza. Certo, lei non poteva saperlo, ed in fondo era meglio così. La ragazza di cui non conosceva neppure il nome, ma che aveva chiamato “troia”, ignorando il significato di quella parola nella sua mente inesperta di bambino, emetteva grida con tutto il fiato in corpo. Il sangue colorò le scritte e i disegni che il giovanotto scrisse sulla sua pelle, senza risparmiare nessuna parte. Incideva segni ovunque, alcuni più superficiali, altri più profondi, quasi sapesse fino a ché punto arrivare. Ne aveva un dannato bisogno per concludere quella cosa che molto tempo prima aveva iniziato. Le urla si fecero strazianti, l’immagine si colorò di un unico colore disponibile su quella tavolozza umana di carne: il rosso sangue – in contrasto col bianco marmoreo delle colonne e di uno scalone che c’era all’ingresso, e per il momento irraggiungibile, visto che tutto era chiuso, ma non concluso; era un caos in divenire. Ogni cosa si fece contrasto, in quel luogo ristretto. I colori, il silenzio meticoloso e le urla inconsolabili. Il buio pesto e la luminosità al di fuori. L’ambiente troppo basso, che non si riusciva a stare del tutto in piedi, ed il ben più vasto giardino che si trovava oltre, appena accennato da altre finestre che si aprivano su altri corridoi. Il bambino mai cresciuto e la ragazza non ancora donna.

Guardò soddisfatto il frutto del suo lavoro sul corpo della giovane. La girò di lato per ammirare meglio i suoi disegni, incisi sulla carne di lei con la minuzia del chirurgo e l’estro del pittore. «Tu. Tu. Tu.» balbettò emozionato scuotendola, invano. Il dolore era insopportabile, la ragazza giaceva in posizione fetale, uggiolando debolmente ed in preda a spasmi delle ferite. «Bella. Bella. Bella.» ripeté il folle, che mal articolava le sue parole e riusciva ad esprimersi meglio coi gesti, anche se fuori di senno e dall’umano comprendonio. «Per favore…» mormorò la ragazza, scivolando ai suoi piedi. «…lasciami andare via.», gnaulava prostrata a terra, ma il ragazzino non la ascoltava neppure. Girava in tondo, tirava calci a palloni invisibili, mimando il gesto di vittoria per aver fatto gol immaginari, ridacchiava contento, quindi tornava a rivolgere la sua attenzione alla ragazza, ma la considerava come uno dei tanti oggetti disponibili nella sua camera dei giochi, una volta forse ricca di colori, adesso spenta nel grigiore torbido di quello scantinato d’altri tempi. L’unica cosa sulla quale il tempo pareva non aver influito era stato quell’esserino, dai lineamenti infantili e l’animo brutale.

«Porta. Porta. Porta.» ripeté il giovane con fare clownesco, indicando dapprima se stesso, quindi lei, quindi la selce di vetro che ancora reggeva trionfante in mano, sporca di sangue. Era rinchiuso lì dentro da tempo immemore: vi era capitato per caso, anche lui, un giorno; si era perso, era con la sua mamma ed aveva visto una porta aperta, curioso vi aveva messo piede, e dopo…dopo non era stato più in grado di uscirne, tutto qua. Aveva compreso, a modo suo, il meccanismo di porte, e specchi, e tentava di ricrearlo su quel corpo che aveva a disposizione. Non che fosse scemo, tutt’altro: semmai, aveva perso la cognizione del tempo, e delle consequenzialità, e poiché nessuno, in tutto quel periodo (lungo quanto? non era dato conoscerlo, le leggi fisiche di spazio e tempo perdevano di pregnanza, una volta entrati là dentro) lo aveva educato, era cresciuto grosso modo come un selvaggio. Però voleva ancora uscire, aveva voglia di rivedere la sua mamma, e giocare con tutti quei giochi che c’erano (stati) nella sua stanza, quando era un bambino e non un folletto come era stato costretto a diventare. Un fenomeno da baraccone senza nemmeno un pubblico pagante. La solitudine lo aveva dilaniato dall’interno, e gli aveva mosso le mani per scarnificare la giovane, all’esterno. Aveva capito che occorreva una specie di formula magica, per uscire, che aveva bisogno di un altro, chiunque fosse, per aprire la porta – e disporre di possibilità ulteriori – sicché aveva atteso. Nell’ombra, per anni, cibandosi di polvere ed acqua piovana, mangiando zanzare e sassolini di terra. Giocando in qua e là con le innumerevoli schegge di specchio, appannate, sporche, incapaci di rimandargli indietro la sua immagine – o la sua giovinezza. E così un giorno se n’era approfittato, aveva attirato una ragazza che aveva scorto dal di fuori, era riuscito a farla giungere fin lì, da lui, in quella casa, in quella cantina, in quella stanza. Adesso era lì, e vi sarebbe rimasta per sempre, come lui. Finché non fosse arrivato qualcun altro a prenderne il posto, ovviamente. Un alito di luce filtrò nella stanza, che si rivelò essere una cantinetta sporca, ed angusta. Il piccoletto portò le mani davanti agli occhi, era tanto che il sole lo sognava e basta, e l’aria fresca dell’esterno gli spazzolò i capelli unti e scivolò sulla sua pelle sporca e incostrata di terra e sangue. Lasciò cadere per terra la selce, forse la ragazza ne avrebbe avuto bisogno, ma questo non sarebbe più stato suo problema. Senza incertezze, si mosse verso lo spazio maggiormente illuminato, anche se stretto, e che pareva restiringersi sempre di più. Poi sarebbe stato di nuovo… «Buio. Buio. Buio.» ripeté tre volte il bambino, correndo oltre il sottile pertugio che si era aperto loro dinnanzi, lasciandosi dietro l’eco della propria risata. Dopo poco, anch’essa si spense, e l’unico rumore percepibile in quell’anfratto dimenticato da tutti rimase il rantolare osceno del silenzio.

La ragazza si appoggiò sui gomiti e, cacciato un urlo disumano, si abbandonò al pianto.

***

Pubblicato da Lucio Campiani

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