Dis-simulazioni in 16 bit (1001)

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“Io t’amavo, Drusilla, di un amore puro – puro come le stelle più pure.
T’amavo, Drusilla, come si può amare il mare o la notte – con un impeto che aveva tutta la disperazione dei naufragi. E ogni volta che sprofondavo in questo amore, mi sottraevo ai clamori del mondo e all’infernale tormento dell’odio. Non lasciarmi, Drusilla. Ho paura. Ho paura dell’immensa solitudine dei mostri. Non andartene. Ah, questa tenerezza e questo andare oltre!…”

(Albert Camus, ‘Caligola’ – Atto Primo, ed. 1941)

Domani è un’altra notte.

Nel sogno, ti vedo di spalle, che ti allontani. So che sei te, perché ti riconosco dalla massa fulva di capelli, alcuni fuori posto – volutamente fuori posto. Ed il tuo vestito preferito, di un colore blu scuro tendente al nero. Ad ogni modo, so che sei proprio te, anche se distinguo poco i lineamenti, quando è buio e fuori fa freddo – e nei miei sogni in cui fai la tua comparsa è quasi sempre buio, e quasi sempre fa freddo. Potrei dire che nove volte su dieci piove, anche, tuttavia non sto dietro anche a questi dettagli. In verità, non c’è alcun sogno che metto per iscritto, la mattina. Semplicemente, alcuni mi rimangono vivamente impressi nella mente, e faccio veramente fatica a scacciarli. Spesso mi capita che, quando mi risveglio la mattina, mi abbiano lasciato effetti così vividi e tangibili da poterli paragonare a fatti realmente accaduti, e provati sulla mia pelle; talvolta mi chiedo pertanto se noi in verità dormiamo quando siamo svegli, e viviamo quando diamo il via al nostro bislacco teatrino dei sogni. Sarebbe un bel quesito per i fisici di tutti i tempi e luoghi, molti sicuramente vi si son già cimentati, e non sarebbe neppure del tutto assurdo, considerato che tutto nell’universo è permeato da un’energia sottile, che in taluni casi esplode nella potenza delle stelle, in altri decade nella durezza delle pietre che si assemblano attorno ad un centro di gravità permanente. Così come permanente è la tua assenza, che si è tramutata in una persistenza nella mia testa, una sfumatura lieve, una traccia di profumo mai del tutto dimenticata. Mi è difficile scacciarti via, lo dico con sincerità.

Certe volte, invece, a questi sogni sostituisco i miei viaggi con la mente, nel gioco dei se e dei ma. In questo caso, allora, mi piace immaginare cosa sarebbe successo se noi due fossimo stati assieme per più tempo, o ci fossimo incontrati in un altra fase delle nostre vite, oppure ci fossimo reciprocamente ignorati come due perfetti sconosciuti finchè, un giorno, il nostro casuale girovagare per il mondo non ci avesse fatto scontrare, magari in fila al supermercato o davanti al bancone di un bar, a guardarci negli occhi per un microsecondo e per un microsecondo accorgerci che in realtà ci conoscevamo da una vita e che avremmo dovuto fare un lungo tratto di strada assieme, pur essendo arrivati in ritardo al punto di ritrovo stabilito in partenza. Chi lo può sapere. So solo che sono meglio i rimorsi dei rimpianti, sempre. E tu fai parte dei secondi, purtroppo.

Nel mio oggi, sono una persona felicemente sposata con una donna che amo per davvero, e l’amore è fortemente ricambiato. Di bambini ahimé ancora non si parla, ma coi miei quarant’anni e qualche mese (un paio di anni in meno mia moglie, che chiamerò Francesca) oramai arrivo ad un giro di boa, e più che figli si dovrà parlare di nipoti (mai giunti) per dei nonni (mai stati). Se non altro, il profondo affetto che ha legato me e Francesca è stato più maturo e meno adolescenziale di quello che aveva coinvolto noi due, nel fiore dei nostri vent’anni e le carriere universitarie che andavano a gonfie vele, quando ti senti padrone del mondo finché non ti accorgi che sei secondo in comando di una piccola porzione di cielo. Poi qualcosa si incrinò e si infranse, come un oggetto delicato, un ninnolo di cristallo che casca per terra e si rompe in piccoli pezzi che riattaccarli assieme è oltremodo difficile. Allora cosa si fa, in casi come questi? Si raccolgono i cocci, li si buttano nella pattumiera e, con la morte nel cuore, si compra un altro ninnolo di cristallo. Così fu tra me e te, grosso modo: tu trovasti un’altro compagno, io mi invaghii di Francesca, tu ti sposasti non appena laureata, io attesi di trovare un posto di lavoro abbastanza sicuro per potermi permettere di mantenere la nostra famiglia in divenire, anche se poi i miei bei sogni di gioventù sono naufragati contro i marosi dell’agitata realtà. È l’eterno ritorno dei fallimenti, che colpiscono con maggior pervicacia la vita dei disillusi, i quali sono tuttavia quelli con maggior tempra, poiché non si piegano, ma vanno avanti, nei loro sogni lucidi ad occhi ben aperti.

Potrai convenire con me che le cose non vanno sempre come avevamo pronosticato fin dall’inizio. Bisognerebbe tenere le copie degli oroscopi più vecchi, per andarseli a rileggere a distanza di dieci, venti anni e farci una grassa risata sopra, per poi gettarli nel fuoco vista la loro insipienza ed inutilità. Come la luce bianca, che fai passare attraverso un prisma, e ti aspetti vi passi attraverso la stessa luce bianca, invece no, diviene un arcobaleno di colori, tutti tranne il bianco, così come se passi attraverso il prisma delle giornate, e dei mesi, e degli anni, parti con un progetto in tasca (diventare un astronauta per andare su Marte, ad esempio) e ne esci tutto tranne quello (per esempio, divenire un barista che serve drink a camionisti e prostitute); così fu la vita tra noi, iniziata nel condividere sogni e gioie, conclusasi in un mucchio di disillusioni e pianti soffocati. È così che è andata la nostra vita, Sara, e non possiamo farci niente.

Torniamo a noi, a me e te, a quel sogno che è sempre più ricorrente, in queste mie notti per la maggior parte insonni. Quando riesco ad addormentarmi, per mero sfinimento, allora sembra quasi a farlo apposta che entri in gioco proprio tu, e vieni a trovarmi nel mondo onirico del pos-domani. A meno che io non sia sveglio proprio quando mi trovo con te, e sogno semmai di essermi sposato con quella Francesca che avevo conosciuto per caso ad una festa di un amico in comune, una volta che tu non potevi uscire e mi avevi lasciato solo alla ventura. Guarda come alle volte il destino è strano nelle casualità che esso muove, portando a far incontrare nelle sue tortuose strade quelle persone che mai e poi mai si sarebbero conosciute altrimenti. Il destino è capace di mutare desideri in disastri, crisi in opportunità, fortune in deliri, come quelli che, da un po’ di tempo a questa parte, mi vengono a trovare per darmi una sadica buonanotte.

Sai, le mie giornate si son fatte dannatamente complicate per ricordarmi il loro decorso, ed altrettanto le mie notti sono talmente dense che è difficile scorgerne dettagli, al loro interno. Non so più quando c’è luce, fuori, e quando invece è buio, perché dormo durante il giorno, e lavoro durante la notte, salutando l’alba che arriva, ogni giorno, un poco più tardi. Alle volte, mi sembra il tempo scivoli inesorabile come l’acqua sul mio corpo. Cerco di fermarlo, di oppormisi, ma è come stare sotto una cascata, e tornano quei sogni, o quelle realtà. Potrei dire che ho sognato di sposare Francesca, mentre litigavo con te, Sara? Potrei dirlo? E chi mi può assicurare che sto dormendo o che sono vigile? Gli altri? Il mondo esterno? Ma chi costruisce il mondo esterno? La nostra percezione? L’inarrestabile corso degli eventi? Perdonami, ma rivangare il passato non è semplice, la sera, quando cerco di prender sonno, ed allora vado all’armadietto (o al frigo-bar di casa mia – nostra?) e mi faccio un goccio della migliore bottiglia di gyn, o grappa, o rhum. Dopodiché, mi sento meglio, più attento, più concentrato, più focalizzato sul qui e ora, sul come e perché. A volte aiuta, credimi. Aiuta ad entrare meglio nel mondo dei propri sogni, delle proprie irrealtà. Mi capita di gridare nell’angoscia della notte dei nomi di persona, mi aggrappo ad essi come fossero scialuppe del Titanic in mezzo all’oceano. Grido per minuti interminabili, finché qualcuno non mi desta, non mi scuote, non mi salva dalle onde della memoria, che mischia tutto in un frullato indigesto di voci e volti, corpi e nomi.. L’ultimo dev’esser stato quello di Francesca, perché mia moglie, accarezzandomi la fronte sudata, mi ha mormorato dolcemente: “è ancora lei, vero? O qualcun’altra? Tranquillo, chiunque sia adesso se ne andrà via. Te lo ha detto anche la psicoterapeuta, ricordi? Ora prova a dormire, su. Domani dobbiamo alzarci presto, ricordi?”

Qualcuno salta sul letto, attirando la mia attenzione, rapendomi dal dormiveglia in cui sono finito. Sono i miei bambini. Miei, e di Giulia, mia moglie. Pensa, Francesca o Sara, mie ospiti inquietanti della sera, io e questa donna siamo sposati da quindici anni, Carlotta e Gabriele sono venuti un po’ più tardi, e hanno il dono di riportarmi alla realtà, con la loro inguaribile vivacità, e spensieratezza. Mi tolgono dai sonni disturbati, dove sogno di dormire male, sogno di sognare persone che forse ho conosciuto un tempo, e che forse avevo sognato di sposare o di lasciare, ma ci sono momenti, di notte, che non so più chi sono, in quale parte di questo trasognato mondo mi trovi, se dormo sognando di dormire o vivo sognando di desiderare. Ancora non so se abbia davvero lasciato Sara sposandomi con Francesca, o messo su famiglia con Giulia, oppure nulla di tutto questo. I miei amici, quei pochi rimastimi addosso come scaglie di neve sul giaccone pesante, mi hanno consigliato di sentire uno specialista, valutare di prendere delle medicine, per il sonno, o per le allucinazioni, o per entrambe le cose messe assieme, ma li ho lasciati a loro questi bei consigli non richiesti, annuendo ebete per non dispiacerli, e tentando di cambiare discorso parlando d’altro, dei miei progetti, dei miei figli, delle belle ragazze su cui non può non cadere l’occhio, e sulle carriere miseramente fallite di conoscenze in comune, facendoci grosse risate. “Pensa a quello, che entrava come papa e ne è uscito cardinale.”, cose così, del genere, per evitarmi il più possibile il confronto inappelabile con me stesso, con il buio che ti vien vomitato addosso, con quel bisogno di dormire e quella voglia di restare svegli, con la paura di lasciarsi andare ed il desiderio di gettarsi nell’oblìo quasi eterno – fino al successivo risveglio, o sonno.

Certe volte, spalanco gli occhi nel cuore della notte, un rovello a martellarmi nel petto con una tremenda angoscia. Cerco qualcuno al mio fianco, ma quel lato del letto è freddo, e tremendamente vuoto. Sul cuscino ci sono i segni delle altrui assenze. Mi auguro solo di stare sognando, e non vedo loro di svegliarmi, accanto a Giulia, o Francesca, o Sara, o un’altra persona che quando dormo dimentico come si chiami per davvero. È in momenti come questi che non vedo l’ora che arrivi la notte, perché so che non riuscirò a prender sonno e potrò vedere le cose per quello che sono. Sul comodino, a tastoni, cerco qualche cornice che riporti foto ingiallite di una mia gioventù passata. Tengo gli occhi dolorosamente chiusi, prima di guardarle, nel timore mi possano mostrare una realtà che non conosco, oppure un sogno che non ho ancora sognato. Poi chiudo gli occhi, e li spalanco altrove, senza ben capire in quale realtà sia finito, stavolta, ed assieme a chi.

Finché non torna, prepotente, la notte; i suoi artigli mi graffiano la faccia, lasciandomi incisi addosso geroglifici che assomigliano a dei nomi.

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Pubblicato da Lucio Campiani

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