Le cinque stanze – B

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Accadono come simili – ma non uguali – in queste cinque stanze di un mondo senza troppe pretese. Si può andare da una stanza all’altra, ma solo se le porte sono aperte; altrimenti bisogna attendere che ciò accada. Apparentemente, nessuno controlla le porte. Forse il vento, o la dimenticanza, le lascia talvolta aperte. Altre volte, esse si spalancano comandate da argani invisibili, controllati da chissà chi, e chissà come. Per il resto, il mondo si avvicenda come tutti gli altri mondi, con le incombenze quotidiane, gli amori che non vanno a buon fine, le nascite insperate e gli incontri fortuiti.

“Non abbiamo bisogno di altri mondi, abbiamo bisogno di specchi.” *

“La vuoi smettere di correre dietro le tue chimere…?” una voce risuona tra le mura decrepite di un palazzo in disuso. Non si capisce bene da dove provenga, e tra l’altro l’acustica è infida, colpa di tubature che corrono in ogni dove, e l’assenza di porte, il moltiplicarsi di piani e gattabui, sembra uno di quelle dimore di fine secolo dove una volta abitava l’alta società, la creme de la creme, per poi, infine, cadere in disgrazia anch’essa, ed il loro inutile spreco di ricchezze e di sciatteria. La vita gira come una ruota panoramica, alle volte sei in cima, alle volte tocchi il fondo, non se ne esce, non se ne uscirà mai, da questo perverso gioco delle parti. Tuttavia, quella voce che scorre o rincorre qualcuno o qualche cosa, non cessa di emettere le sue severe sentenze, come se si trattasse dell’unica cosa veramente presente in questo strambo gioco di rimandi ed assenze, di realtà e fantasia, di possibilità aperte e di scelte obbligate.

La seguo con sospetto, sempre che stia percorrendo la strada giusta. Improvvisamente vedo un’ombra che sgattaiola via, sembra quella di un bambino che si diverte nel nascondersi, nel giocare a nascondino con le sue ombre. O le mie. Qualcuno che corre? E l’eco dei suoi passi, dov’è? Regna quasi il silenzio, in questo luogo. O stanza. La stanza degli innumerevoli specchi rotti, dove ogni scheggia mi rimanda immagini distorte del mio volto, di me che cammino, che giro intorno, che getto lo sguardo a destra e manca; cerco di localizzare quella voce, sembra tutto silenzioso, ma avverto un flebile sussurro, o respiro, o vociare sommesso…mi abbasso, noto una specie di pertugio, ma in realtà è solo un frammento di specchio che si frappone tra me e la realtà del mondo esterno, o interiore. Quella voce…è dietro di me, adesso. La sento. Sembra picchiettarmi sulla spalla, intimarmi di continuare così come è, ed è sempre stato. “Lo capisci che la realtà è diversa dalla somma di ciò che accade?” “Ti rendi conto che queste porte non conducono da nessuna parte? Perchè devi continuare a muoverti da un posto all’altro, quando chi è veramente in movimento è colui che riesce a rimanere fermo?” Ad ogni passo, aumentano il numero di specchi, il suo moltiplicarsi osceno e quasi pornografico, dove ogni minimo poro del paesaggio è colto, afferrato, esasperato nel suo essere. Sotto la suola delle scarpe iniziano a scricchiolare infiniti pezzettini di vetro. È la realtà che collassa su se stessa?

Una libellula si appropria del mio campo visivo. Entrata da una finestra rimasta socchiusa, non è più in grado di uscire, un poco come me, che mi sento in questo caso una mosca intrappolata sotto un bicchiere di vetro come in un gioco sadico di bambini annoiati. Ho bisogno di capire se sono vivo: mi pizzico il braccio fino a farmi male: non ho perso la capacità di provare dolore, fortunatamente. Ho perso la capacità di provare empatia, forse, dunque carpire il dolore negli altri e farlo mio, anche se avverto un brivido lungo la spina dorsale ogni volta che quella voce, da chissà quale anfratto essa provenga, tenta di mettermi in guardia contro la ridda di angosce e spaventi che mi trascino dentro. Fortunatamente, adesso, la luce è meno fioca; riesco a muovermi senza dover procedere a tastoni, e posso avere il passo piú sicuro. Tuttavia non riesco a trovare una conclusione di queste sale, e questo corridoio, o salone che sia. Sembra immensamente vasto, di un’estensione distorta dalla prospettiva, o dall’eco che provoco lanciando grida per le pareti. Vedo le pareti, ma quando mi avvicino ad una di esse, si allontanano. Mi tengo a ridosso del lato con finestre, allora, senza però avvicinarmi troppo onde evitare che quel richiamo del vuoto possa riappropriarsi di me e spingermi a tentare. Debbo dire che la maggior parte delle finestre portano luce nell’ambiente, ergo dev’esser giorno, da qualche parte là fuori, ma sono troppo in alto perchè io possa raggiungerle e guardare al di là di esse. Quelle che invece sono aperte noto montano tutte grate, quasi fosse una prigione: a meno che io non mi trovi al piano terra di un qualche palazzo (o castello? un maniero, altrimenti?) per cui quelle sbarre piú che impedire di uscire, evitano che entri qualcosa di non gradito. Sta di fatto che è tutto silenzio, qui. E vuoto. Forse qualcuno vi aveva abitato, in questi luoghi, una volta, ma adesso sembra tutto abbandonato da tempo immemore. Dev’esservi stato gettato scempio e chissà quali oscenità, visto che se c’erano degli specchi, ora sono tutti infranti.

“Datti una svegliata!” mi intima quella voce facendomi trasecolare. “Non capisci che le prigioni sono quelle mentali che ti crei tu stesso, e le grate le hai forgiate proprio te in tutti questi anni?” Ho perso il conto degli anni, potrei essere un vecchio decrepito o un ragazzino con ancora il sapore di latte in bocca. Tra l’altro, ogni superficie che possa riflettere la luce è qui resa praticamente inservibile, dunque non posso neppure cogliere la mia immagine. Mi accorgo solo che, procedendo nel mio girovagare lungo quel tappeto di schegge, esse paiono organizzarsi in un sentiero ordinato, da seguire attraverso altre porte e pertugi, fino ad esser condotto in una stanza piú grande del resto dell’edificio. Sempre si possa definire “più grande”, quando non conosco le proporzioni reali di questo posto. So, o meglio, ricordo come vi sono entrato – salvo poi la porta dissolversi in un blando gioco di magia per sempliciotti – ed ora non posso far altro che esplorare questo edificio, intricato, complesso, spoglio, desolatamente vuoto.

Nel punto dove mi trovo, adesso, sono assenti finestre, ed il soffitto è parecchio piú alto del consueto. Può darsi abbiano abbattuto un pavimento per raddoppiare il volume della stanza, eliminando un piano calpestabile, oppure la casa e la stanza in oggetto si presentavano così fin dall’inizio, nel progetto dell’architteto (demiurgo?). Mi sento adesso come perso in quella casetta cantata da Sergio Endrigo, e che si trovava in via dei matti al numero zero. Calma, mi dico: così come la complessità del nostro cervello può esser valicata con la logica ed il ragionamento, così la complessità di questo posto può esser superata attraverso la costruzione di una mappa (per quanto non rappresenti in pieno il territorio, lo so: ma piuttosto che niente…).

Penso: se gli specchi sono porte, allora esse sono state distrutte da qualcuno, perché non le si attraversassero più. Alice, ad esempio, adesso sarà rimasta bloccata nel suo Paese delle Meraviglie. Altri assieme ai loro doppi perversi. Borges potrà esser più tranquillo, visto che reputava abominevoli, assieme alla copula, anche la presenza di specchi, che erano quanto dessero più orrore: adesso, per chiudere il cerchio, occorrerebbe la sterilizzazione coatta di ciascuno di noi, e dopo chi potrà mai guardare agli altri costruendosi una montagna di sogni che vadano oltre ai più semplici destini dettati dal mero istinto animale? Temo che tutto quanto, un giorno, si ridurrà ad uno strato di palta, senza nessuno che possa camminarvi sopra e chiedersi dove siano finiti tutti gli altri. Arriverà un giorno che non si potrà più dire “qui non c’è nessuno”, perché non ci sarà veramente nessuno che potrà farlo. E chi non ha coscienza di sé stesso è condannato a ripetere infinitamente i suoi passi, i propri sbagli, o essere eternamente roccia, e pietra ed infine polvere, sabbia, una scheggia di vetro, una raccolta di briciole di conchiglie. Dovrei solo raccogliere tutti questi pezzi, con infinita pazienza, farli miei, e riassembrarli, in qualche modo incollarli assieme, per ricostruire una porta, per poter esser condotto altrove, in un altro mondo, con un’altra maniera…ma non so quanto possa esser buona, questa mia idea. E rischio solo di perdere tempo nell’assemblare un puzzle dall’incerta risoluzione. No, non posso permettermi di sprecare tempo, adesso.

Avverto l’odore del mare, allora non sono in un posto tanto diverso da quello di qualche tempo addietro, quella stanza in cui ero entrato per caso una sera, ed era tutto buio, e ad un certo punto il sole si era riappropriato di quel luogo – grazie alla voce, l’unica compagnia distorta che vorrei sempre scacciare e rifuggire – e dalle finestre si avvertiva il mugghiare del mare, quel lamento delle sirene, e quella voglia di lasciarsi andare e gettare oltre allo sguardo anche il proprio misero corpo oltre a quelle inutili pretese di libertà, ma qui non posso nemmeno ardire a giungere tanto, perché queste finestre adesso sono troppo alte per essere raggiunte, oppure montano inferriate, e queste grate rendono le ombre una quadrettatura da gioco di scacchi ed io sono il nero che non può mai vincere, al massimo sperare in una patta o confidare nelle incapacità dell’avversario. Forse potrei chiedere a quella voce, se tornerà a farsi sentire, chissà quando ed in quali occasioni, potrei domandarle di lasciarmi libero, per una buona volta, libero di svicolare da questo incredibile labirinto di corridoi, dove non sono né Teseo né il Minotauro, sono un tutt’uno con il labirinto stesso, una sua inutile propaggine, una falsa parete che mostra lo sbocco sul nulla, su questi miei deliri, su questa mia fede cieca in un qualcosa che chissà se mai arriverà nuovamente…ciò che giungerà sarà pure il sonno, spero, ad arpionarmi, in queste oscure stanze, prive di tutto, depredate anche degli innumerevoli specchi che le abbellivano, quando c’erano balli, e musica, e danze sguaiate, e vita, e presa di posizioni, ed un crepitio leggero del fuoco da uno dei camini ai lati del grande salone, e un viavai discreto di camerieri in livrea bianca, ma adesso la festa è finita, la notte si avvicina inclemente e non mi resta che cercare un riparo, potermici accucciare tranquillo, sperando che nessuno giunga a disturbarmi, e che quell’infame voce almeno per una notte mi lasci libero di divagare nei miei sogni, che si moltiplicano, si sdoppiano, si rifranno in infinite stanze, frutto di una marea di infiniti specchi.

*cit. da: Stanislaw Lem, ‘Solaris’

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Pubblicato da Lucio Campiani

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