Effetti postumi in cinque atti – Tertium

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“Ars est celare artem”

(L’arte consiste nel celare l’arte)

III. Venticinque sfumature di lei

Erano andati tutti via, li avevano lasciati soli, ai piedi della collina. «Chiama Andrea!» aveva protestato Lea, anche se oramai Johanatan aveva capito come fossero andate le cose: i vari gruppi, partiti in momenti diversi, avevano certamente pensato che loro due erano con gli altri, e non avrebbero potuto scoprirlo finché non fossero arrivati a destinazione, quel parcheggio grande dietro il museo di scienze naturali di Regalpietra. «Niente, non risponde nessuno. Staranno ascoltando musica a palla, oppure ha il cellulare nello zaino…che si troverà nel bagagliaio.» Johnatan tira calci ai sassolini intorno, alzando un gran polverone. Si rivolge a Lea: «Chiama i tuoi genitori.» Dopo un attimo di perplessità, Lea risponde: «Sì. Posso chiamare mio padre. Magari è ancora sveglio. Ci darà una bella sgridata, dopo, te lo preannuncio.» «Per cosa dovrebbe incazzarsi? Mica è colpa nostra se ci hanno lasciato a piedi!» «Tu non conosci mio padre, è molto rigido su queste cose. Se sbagli, alla fine, la colpa è sempre tua…» «…vabbè, tu intanto prova a chiamarli, poi si vedrà. Non mi va mica di rimanere al freddo tutta la notte, eh!»

Lea si allontana un attimo per cercare un punto dove il segnale sia migliore. Da lontano, la vede gesticolare agitata mentre parla con qualcuno, verosimilmente suo padre, anche se infine la vede sorridere. Torna da lui: «Tutto a posto. Ci viene a prendere. Però, come ti dicevo, ci farà una bella lavata di testa.» «Guarda che io non c’entro. Casomai, se la prenderà con te, Lea.» «Se non perdevi tempo a sbaciucchiarmi, potevamo tornare a casa con gli altri, caro mio.» «Vaffanculo!» le risponde ridendo. «Piuttosto, visto che hai freddo…» gli dice Lea abbracciandolo «…ci sono qui io per riscaldarti.» e gli getta le braccia al collo. Nella foga, la sua bocca si spinge avida sul collo. Il giorno seguente sarebbe rimasto un livido, a Johnatan, per il succhiotto ricevutoPiù tardi, i fari dell’auto del padre di Lea illumina due corpi rimasti abbracciati tutto il tempo nei loro cappotti leggeri. Un cupo richiamo di clacson li riporta alla realtà del qui ed ora. «Ecco mio padre. Te lo faccio conoscere. Ah, ti presenterò come il mio fidanzato.» A Johnatan si spengono in gola le parole, come i fari della macchina che aveva accostato sul ciglio della strada. Fidanzati? Così su due piedi? Il suo pensiero. «Ma non ci conosciamo neppure.», è la sua flebile protesta. «Una ragione in più per farlo, no?» La risposta di Lea mentre corre verso la macchina.

La macchina adesso sta proseguendo nel buio più fitto e nel silenzio più impenetrabile, dopo che ci sono state le presentazioni di rito. Il padre di Lea è nervoso, concentrato sulla strada, sulla nebbia che ogni tanto li sorprende come fantasmi del presente e del passato. Johnatan è seduto dietro, a scrutare dal finestrino il nulla che gli si dipana a fianco. Lea è davanti, mezza addormentata, non vede l’ora di essere a casa, e sotto le coperte. Ad un tratto, l’uomo decide di rompere quel guscio di silenzio con la sua voce baritonale, con le classiche sfumature dello straniero che parla bene l’italiano, ma non poteva lasciare indietro le influenze della sua terra d’origine. Le dice: «Oggi ho visto un mio caro amico.» e fa una lunga pausa, come per far sedimentare la sua frase spezzettata. «Come hobby fa il fotografo, ma è molto bravo, nel suo campo.», le spiega. Altra lunga pausa. Evidentemente deve pescare le parole migliori, o dev’essere uno sforzo immane, per lui. Sarà la stanchezza, si dice Johanatan ascoltandolo a tratti. «Gli farebbe piacere conoscerti, per un suo progetto che sta portando avanti. Ritiene che tu possa essere una giusta candidata.» Finalmente giunge una risposta dalla stazione Leonjia. «Candidata a che cosa, babbo?» La domanda assonnata di lei. «A posare per delle fotografie. I dettagli te li saprà dire lui, io non sono del mestiere. «Va bene. Ci penserò.» «Ehm…Domani gli devo dare una conferma, decidi in fretta. Fossi in te…» calca su quest’ultimo periodo «…non rinuncerei a questa cosa. In fondo non è niente di scabroso, no? Poi al massimo torni a casa e amici come prima.» «Ceeerto. Posso almeno pensarci o devi decidere tutto te, per la mia vita?» occhio che iniziano le proteste della bambina dispettosa, è l’aria che inizia a circolare nell’abitacolo, assieme al profumo di arbre magique alla menta. «Ovvio che non sono io a dover decidere per te, Leonja. Allora facciamo così: domani ti darò il suo numero, così gli parli te e decidete voi il da farsi, ok? Per tagliar la testa al toro, e non se ne parli più.» Anche se Henrik non era convinto, avrebbe preferito una posizione più netta e ferma, di sua figlia – sia in un verso che nell’altro – per non aver da discutere con lei, o metterla alle strette secondo una decisione che, da parte di Giancarlo giungeva come obbligata. Cosa poteva dirle, di più? I ricatti si basavano anche su questo: una volta che hai contratto un debito, devi mettere in conto dovrai pagare, un giorno, e più passano i giorni, o i mesi e gli anni, tanto maggiore sarà il prezzo effettivo da pagare.

«Pronto, sono Lea.» «Oh, ciao Lea. Mi fa piacere tu abbia deciso di chiamarmi. Dimmi tutto.» «Volevo dirle che sono d’accordo per quella cosa. Mi dica quando possiamo vederci.» «Per prima cosa, Lea, diamoci pure del tu. Seconda cosa, puoi venire quando a te fa più comodo. Questa settimana, ad esempio, come sei messa?» «Posso dopodomani, nel tardo pomeriggio.» «Perfetto. Ti mando via sms l’indirizzo del mio studio. Ci vediamo là, dopodomani cioé mercoledì, verso le 17 e 30. Ok?» «Va bene, arrivederci.» «Ciao.»

Lo “studio” indicatole dall’avvocato Piepoli risulta essere un magazzino disadorno, quasi lasciato a se stesso, pulito il giusto ed all’ultimo, covoni di polvere giacciono ancora agli angoli, da chissà quanto tempo. Lea arriccia il naso di fronte a questa sozzura, ma non è troppo schizzinosa, alla fine. L’uomo è ben vestito, rasato di fresco, un profumo non invadente che proviene dalla sua persona. La accoglie con una macchina fotografica in mano, una reflex che ad occhio dovrebbe costare qualche migliaio di euro, per quel che ne può sapere Leonjia. “Se per te non è un problema, direi di non sprecare troppo tempo in convenevoli. Oggi non è troppo freddo, ma se preferisci accendo il riscaldamento. Il mio regno, se così si può chiamare, è stato ricavato in una piccola porzione di questo magazzino, regalo della mia famiglia di contadini, ma stiamo parlando di secoli fa, te non eri neppure nata. E non credo possa interessarti troppo questa storia.” La conduce in una parte del magazzino dove, con pannelli di legno e formica è stato ricavata una sorta di alcova. “Non ho problemi a dire che spesso vengo qua con le mie ragazze. Ma non ti preoccupare, niente di morboso. Passiamo del tempo assieme, facciamo due chiacchiere e, se vogliono, scatto loro qualche foto. Chiedendole, come farò con te se vorrai posare, di tirare fuori la loro vera essenza, in qualunque senso loro lo intendano. Mi segui?” Lea annuisce, senza aver capito ancora granché della situazione. Le vengono in mente solo immagini sordide ed oscene, di sesso e sudore e vodka rimediata a qualche shop gestito da bengalesi. Al massimo, un contorno di fumo di sigarette ed un cimitero di mozziconi tutt’intorno al letto. Insomma, immagini non certo idilliache nè, tantomeno, bucoliche. Però, si dice, adesso è in ballo, e vuol ballare. Quindi annuisce e si leva la giacca. Effettivamente, nello stanzino il calore è più che bastevole per rimanere in maglietta. Nota solo che l’uomo pare non avvertire il caldo. Gli viene in mente una sola espressione, che cancella dalla sua mente con un sorrisetto: “cuore di ghiaccio”. Forse, chissà. Ora è tutta sua, ça va sans dire.

“Ok. Ferma così. Tira fuori il peggio di te.” glielo dice così, senza mezzi termini. Il peggio? Perché non il meglio? “In che senso, scusi?” “Nel senso che devi tirar fuori ciò che veramente sei, non quello che gli altri vogliono che tu sia.” E poi: “Spesso tiriamo fuori “il meglio” di noi solo per far contenti gli altri, ma chi dice sia effettivamente la nostra parte più vera? Se invece tiri fuori il peggio di te, allora non devi sforzarti di fingere, perché è difficile fingere il male, ma puoi soltanto tirar fuori la tua parte più intima. Io la vedo così, e se mi ascolti e segui quello che ti dico, alla fine mi darai ragione.” Click. “Va bene, così va bene.” Dimostra quello che non sei, non fingere. Non adattarti all’ambiente, fà che sia esso ad adattarsi a te. Altro click. “Ottimo, ottimo. Stai andando alla grande.” Tira fuori l’energia che ti corrisponde. Sii te stessa. Diventa ciò che sei sempre stata. Abbi cura di te. Una sfilza di click. In tante pose ed espressioni diverse. Alla fine, è come sottostare ad un book fotografico, per una sfilata immaginaria ad un pubblico ristretto. C’è solo lei, e quell’uomo, anzi alle volte sembra quasi ci sia solo lei, e nessun altro. Alla fine, rimane in intimo. “Perfetto. Così mi piaci, così come sei.” La parte più intima di lei che viene fuori. I suoi nei, reali e della mente. I suoi aspetti più torbidi, più sporchi. Quello che non avrebbe mai voluto divenire ma che invece é. Ciò che avrebbe voluto sempre essere ma gli hanno sempre impedito di mostrare. E di-mostrare. Adesso può. Può permetterselo, e questo è più che abbastanza. Sta piangendo, non per gioia nè per dolore, solo perché stanno vibrando le corde più profonde di lei. Un’altra raffica di click, come si fosse davanti ad un plotone di esecuzione. Si sente stanca, stravolta, disfatta. “Ti rendi conto che sei la persona più vera, così come sei, eh?” l’uomo è rimasto sempre impassibile e professionale, nello scattare foto su foto. “non ti senti più libera, adesso?”

Gradualmente, venivano a galla le molteciplici sfaccettature di Lea. Come un prisma che gira sotto la luce, i colori venivano riflessi in un gioco di molteplici sfumature. Sorridente, arrabbiata, pensierosa. Spregiudicata, prudente, impaurita. Sensuale, respingente, aperta. Giovane, ragazza, ribelle. Una rabbia a lungo covata iniziò ad emergere in lei, finché, ad un certo punto, senza che nulla potesse più trattenerla, esplose in un grido acuto di rabbia, contro tutto e tutti, contro i suoi genitori che le volevano costuire una maschera sul volto, contro quel bel ragazzo che però non poteva amare del tutto perché troppo incapace di lasciarsi andare fino in fondo, contro sè stessa che era complicata e complessa, difficile da prendere ed ostica da studiare, ma soprattutto contro quell’unica persona che al momento aveva di fronte: l’uomo dai toni cordiali, dalla macchina fotografica di immenso valore – e che avrebbe voluto strappargli via e gettare per terra, per il semplice gusto di vederla infrangersi in migliaia di piccoli pezzi, sicché gli urlò addosso tutta la sua frustrazione e, senza più aggiungere altro, afferrò i suoi vestiti e corse fuori da quel luogo. Si ripromise che non vi avrebbe mai più messo piede, per nessuna ragione e nessun motivo.

Corre via Lea, chissà dove, con chissà quali pensieri che le si affollano in testa. No, non vuol più stare laggiù, sotto i riflettori, sotto lo sguardo di quell’uomo, anche se forse è lo specchio di lei stessa, che non vuole guardare. Com’è difficile diventare ciò che ci si sente, scoprendolo improvvisamente dopo tanto tempo. Anche se molto probabilmente, l’intervento di quell’uomo altro non era stata che la goccia che aveva fatto traboccare il vaso. Perchè c’era stato ben altro, prima di questo suo scoppio, ben altro…Decide di chiamare Johanatan, gli chiede se possono vedersi. Non ha voglia di tornare a casa. Sì, lui è libero, le chiede al telefono com’è andata con quelle foto, lei taglia corto, dice, vediamoci da qualche parte, andiamo a mangiare al McDonald in piazza, ok?

Si vedono poco dopo. Lei lo abbraccia forte, come se fosse un tempo infinito che non lo vedeva, come se fossero fidanzati da una vita, anche se non era vero per entrambe le cose: si erano salutati la sera prima, e sempre dalla sera prima Lea aveva deciso stessero assieme. Aveva preso le redini della situazione, e non si sarebbe tirata indietro. Quel che voleva, lo otteneva. Si sente strana, ha voglia di un bell’hamburger e patatine, quelle schifezze che ci si può permettere finché si è adolescenti, pentendosi poi subito dopo all’idea della miriade di brufoli che avrebbe ripopolato il proprio viso…

In verità, adesso si sente euforica, vorrebbe permettersi di tutto, Johanatan la guarda e si domanda se per caso quel maniaco non l’abbia drogata per fare con lei chissà quali porcherie. Questo pensiero evapora quando lei lo bacia appassionatamente, esplorando la sua bocca con la lingua. Non che non si fossero baciati prima alla francese, solo, non con questo trasporto, e tantomeno così apertamente, davanti a tutti, in pubblico, mentre sono a fare la fila davanti al McDonald di Piazza della Tesoreria di Regalpietra. Johanatan non è troppo contento nel vedere la sua ragazza così tanto cambiata, di punto in bianco, senza alcuna ragione apparente se non quel (maledetto?) set fotografico cui si era gentilmente prestata. Era bastato scattarle qualche fotografia per tirar fuori la sua vera anima? Quello capitava giusto nei libri di fantasia, o dell’orrore. Quelle molteplici sfaccettature non sapeva dire se fossero state sempre presenti in lei, conoscendola appena: ad ogni modo, doveva ammettere che gli facevano paura, sotto un certo aspetto, anche se era un ragazzo.

“Spacchiamo il culo al mondo!” urlava Lea alzandosi la maglietta e mostrando il seno scoperto. Sì, era davvero cambiata, pensa Johnatan guardandola estasiato. La vera domanda era, semmai: il suo cambiamento era stato in meglio o in peggio, per i suoi gusti?

***

Pubblicato da Lucio Campiani

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