Una vita in ventiquattro mosse di scacchi / 14

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Certe volte ci si trova in una situazione d’impasse. Tutto sembra essere orchestrato per costringerti a fare determinati passi, o scelte, che altrimenti avresti rinviato o ti saresti ben guardato dal compiere. Potrai solo dire “mi hanno spinto a farlo, è stato più forte di me”, per cui il contesto, e l’ordine di cose ti trovi innanzi sembra una mastodontica congiura architettata contro di te, anche se non te ne accorgi e, se te ne accorgi, non puoi farci nulla.

Così, in parte, era stato per Costanza. Dopo la sfuriata con Adele in piazza, si era tranquillizzata andandosene via con il suo ragazzo, Alfio. Anche se, non è che andandosene da certe situazioni allora esse magicamente si risolvono o cessano d’esistere.

Ad ogni modo, Adele si è legata al dito, quella cosa. Non può tollerare di sentirsi giudicata meno di qualcun altro che sia entrato nel suo campo visivo. Dev’essere quella migliore di tutti, nessuno la può scalzare dal suo piedistallo, o togliergli la corona. Non si devono permettere. Dorme agitata, Adele, perché sa che certe scelte sono difficili da compiersi, anche se alle volte paiono inevitabili. Dorme agitata, Costanza, perché teme che alle volte le parole possono davvero incidersi più profondamente che le azioni, nella carne e nelle menti di chi le ascolta o subisce. Dorme poco tranquillo anche Alfio, perché sa che Costanza non è tranquilla, e più che esserle in parte d’aiuto si rende ben conto di avere le mani legate, e non può farci niente, perché quanto accade molto spesso è qualcosa più grande di lui, e non si può far nulla per impedirlo.

Adesso, ai tre, non resta che cercare di prender sonno, aspettando che siano altri, a compiere le loro scelte, a fare le proprie mosse, potendo infine dire che erano stati costretti, a fare certe cose, perché non avevano altra scelta, perché in fondo erano semplici pedine in mano a personaggi onnipotenti contro i quali non potevano assolutamente nulla. A meno che…

Fu nel vedere un bambino piccolo, che correva per la strada senza preoccupazioni, felice di esser lì dov’era – ovunque fosse – a spingere Alfio a rendersi conto che spesso, ragionando come solo i bambini sono capaci di fare, si può essere liberi, e felici. C’era da lavorarci sopra, ma non era così impossibile da farsi.

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Pubblicato da Lucio Campiani

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