Dis-simulazioni in 16 bit (1000)

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L’anno dell’incertezza (3 volte mille)

Grattacieli. Mastodontici pinnacoli che solcano il cielo, si spingono al di sopra delle nuvole più basse, oscillano come canne al vento, durante le burrasche ed i temporali. Ma non crollano. Perchè la mente umana è riuscita a superare i limiti imposti dallo stare a terra, costretta a strisciare come vermi, senza riuscire ad affrancarsi dalla schiavitù imposta da qualche divinità crudeli, o stupidamente egoiste. L’ambizione sfrenata dell’uomo lo ha spinto ha ricercare soluzioni sempre diverse a tutti quei problemi sempre nuovi che incrociava nel suo cammino verso la libertà, o la ricchezza, o il dominio, o la semplice e sperata potenza. Sopra tutto, sopra qualunque cosa, i propri simili, le proprie vigliaccherie, l’umanità stessa. Ed in parte, ce l’ha fatta.

Nell’anno 3000, scelto non a caso, si è deciso di inaugurare i grattacieli (meglio definirli, adesso, toccacieli) che ricopreranno la maggior parte della superficie. La loro altezza, per il momento, si aggira intorno ai 3000 metri. Grazie all’impiego di materiali speciali, e di piattaforme semimoventi, opportunamente sospese e zavorrate, si è potuto puntare in alto, al massimo, verso l’infinito ed oltre, come recitava un famoso refrain di un filmato bidimensionale di appena un millennio prima, ovvero quella che è la nostra preistoria. Siamo nella fantastica età dell’impossibile, e dell’incerto. Quest’anno, si entra ufficialmente nel nuovo millennio, quello dell’imponderabile, incertezza e dell’assoluto.

Poiché le spedizioni spaziali sono al momento limitate, pochi eletti possono spingersi fino a Marte, e la Luna è zona off-limits, costituendo immenso interporto di scambio commerciale, l’unica soluzione al momento è stata quella di spingersi il più in alto possibile, pur mantenendo i piedi per terra. Lavori incessanti di generazioni hanno permesso, infine, di arrivare ad un tanto così dal cielo, da quel posto dove una volta si pensava risiedessero gli dèi, e dove ora, invece, abitano gli uomini. Si capisce come mai le divinità abbiano deciso di crearci a loro immagine e somiglianza: per poter essere, un giorno, esattamente come loro. C’è una felice agitazione, nell’aria del mattino. L’atmosfera è frizzante, preambolo di nuove conquiste che determineranno infine il nostro cammino per gli anni a venire. Voglio andare all’ultimo piano al momento accessibile, per vedere il mondo tutto al di sotto di me, e gustarmi la sensazione di potere, e di potenza, che si impadronisce di chiunque, ogni volta ci si pone al di sopra di tutto, e di tutti. È una mera illusione? Un mio collega mi supera velocemente, chissà dove vuol correre. L’inaugurazione avverrà solo tra una settimana circa, fervono i preparativi, i cuori accellerano all’unisono, siamo più nervosi perché stiamo per arrivare in cima, la nostra meta, il nostro obiettivo. E poi? Avremo ancora voglia di rimanere sulla Terra? O punteremo altrove, prima la Luna, quindi Marte, e poi gli altri pianeti e satelliti abitabili, ed altri sistemi stellari, e la galassia, ed altre galassie, quindi sempre più avanti, sempre più oltre…Quanto tempo occorrerà? Millenni? Eoni? Diventeremo pura coscienza, e conoscenza, che può in un attimo spingersi ovunque, senza limiti?

Tant’è. Alle volte mi azzardo a compiere voli pindarici. Salvo poi comprendere che, nell’innalzarsi troppo, ci si brucia le ali come Icaro. Pazienta, mi ripeto, abbi la giusta pazienza per aspettare il degno raccolto di frutti: ogni cosa a suo tempo. Me lo ripeto anche dopo aver premuto il bottone dell’ascensore, 175° piano elevato, quota 2874 metri s.l.m. Dev’essere qualcosa di estremamente piacevole, osservare che al di sopra di te non c’è nessuno, nessuno che possa dirti che cosa fare, e come comportarti, ma la responsabilità è tua, soltanto tua.

Su, su, su…l’ascensore sale. È una gabbia di vetro ed acciaio, tutta trasparente, sfreccia come un bolide nella sua ascesa. Ci sono solo io, è mattino, gli altri sono altrove, chi al lavoro in ufficio, chi ancora a dormire, chi a progettare nuove vie di comunicazione e trasporto con gli altri pianeti del sistema solare. Ci stiamo diffondendo come la muffa, che pian piano, gradualmente, colonizza tutto quanto, o ammorba gli ambienti, a seconda dei punti di vista: non essendoci competitori, o altre specie viventi – intelligenti – negli altri luoghi, non c’è motivo per preoccuparsi di dove si arriverà, fin dove ci si sarà spinti. Siamo senza limiti, come la velocità che può raggiungere questo ascensore per portarmi in un attimo agli ultimi spuntoni di cielo che siamo riusciti a conquistare.

Al 37° piano elevato, l’ascensore si ferma un momento. È il livello limite dove, circa un millennio prima, erano riusciti a spingersi i nostri avi. Erano ben altri tempi, quando le persone avevano meno capacità, erano rimaste impoverite dalla caterva di guerre e battaglie che le avevano sfiancate, senza che si potessero render conto che aveva più senso remare tutti nella stessa direzione, per raggiungere grandi obiettivi. Invece no, fioche e miopi religioni, monarchie vetuste, superstizioni assurdi, credenze improponibili costringevano la maggior parte delle genti a scannarsi tra di loro, masticando la polvere, senza poter permettere di alzare gli occhi al cielo e far loro capire che quella doveva esser la loro meta. Fortunatamente, così alla fine fu, e con calma si arrivò al prendere decisioni in comune, volte al conseguimento di obiettivi alla portata di tutti, e che permettesse a tutti di beneficiarne. Al 37° piano elevato, dove al momento ci siamo fermati per una breve sosta, sale una ragazza. È giovane, bella. Porta i capelli acconciati nella moda del momento. I seni sono scoperti ed i capezzoli coperti da piccole punte, come prescrive la moda del momento. Il vestito è semi trasparente, ma al volere di chi guarda attraverso occhiali speciali, esso può rendersi – solo per costoro – del tutto evanscente o completamente opaco. Non indosso quegli occhiali, al momento, li ho lasciati a casa, ma questo non mi impedisce di desiderarla. Ci salutiamo con un cenno educato, lei digita qualcosa sul panello di comando, e l’ascensore riprende la sua corsa. Non parliamo, lei è impegnata a fare altro, io faccio finta di distrarmi guardando al di fuori. Esce a qualche piano prima del mio, dopo avermi salutato con la stessa attenzione cui ci si può dedicare ad un animale domestico, ovvero dandogli un contentino. Tant’è. Al massimo ci rincontreremo dopo, quando ridiscenderò. Oppure non ci vedremo mai più, come spesso capita nel nugolo di grattacieli che assomigliano più a mastodontici formicai fluttuanti, dove si incrocia sempre una persona diversa. Solo una folla anonima e fatta di membri che reciprocamente si ignorano può portare avanti un progetto comune, altrimenti sorgono dispute, invidie, recriminazioni, sabotaggi, accaparramenti di risorse e simpatie, insomma…si rischia di non ricavarne nulla di buono, per la comunità nel suo complesso. È stato superato l’egoismo dei singoli, in nome di un progetto comune, insomma. Dopo tre millenni, siamo stati in grado di coordinarci. Non è pazzesco?

Arrivo al mio piano, posso uscire all’esterno: la terrazza panoramica è illuminata dal sole, ma fredda. Non c’è nessun altro, oltre a me, ma questa solitudine non mi spaventa, anzi. Vi dirò, guardando di sotto, ogni tanto mi vien quasi voglia di buttarmi, perché toccare il cielo con un dito è un’emozione che rende euforici. E tutte quelle incertezze svaniscono, emerge il senso di onnipotenza, per cui anche compiendo quel folle volo si potrà dimostrare di essere oltre. Il rumore del vento, quassù, è un fischio continuo e monocorde. Scompiglia tutti i progetti fatti, e che sono in divenire, invogliando a spiccare un salto, per arrivare ancora più in alto, chissà. Sarà meglio torni coi piedi per terra, adesso. Riprendo l’ascensore, scendendo si ferma al piano dove poco prima era sgattaiolata via la donna. Eccola, mi sorride cordiale, mi chiede se salgo o scendo, lei dovrebbe salire all’ultimo piano. Bluffando, le dico che salgo anche io, fino in cima. Mi tornano in mente le parole di un poeta di un millennio prima: “vertigine non è paura di volare / ma voglia di cadere / mi fido di te.” Impercettibilmente, le stringo la mano, e lei ricambia il gesto, sorridendo.

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Pubblicato da Lucio Campiani

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