Una vita in ventiquattro mosse di scacchi / 13

Cg1-f3

In buone mani.

Fuggire, fuggire dal di lì, da quella piazza sgombra, da quella ragazza dalla lingua biforcuta, da quel moroso bello ma vuoto, a tratti invadente, a sprazzi focoso, ma nulla più che un fuoco di paglia, buono giusto per una botta e via, una botta di vita, ma Costanza non è una vecchia cinquantenne priva di fascino e di maestria, per poter legare a sé un giovane uomo, o una giovane donna, però in quel momento si sente soffocare, da una situazione che non le piace, vorrebbe essere in un’altra città, addirittura e va comunque bene, in un’altra piazza, a fare altre cose, con altre persone, per vivere un’altra vita. Non che sia una piatta esistenza, la sua, tutt’altro, solo che inizia a rendersi conto che è entrata nel gioco delle responsabilità, delle scelte irrevocabili e comunque complesse, dello sforzo di arrivare tutta d’un pezzo a fine giornata, perchè è ancora giovane e bella, ma non sarà tutto un’inanellarsi senza fine di risultati accademici, occorono risultati ben diversi, da conseguire in sfide di differente respiro.

Fuggire, tuttavia, è in quel momento il pensiero che la sovrasta. Forse può essere una sensazione abnorme d’ansia, e sente il cuore accellerare, galoppare quasi come cavallo imbizzarito. Ha bisogno di un bicchier d’acqua, di sedersi, o di abbandonarsi finalmente tra le braccia di quel giovane, tra poco la raggiungerà, tra non molto potranno tornare a casa, oppure in un bar di grido, ma l’unico grido è quello che adesso si cela, soffocato, in gola di Costanza, vorrebbe gridare, urlare al mondo il suo disappunto. E quel cuore oramai gli è salito per davvero in gola, va più forte di ogni altra parte del suo corpo, le viene in mente che potrebbe scappare e lasciarsi alle spalle quelle scomode scarpe coi tacchi, e diventare moderna cenerentola, che rifugge la sorellastra cattiva (Adele) ed il principe azzurro (Alfio), perchè è tardi, è troppo tardi, è sempre tardi per trovarsi pronte, lo stesso bianconiglio era sempre in ritardi, lui che puntuale era più di un orologio svizzero, ma il tempo incalza, si sente scoppiare, adesso, Costanza, vede le persone parlare accanto a lei ma non capisce nulla, annuisce ma non ascolta Adele che le dice qualcosa, con finta cordialità ed ancor più finta simpatia, adesso è davvero tardi, scusami, dice al suo bel cavaliere, ma forse è meglio che ci allontaniamo da questa piazza, c’è troppa confusione – ma non c’è praticamente nessuno, le sussurra amabile il suo bel principe azzurro, e non fare così, adesso andrà tutto meglio, va sempre tutto a posto una volta che si è inquadrato il problema e se ne scorgono, seppur da lontano, le ovvie soluzioni.

“Mi sento ingabbiata, incapace di muovermi, in trappola.” mormora Costanza, guardando in tralice dietro di sè, a destra, sinistra, in tutte le direzioni. “Non ti preoccupare, sono qui io, sei in buone mani.” A difenderla da che cosa? Da Adele no di certo, lei è una buffa ragazzotta che non può nulla contro Costanza. Sono i suoi pensieri ossessivi, casomai, che ogni tanto tornano a galla, quando magari è sola, o quando si sente sola anche se in compagnia, e vorrebbe gridare e piangere, ma non lo può fare, o lo può anche fare e permetterselo, ma tanto sa già che non sarà come un tempo, che qualcuno la consolava lo stesso, adesso è grande, adulta, le uniche buone mani nelle quali si può trovare sono le sue medesime, ed allora, in fondo, si potrebbe giusto abbracciare da sola, per darsi forza, per far fronte ad una situazione scomoda ed uscirne a testa alta, felice, soddisfatta, senza darsi mai per vinta.

Alla fine si calmò. Il peggio era passato. Era in buone mani.

***

Pubblicato da Lucio Campiani

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