Cronache del dopodomani in sette dispacci – Quinto

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Quinto: Tutti diversi, ma nello stesso modo

La figura in camice bianco si muoveva rapida nel digitare comandi e premere bottoni. Ogni tanto, distoglieva lo sguardo dalla grande scrivania (più simile ad una plancia di comando di chissà quale astronave aliena) o dalle altre figure in camice bianco attorno a lui (maschi o femmine non aveva importanza), per dirigere l’attenzione oltre lo spesso schermo di vetro temperato ed infrangibile, a prova di proiettile. L’incubatrice, la chiamavano. Centinaia di bracci meccanici si muovevano con precisione e delicatezza, decine di flebo centellinavano sapientemente cibo e vitamine liofilizzate, migliaia di termocoperte musicali avvolgevano ad orari precisi una delle serie di infanti che si trovavano protetti al di là del mondo esterno. Appunto il soprannome attribuito ad uno di quei luoghi di una lunga e proficua serie: tecnicamente, esso era denominato Laboratorio di Crescita Artificiale Serie X22, algoritmo b3, che rispondeva a precisi parametri tarati su base genetica, biologica e, malgrado l’assoluta impermeabilità al mondo esterno, finanche geografica ed addirittura sociale (in ultima ratio, ad onor del vero).

Il progetto andava avanti da parecchi anni; nulla finora era andato storto, né nulla sarebbe mutato ancora per molto tempo. Occorreva ancora quasi un lustro per poter osservare gli effetti su adolescenti cresciuti da piccoli in quella incubatrice – e successivamene, in laboratori a matrice più umana, ma maggiormente simili a collegi o scuole delle migliori tra le disponibili, dove nulla era lasciato al caso, dove tutto era calcolato fino al più piccolo decimale. Un giorno, si augurava mentalmente la figura in camice bianco, tutto quanto aveva sottomano e sotto gli occhi sarebbe divenuto la prassi. Ma adesso doveva dedicarsi a problemi più contingenti. Prima di spegnere le luci nella sala e consentire all’insieme di neonati nella batteria di allevamente di dedicarsi alle loro scandite due ore e trentacinque minuti e quindici secondi di riposo (il secondo dall’inizio della giornata: la durata temporale così precisa era dettata dal fatto che si erano portati avanti una serie di studi sull’uomo e sugli animali che quantificassero la durata ottimale di sonno per il migliore dei possibili sviluppi del cervello. La scelta di optare per anali così precise non era casuale: anche quel piccolo, insignificante dettaglio, di un secondo in meno di sonno, sommato nel tempo, associato ad altri piccoli intoppi, beh…nel lungo termine portava, nella maggior parte degli individui analizzati, a problemi ulteriori nello sviluppo, nelle condotte di vita, nei comportamenti futuri. Un costo sociale elevato, di individuo meno adatto al suo impiego potenziale, un talento sprecato, una piccola crepa nell’auspicabile perfezione del sistema. E non avevano bisogno di devianti del genere, nel sistema. Non adesso, nè mai. Per troppo tempo avevano concesso troppo alle molteplici eccezionalità della natura: adesso, la potente tecnica doveva vincere anche nel campo della biologia, dopodiché avrebbero avuto, gli “uomini”, il dominio completo – se si escludeva il tempo, ma anche su quello stavano lavorando miriadi di esperti del settore.)

«Tutto a posto.» pronunciò ad alta voce, rivolto a nessuno in particolare, quasi fosse la conclusione di un rito laico della Grande Scienza Moderna. Diede un’ultima occhiata alle incubatrici, spense la luce, uscì dalla stanza. Fuori lo attendeva una sua collega, non ne ricordava il nome ma non poteva certo passare inosservata per l’aspetto: era, oggettivamente, molto bella. “Splendida”, mormoravano in molti ogni volta che la vedevano scivolare accanto a loro. “Unica”, erano i commenti che si sprecavano alla pausa caffè, tra tecnici di laboratorio e scienziati in camice bianco. Lei era stata tra le prime donne ad essere completamente determinata artificialmente, senza libertà alcuna concessa alla maestria del caso. Frutto di uno tra i primi esperimenti in merito, risultava perfetta sotto ogni punto di vista: canoni di bellezza estetica ottimamente bilanciati, intelligenza adeguata, carattere – e caratteristiche – tali da renderla riflessiva il giusto, estroversa senza eccessi, aveva rappresentato uno dei “modelli” migliori, per l’epoca. Ed ancora adesso poteva camminare a testa alta, fiera.

Lui invece era l’elemento dissonante in quell’orchestra di individui fatti con lo stampino. Uno degli ultimi individui puramente “liberi” di diventare ciò che erano, in forza dell’assoluta libertà che avevano avuto fin dal principio, in realtà differiva poco, esternamente, rispetto alle categorie standard richieste dal Laboratorio; anche per questo motivo non aveva avuto troppi problemi per entrare anch’egli in quel progetto, quando era agli albori, e permettersi di dare ampio contributo ai prodotti che la ditta avrebbe poi sfornato. Tra i quali, appunto, quella sua adesso collega, che aveva visto in un certo senso “crescere”, una ventina d’anni prima; a quei tempi, era agli inizi, era tutto all’inizio. In seguito, le cose avrebbero preso un corso definito, immutabile, e sempre più rapido. Ne aveva scelto anche il nome: Olga. Un retaggio delle sue letture di autori russi, e più che mai indicato per il progetto che avevano iniziato: Olga voleva dire “Santa”, e quella donna era in effetti priva di qualunque difetto. Come doveva essere.

Adesso lei aveva ventisette anni, lui il doppio. Lui mostrava i segni del tempo, inevitabili vista l’assenza di modifiche genetiche. Lei sarebbe rimasta eternamente giovane ed in forma, sarebbe invecchiata come tutti, ovviamente, ma non si sarebbero notati gli anni sul suo volto. Una sorta di bambola, dall’aspetto etereo, ed eterno. Per carità, pensò guardandola di sottecchi, essendo una dei primi elementi, ovvio che ci sarebbero da apportare piccole modifiche. Forse un qualche ritocchino un domani, qualora sarà possibile farlo. Ad esempio le unghie delle mani, alcune presentavano piccole macchioline. O sul volto, degli insignificanti nei appena celati dal trucco. E poi la postura, talvolta fuori asse, leggermente scostata rispetto al baricentro. O i capelli, alcuni ribelli e crespi. Per non parlare dei seni, magari una taglia naturale in più avrebbe potuto essere una buona soluzione. Il naso leggermente più alto, in punta. Erano dettagli, meri dettagli, ma lui che la conosceva da una vita poteva notarli, giudicandola come solo un severo professore (o padre?) si può permettere. Lei si voltò, abbozzò un sorriso naturale, si strinsero la mano. La stretta era adeguata, non troppo rigida né troppo molliccia; lo sguardo rimaneva centrato sull’interlocutore. La postura, retta; le spalle in asse; le gambe perperdicolari al terreno, i piedi puntati verso di lui. Sì, poteva dirsi soddisfatto, ogni tanto.

Decise di metterla alla prova con una conversazione “standard”: «Buongiorno, Olga. Come va’…?» «Buongiorno, Professore. Io sto bene, grazie. E lei, come sta?» Sorrideva come una receptionist, professionale, competente. Trucco bilanciato, rossetto del colore adatto, non invasivo. Denti uguali, e bianchi. Vista perfetta – gli occhiali erano geneticamente banditi, costituivano solo un inghippo, in chi li portava, ed avere una vista non perfetta, allora, era una delle ragioni per cui si veniva scartati ai vari test di idoneità. Lui era uno degli ultimi individui che portava le lenti a contatto che, in quel momento storico, riusciva a procurarsi solo di contrabbando. Piccoli problemi della modernità e della perfezione imposta, ma non era un problema insormontabile, per lui. Quando non fosse più stato in grado di reperire lenti a contatto, avrebbe pensato a fare un intervento laser presso una clinica – clandestina – che ancora esercitava per i paria del secolo dei perfetti. «Dobbiamo controllare la batteria di neonati, classe 8/ter, codice ZY-24. C’è un piccolo problema di congruità fenotipica. Te come agiresti, nell’immediato?» voleva metterla alla prova subito. Lei rimase col caffè tra le mani. I suoi occhi schizzavano veloci da una parte all’altra. In pochi secondi rispose, senza mostrare cedimento alcuno: «Verificherei le batterie immediatamente adiacenti, ovvero la 8/bis e la 8/quater. Quindi, passerei alla verifica dei codici ZY-25 e ZY-23 della batteria 8/ter.» prese un attimo di respiro, ed un sorso di caffè prima che si raffreddasse. «Fatte le opportune verifiche, passerei al controllo coorte per coorte dei neonati della batteria in oggetto, cioé la prima che evidenziava il problema. Nel caso emergessero problematiche…» si interruppe, come per dare una certa suspense a quanto avrebbe detto. Un tenue sorriso marchiò il volto del professore. «…si estrometterebbero gli eventuali soggetti differenti, per una loro riconversione.» «Ovvero…?» chiese, sapendo già la risposta, l’uomo. «Ovvero si potrebbe arrivare ad una loro eliminazione.» Lo disse senza la minima espressione di sentimentalismo. Il suo lavoro era quello di tecnica di laboratorio, l’avrebbe eseguito al meglio. Lei era stata selezionata per essere una delle migliori, d’altronde. «Giusto. Brava, corretto.» Ma la ragazza non si interruppe: «Lei, professore, rappresenta un’eccezione nel suo genere, lo sapeva, questo, no?» La domanda gli giunse inaspettata. Ma non si fece cogliere impreparato, decenni prima si era già trovato di fronte ad obiezioni del genere, ed aveva dato la semplice risposta: «Lo so, ma il mio caso esula dagli sbarramenti opposti nei decenni a venire. Fui tra gli ultimi che non venivano scartati per il colore degli occhi, la lunghezza delle dita delle mani, o la propensione all’alopecia – fattore che comunque non mi ha colpito, ad essere sincero. Indosso lenti correttive pupillari, permesse fino ai nati del mio anno, e quello seguente, se vuole saperne di più. Può controllare anche nell’archivio dei provvedimenti generali emessi dal segretario di settor…» La donna si permise di interromperlo, sempre in maniera professionale: «Purtroppo, professore, la normativa quest’anno sta venendo rimodulata. Per questioni di popolazione, stanno operando delle selezioni anche alle classi precedenti quelle della prima sperimentazione genetica di laboratorio. Insomma, per spiegarmi meglio: anche le persone della sua età devono fare uno screening biomedico avanzato. Una procedura approvata dallo stesso Congresso, come saprà.» Lo prese in contropiede. Non ne sapeva nulla, forse ne sarebbe stato informato la sera stessa, sempre che non dovesse essere proprio la sua assistente, a dovergli comunicare quella…brutta? cattiva? o solamente neutra? notizia. Incassò il colpo, mantenendo il suo sorriso. Stava deglutendo amaro, ma non voleva dare alcuna soddisfazione, alla donna. «Ne sarei stato informato più tardi, grazie. Anzi, la ringrazio davvero per avermi anticipato la comunicazione, ora mi scusi, devo fare una telefonata…» fece per allontanarsi. Afferrò il telefono, digitò qualche numero, ma non ebbe risposta alcuna. Il telefono sembrava non funzionasse.

«Sono state sospese tutte le comunicazioni con il mondo esterno, professore.» annunciò la ragazza che ora iniziava a dargli sui nervi. E dire che aveva provveduto lui a…crearla, in un certo qual modo. Sicuramente a selezionarla, migliore tra i migliori, la creme de la creme. Si sentì impotente come Frankenstein davanti al suo mostro. Ma non c’erano mostri da combattere, in quei sotterranei della tecnica, culle della nuova vita che avanzava: lì c’era solo spazio per il meglio del meglio. «Pazienza, dopo quando sarò fuori mi mettrò in contatto con…» «No, lei non va da nessuna parte, per il momento. Dobbiamo fare delle verifiche, si è già dimenticato?» Annotò qualcosa sul suo taccuino digitale. Al professore parve intuire qualcosa che aveva a ché fare con “principio di demenza”, associato ad un punto di domanda. «Bazzeccole. Suvvia, sono tra i responsabili di queste verifiche, che non possono essere retroattive una volta terminata la crescita e…» iniziò a gesticolare, e ad alzare il tono di voce. «Si calmi, professore, non mi costringa a sedarla.» annotò un’altra cosa, sul suo piccolo computer da polso, che poteva suonare come “aggressività latente” o “ansia nervosa intermittente”. Non riusciva a cogliere bene le parole, da quella distanza. Anche questo venne prontamente notato, ed annotato, dalla giovane assistente, destinata a diventare in fretta eccellente professoressa, secondo i venerabili piani della tecnica e della genetica cui anche il professore si era sacrificato (o si stava sacrificando, piuttosto?). “Visione non ottimale, inferiore ai dodici decimi, e non superiore ai sette decimi e mezzo.“ furono gli ultimi appunti che prese Olga, guardando sempre con professionalità il suo ideatore. L’allievo che supera il maestro…pensò rantolando il professore (emerito? forse gli avrebbero dato un premio alla carriera, si disse. Magari…postumo, valutò con amarezza). «Non c’è spazio per i sentimentalismi, qua sotto, professore. Se lo ricordi.» disse asettica la ragazza, probabilmente commentando una delle lacrime che stavano per spuntare sul viso del professore, oppure per prevenire altre reazioni inconsulte da parte di lui. «Adesso sarà in buone mani, vedrà. Il controllo di post-produzione è inflessibile sugli scarti del sistema.» disse mentre si allontanava, senza più guardarlo negli occhi. «Sa, dobbiamo rispondere a rigidi standard, noi.» commentò mentre il professore, rassegnato, si abbandonava tra le braccia dei due assistenti appena giunti sul posto, per essere portato via, altrove.

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Pubblicato da Lucio Campiani

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