Sogni o bisogni, in tre parole – (Due)

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“Nota quello che nessun altro nota e saprai quello che nessun altro sa.”

(Tim Robbins)

Il gatto nero

Quando vide il cadavere del gatto, lo interpretò come un presagio. L’animale era completamente nero, gli occhi si erano fatti rossi per la morte, giunta chissà come – probabilmente investito, probabilmente ucciso in un rito propiziatorio? – E si domandò perchè nessuno l’avesse seppellito. Il corpo giaceva immobile sotto un albero, a fianco del ciglio di una strada di provincia. Era rimasto un attimo a oservarlo, per quanto non fosse la prima volta che vedeva un corpo morto o sul punto di esserlo a breve. Da bambino ricordava ancora come si divertisse ad uccidere le formiche o i ragni, ma era un bambino, ancora non poteva capire la vera distinzione tra vita e morte, tra bene e male. Sta di fatto che continuò a pensare a quel gatto “nero come la fuliggine, dagli occhi rossi come braci” anche tornando a casa, per pranzo. Eppure era strano, che nessuno si fosse preoccupato di reclamarlo oppure di dargli dovuta sepoltura…certo, di randagi ce n’erano, ma quel gatto lo turbava, lo aveva lasciato interdetto, tutto sommato era una vita che si era spenta chissà come e chissà per quale motivo, e forse quel suo girovagare lo aveva portato nel posto giusto ed al momento giusto a capire, a comprendere, a far propria quell’epifania che gli era giunta.

Era un tardo pomeriggio di metà settembre, il giorno non lo ricordava più, oramai, eppure quel gatto gli era rimasto impresso come un’immagine rimane impressa nella retina dopo averla fissata a lungo sotto una luce abbagliante. Per analogia, si ricordò di quando, da giovane (adolescente? Si rimane tutti, in fondo, adolescenti – nel senso etimologico del termine) aveva guardato impietrito, per lunghi minuti scanditi dal battito rumoroso del suo cuore, il suo amico rimasto steso a terra dopo un banale incidente. Aveva avuto paura, e temuto che ogni cosa, il giorno dopo, non sarebbe piú stata la stessa, ma poi l’amico si riebbe, era rimasto solo dannatamente incosciente, quindi si era rialzato con le sue gambe ed il giorno dopo non era cambiato un bel niente nella vita di Fabio. Solo, in quell’intervallo angoscioso, si era sentito a diretto contatto con l’assurdità di vedere un corpo esanime senza che nessuno intervenisse, e quel gatto lasciato a marcire sotto un sole avvoltoio non era poi stato troppo dissimile da quel suo amico lasciato riverso sull’asfalto scabro e ghiacciato, nero come i suoi abiti laceri, come il marmo piú nefasto, come il pelo ispido di quell’animale.

Nero, soprattutto, come il colore dei suoi pensieri, se si potevano abbinare colori e sentimenti, e certo che losi poteva fare, visto che la lingua era piena di metafore colorite per render bene l’idea di certi stati d’animo…Presagio più realistico fu il rapido accumularsi di nuvoloni, anch’essi neri, che preannunciavano una pioggia battente se non una grandinata coi fiocchi. Ma c’era un dettaglio che l’aveva colpito, poco prima, osservando quel gatto steso a terra, nella posa di un animale che sembrava addormentato ma in realtà non lo era, o meglio, lo era certamente, ma per sempre. Un dettaglio di poco conto, ovvio, però si disse: meglio controllare, così mi tolgo il dubbio. La pioggia rischiava di cadere senza sosta, era uscito di casa senza ombrello, in fretta, sperando di arrivare in tempo là dove aveva visto il corpo oscenamente rigido, che poi chi poteva avere quella pietà di seppellirlo, in un mondo frenetico come quello in cui viveva? Al più, la nettezza urbana, un ligio soldato del dovere imposto, avrebbe trovato un sacco nero per un corpo altrettanto piceo, e gli avrebbe dato dignitosa sepoltura in una discarica per rifiuti speciali. Fine della storia, sempre vi fossero storie dietro gli animali, ed i loro padroni, forse più dietro ai padroni degli animali, perché gli animali domestici non raccontano storie, le vivono, e sono i loro padroni a raccontare storie senza viverle affatto.

Ritrovò tutto come l’aveva lasciato: il gatto, l’albero, quelle foglie marce, quell’assenza di odori di morte, quel bargiglio particolare da un paio di occhi vitrei. E nessun odore sgradevole in quella tarda giornata settembrina. Chinandosi per guardarlo meglio, senza più timore, oramai, si rese conto che aveva visto giusto, poco prima. Il gusto per i dettagli, sordidi o meno, non l’aveva abbandonato. Senza schifarsi, voltò anche l’animale, tinco come un baccalà, rigido nel suo torpore di bestiolina che non era certamente morta violentemente, tutt’altro. Tastò il muso, ed ebbe la conferma che si aspettava, quegli stani riflessi che quel gatto gli aveva rimandato da quel paio d’occhi, dalle pupille di colore diverso, e, per l’appunto, vitrei. Erano due occhi di vetro.

(1/3)

Pubblicato da Lucio Campiani

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