Dis-simulazioni in sedici bit (111)

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Simul stabunt, simul cadent.

“In tutta franchezza, viviamo in un’epoca in cui non è pensabile aspettarsi granchè dagli altri, dal mondo, mi segui? Ecco, allora ti conviene lasciar perdere tutto e, semplicemente, fuggire. Con quello che hai, se hai qualcosa. Bastano anche un pugno di soldi, ed i contatti giusti, per scappare altrove. Pensaci.” Le parole provenivano da un autogrill di periferia, meta consueta di camionisti, prostitute, manager, famiglie di vacanzieri. Chi parlava era una persona dall’aspetto trasandato, l’età indecifrabile ma comunque non giovane, un cappello da cow-boy calzato malamente sulla testa, anche se non era Carnevale, e quella non era l’America. Davanti a lui, ad ascoltarlo distratto, una persona più giovane, vestito alla meno peggio, reduce da un lungo viaggio in macchina, durante la notte, aspettando che arrivasse il mattino, lieto che quel posto offrisse anche un letto dove dormire a chiunque avesse pochi soldi in contanti e non si facesse troppi problemi riguardo alla pulizia generale delle stanze del piano di sopra: insomma, un avamposto di confine, per persone borderline, loro stesse al limite tra il cadere in depressione ed in balia della droga, e poste per loro decisione od altrui volontà al limitare di quella società che giungeva alle loro orecchie ed occhi attraverso una vecchia radio sempre accesa ed un televisore appollaiato in alto, in un angolo, come un avvoltoio, cui nessuno prestava attenzione e che inviava giusto immagini su immagini, il sonoro era spento, disattivato, inutile, comunque sovrastabile dal ronzio della radio, il tintinnare di posate, il rumore di piatti sovrapposti, il vociare di camerieri e clienti, il belare di bambini, il tossire di fumatori incalliti, il rumore delle macchine che sfrecciavano sull’autostrada poco distante, ambasciatrice essa stessa di quella società opulenta cui evidentemente tutti gli avventori cercavano di rifuggirne, lì, in quel bar. I caffè erano comunque fatti a modo, e le prostitute erano a buon prezzo, motivo in più per tornarvi qualora si ripassasse di là, o si fosse del posto. Tuttavia, ad esempio, nè il vecchio che biascicava come uno sciamano, nè il giovane che lo ascoltava con un solo orecchio, erano persone del posto, si erano trovati casualmente a quello stesso tavolo, nello stesso momento. Jung le avrebbe chiamate coincidenze significative, ma quei due non conoscevano Jung, e non gliene sarebbe importato granché, ad essere sinceri.

“E poi ti consiglio di provare questo salmone, è davvero buonissimo. Surgelato, riscaldato, quello che è, però davvero, come lo fanno qui non lo fanno altrove.” Gli accennò il vecchio, spingendogli davanti un piatto con il contenuto già smangiucchiato ai bordi. Il giovane rifiutò con un sorriso. L’altro si rifece sotto alla sua portata, sbiascicando parole mentre si rimpinzava con quel trancio di salmone di cui aveva decantato le lodi fino ad un attimo prima. “Se hai ancora un attimo, prima di ritirarti alla tua stanza, di sopra…perché un attimo ce l’hai, non è vero? E poi, guarda, là fuori…” altro boccone, stavolta era il contorno di patate “…sta per piovere, con questo tempo che fa, l’idea di bagnarsi non è proprio l’ideale, vero?” “Direi proprio.” Annuì l’altro, ascoltava distratto, annuiva ogni tanto, altrettanto distrattamente buttava lo sguardo, ogni tanto, verso quella tv muta che, nel trascorrere del tempo, proponeva sempre le stesse cose: ad esempio, ora scorreva un qualche film degli anni novanta, uno di quei film che se non hai visto te ne avran parlato, e se non ne hai mai sentito parlare devi allora essere uno di quei selvatici che stanno fuori dal mondo, ma oramai selvativi fuori dal mondo non ci sono più, sono una razza estinta, a meno ché non abbiano trovato riparo in quell’autogrill come fanno gli animali per sfuggire alla pioggia. Che iniziò a scatenarsi, di colpo, senza troppi complimenti.

La sua attenzione si spostò all’esterno, attirato dal rumore delle gocce che picchiavano le lamiere come tante piccole noci lanciate da scimmie dispettose. La pioggia lavava le vetrate, con il suo scorrere preciso. Alcune macchine entravano nel parcheggio, per fare benzina, ripararsi sotto una tettoia prima di procedere. L’autostrada era un muro d’acqua, le macchine erano costrette a muoversi a passo d’uomo. Lo scroscio di pioggia sarebbe durato poco, lo sapeva che andava così, era nell’ordine delle cose, e della natura, dare tanto, a volte troppo, ma comunque senza mai eccedere, o assestare il colpo di grazia. Erano gli uomini che giungevano a schiacciarsi l’un l’altro, casomai, impazziti nella loro complessità, anziché la natura, regolare e comunque giusta, democratica, nella sua simmetrica semplicità. Nello scrosciare della pioggia, distinse una ragazza, coperta solo da un cappello ad ampie falde, che correva verso l’ingresso per ripararsi dal diluvio inclemente delle gocce d’acqua. Automaticamente, gli venne di alzarsi, andare verso l’ingresso, tenerle aperta la porta. Un gesto di cortesia, o comunque un modo come un altro per allontanarsi un attimo dalle parole del vecchio, sgranchirsi le gambe e respirare l’aria dell’esterno. La ragazza corse trafelata dentro, bagnata spolta. Sfiatò un flebile “grazie”, cercando con lo sguardo di ambientarsi alla meno peggio in quel luogo. “Piacere, Thomas.” Lo salutò lui alzando la voce, per sovrastare il rumore dell’esterno, e dell’interno, con un tono talmente alto che la barista alzò per un momento la testa dal suo lavoro, quasi stesse parlando con lei, il giovanotto. “Oh, ciao, io sono Stefania.”, rispose la ragazza porgendogli una mano bagnata, che venne stretta rapidamente. “Ti ho visto correre sotto la pioggia…”, le spiegò, “…al ché ho pensato di venirti incontro, per darti una mano. Comunque se vuoi aggregarti a noi, siamo io ed un’altra persona, a quel tavolo là in fondo…” le disse. La ragazza che si chiamava Stefania annuì con un tiepido sorriso. “Vedi…” continuò Thomas indicando verso il fondo del locale “…là dove c’è quel signore con il cappello da cowboy? Ecco, siamo lì. Raggiungici quando ti va. Se ne hai voglia.” Si allontanò in direzione della persona chiamata in causa, urlandole poi dal centro della sala: “La buona compagnia non si rifiuta mai, sai! Piacere di averti conosciuto, Stefania!” E tornò a sedersi al suo posto.

“Chi era?” Le chiese il finto cow-boy. “Una persona che ho conosciuto adesso, si chiama Stefania e le ho detto che se le fa piacere, può unirsi a noi. D’altronde, non è stato così anche per me e te, eh, Arturo…?” “Sì, hai ragione. Le belle donne le accetto sempre volentieri, come le buone birre e un tiro di sigaretta.” Convenne quell’Arturo esplodendo in una risata grassa ed alcolica. Thomas rispose con una smorfia di assenso. “Sì, sono d’accordo con te. Ma stavamo parlando d’altro, fino a poco fa. Quel nostro gioco di società, no, se così lo si vuol chiamare…” Gli gettò uno sguardo d’intesa. “Oh, certo, certo.” Arturo si sistemò la sua barba folta, e sporca in alcuni punti di grasso e di tabacco. “Vedi, noi, adesso – e per noi intendo tutti noi, nessuno escluso – viviamo in un momento non semplice, per cui se non freghi sei fregato, se non cacci sei cacciato, e se non sei uno spietato predatore diventi in fretta una facile preda.” Chiese al cameriere, con un cenno, un altro bicchiere di birra, dopo essersi scolato in un sorso quel poco che ne rimaneva nel suo. “Ma se tu riesci a trovarti un tuo spazio, e darti una tua regola, allora…beh, allora puoi stare al di sopra di tutti loro, ed iniziare a far girare il mondo come più ti pare e piace. O meglio, a girare per questo fottuto mondo del cazzo come più ti pare e piace. Mi segui?” Guardò verso Thomas con occhi annacquati, quindi la sua attenzione si spostò su una ragazza che puntava verso di loro, e non era una cameriera. “Deve arrivare la tua amica, guarda.” Gli annunciò il vecchio.

Stefania era raggiante, adesso. E pure carina, valutarono entrambi gli uomini, da punti di vista diversi. “Mi sono asciugata un attimo in bagno, la cameriera – Jenny e qualcosa, mi sembra si chiami – è stata gentilissima, mi ha dato un asciugamano per i capelli, insomma…adesso eccomi qua.” rideva, malgrado la disavventura che l’aveva colpita. Evidentemente, era una persona che sapeva lasciarsi le spalle in fretta, i problemi. “E comunque piacere a tutti, io sono Stefania…!” Disse stringendo le mani ad entrambi gli uomini. In breve, arrivò quanto ordinato da Arturo. Thomas e Stefania presero una porzione di patatine fritte, e qualcosa da bere come accompagnamento. Mentre i due si dedicavano a intocciare le patatite in salse dalla data di scadenza incerta, si rassegnarono ad essere muti spettatori della tiritera incessante del vecchio Arturo, come la pioggia là fuori, quelle raffiche di parole sparate dal cow-boy della bassa piana, con un sacco di aneddoti da raccontar loro, e delle sue alterne fortune e sventure, e della somma di soldi che aveva accumulato, e dei segreti che voleva condividere a chi ne fosse davvero interessato, e di come potersi muovere al meglio, con una mappa ed una buona guida, in questo nuovo territorio, che era stato devastato dalle azioni degli uomini, e si era trasformato in un nuovo ambiente, che presentava pericoli, e che era meglio non uscire da soli al buio della sera, ed insomma, se per caso volessero, ma proprio se per caso, lui sì che aveva i contatti giusti, e la giusta dose di fortuna, per dar loro una mano, un piccolo aiuto, un misero consiglio. Certo, non si faceva nulla per nulla, ma si sa, lui era saggio, loro erano più giovani, avrebbero solo avuto da imparare e bla, bla, bla. Insomma, andò avanti così per ancora a lungo, la pioggia all’esterno ebbe tutto il tempo di diradarsi, rallentare, diminuire, ed infine, rassegnata, spiovve.

Dopo un’ennesimo giro di birre, e di mangiate, e di caffè, il trio sembrava giunto al capolinea. “Insomma, se vuoi, pensaci, anzi…pensateci. Voi due mi parete delle brave persone, giovani e belle, e se ne avete voglia, sappiate che posso esservi d’aiuto, per cambiare le proprie vite. Sapete dove mi trovo. E se non lo sapevate, adesso ve lo dico.” Indicò il parcheggio esterno, illuminato da poche luci. “Vedete, quel camper là? Sì, adesso c’è solo quello, ma quando ce ne sono altri è difficile da confondere, ha una serie di adesivi degli U.S.A., e compagnia bella. Sesso, droga e rock’n’roll, per intenderci, ragazzi!” E rise ancora, il vecchio Arturo. I due giovani annuirono in coro, fingendo di essere rapiti da tutte quelle parole che quella stramba persona aveva sciorinato loro durante quella sorta di cena conviviale. Era il momento di congedarsi, ora. La stanchezza si sarebbe impadronita di tutti loro in breve tempo, ed era meglio trovarsi a letto anziché sbronzi all’addiaccio. “Ci vediamo, gente. Offri te, per questo giro, va bene Thomas…?”, gli chiese facendogli l’occhiolino. Ovviamente avrebbe pagato per sé, e gli altri per loro. Barcollando, uscì dal locale, riuscendo a raggiungere su tutte e due le gambe anziché a quattro zampe il suo malconcio mezzo di trasporto e di ristoro. I due giovani si guardarono complici, e stanchi. Andarono anche loro alla cassa, e Thomas ne approfittò per chiedere a Stefania se voleva fermarsi un attimo nella sua stanza, al piano di sopra, domanda a cui la ragazza rispose di sì senza farsi troppi problemi, al ché Thomas informò chi di dovere che quella sera aveva un’ospite, e che pagava anche per lei qualunque consumazione avrebbe voluto fare. Si avviarono raggianti di sopra, e non appena entrati nella stanza, si diedero da fare con i loro ardori tardo-adolescenziali. Non si è mai troppo vecchi per fare l’amore, si è sempre adeguatamente giovani per essere felici.

Ad un certo punto della notte, in gran silenzio, uscirono dall’uscita di emergenza. La scala antincendio fece risuonare nel freddo della notte i loro passi metallici, le cui eco si confusero con il rumore delle poche macchine che scorrevano in autostrada, per infine spegnersi del tutto. Parzialmente mascherati, si muovevano rapidamente, e sapevano dove dirigersi. Arrivarono al camper. Non bussarono neppure, era aperto. E loro erano armati. Entrambi svegliarono malamente Arturo, puntandogli le armi addosso.

“Me l’hai detto proprio te, quest’oggi, ricordi? Viviamo in un’epoca particolare. Un gioco perverso di trucchi ed inganni, cantilenavi a me e Stefy fino a questa sera. Che buffo! Adesso, pensa un po’, sei proprio te quello che finisce fregato. Volevi gabbare, imbonirci, sei stato…fregato. Pensa ha come è assurda la giostra della vita: gira in continuazione, a volte sei in alto, altre volte col culo per terra. Ora dacci le chiavi, su, che dobbiamo andar via, abbiamo da fare. Altrove, lontano. Noi. E te. Beh, te troverai altre fortune, in altro modo, da un’altra parte. Potrai elemosinare, impietosire gli altri, insomma, fai quello che ti pare, basta solo ci lasci andar via, con questo tuo camper sgangherato, e non ci devi denunciare, non devi dir niente, o noi ti cercheremo, e ti troveremo, e ti faremo pentire delle tue scelte sbagliate.” Se l’era preparato, Thomas, quella sciarada di parole ed ammonizioni. Sgorgarono dalla sua bocca tutto d’un fiato. Il vecchio era ancora intontito nel suo sonno, forse capiva a sprazzi, forse non afferrava un bel niente, forse non gli importava più nulla o non aveva più niente da perdere…Sta di fatto che si fece più attento quando Stefania – sempre si chiamasse veramente Stefania, ed il suo compagno della sera fosse davvero un certo Thomas – gli puntò la lama di coltello davanti agli occhi, dicendogli: “Ascoltami, vecchio ubriacone. Se tieni ancora al tuo fottuto uccello che ti spunta in mezzo alle gambe, ti conviene fare come ti dice il mio amico, eh? Poi avrai tutto il tempo di far evaporare la tua sbornia.” gli latrò in faccia, sputandogli addosso. Il vecchio cow-boy si alzò malamente in piedi, barcollò all’esterno, scivolò sull’ultimo gradino dello scaletto, cadde riverso a terra, si rialzò sporco di grumi di asfalto, bestemmiò a mezza voce, chiese la sua borsa di cianfrusaglie, almeno. Ricevette una sacca zeppa di vestiti lerci, bottiglie riempite a metà, il suo cappello da buffone. “Ora vattene, su. E non romperci le palle.” gli intimò Thomas, chiudendo la porta, accendendo la vettura, dando su di giri il motore sgangherato. “Ciao ciao, bello…! Stammi bene, mi raccomando…!” gli urlarono la coppia, sembravano Bonnie e Clyde di altri tempi, indossarono apposta un paio di berretti da cow-boy che erano nel retro del camper, ridevano come due bambini felici, avevano le sembianze di due teppistelli della sera, o folletti della notte. Il camper cigolò fuori dal parcheggio, si infilò nella corsia dell’autostrada, illuminata dai fari di sparute macchine, lampioni aranciastri ed impettiti, la luna piena vigile con la sua ampia faccia butterata. “Yu-uh…!” urlò il ragazzo che si era fatto chiamare Thomas, sbattendo i pugni più e più volte sul volante.

Stefania – che non si chiamava Stefania, in realtà – si addormentò al suo fianco. Per tenersi sveglio nel lungo viaggio che li attendeva, il ragazzo che si faceva chiamare Thomas rovistò tra le vecchie audiocassette, lanciandole nel retro a manciate. Ne trovò una di suo gradimento, i Dire Straits. Gli fecero compagnia nella traversata notturna, sulla strada rettilinea e lineare. Si lasciavano alle spalle temporali e problemi, a modo loro. Dopo qualche ora di viaggio, con i Dire Straits nelle orecchie tutto il tempo, Thomas svoltò alla prima delle aree di servizio di cui vide l’insegna. Nello spiazzo non c’era quasi nessuno, parcheggiò alla meno peggio, tirò il freno a mano. Stefania si svegliò stiracchiandosi.

“Siamo arrivati?” chiese. “Non ancora, facciamo una sosta. Devo pisciare, poi guidi te, ok?” Lei annuì mezzo addormentata. “Va bene, ci facciamo una bella colazione e poi…ripartiamo.” “Guarda cosa c’è nella sacca, Giada.” La ragazza armeggiò un attimo sul fondo del camper, trovò un borsone scuro, pesante, lo aprì titubante. Banconote. Tante banconote, pacchi di banconote. “Sì, ci sono. Come ci avevano detto, Ale.” “Ottimo.” rispose Alessandro, chiamato per la prima volta col suo vero nome. D’altro canto, non c’era nessun altro in quel camper rubato, a parte loro due ed un borsone pieno di soldi per poter campare una vita e mezzo, assieme, il più lontano possibile dal di là. “Ottimo veramente. Rimetti tutto a posto, che scendiamo.”

L’alba stava spuntando timidamente, erano centinaia di chilometri avanti, erano stanchi, e felici. Si sgranchirono le gambe, stiracchiandosi come gatti. Si calcarono in testa i “loro” cappelli da cowboy, mentre fissavano la luce al neon di un autogrill qualunque, che lampeggiava sorniona come un faro nella notte. Era aperto; era tutto a posto; era l’inizio della loro avventura. Varcarono assieme la soglia, mano nella mano.

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Pubblicato da Lucio Campiani

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