Le cinque stanze – A

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Accadono come simili – ma non uguali – in queste cinque stanze di un mondo senza troppe pretese. Si può andare da una stanza all’altra, ma solo se le porte sono aperte; altrimenti bisogna attendere che ciò accada. Apparentemente, nessuno controlla le porte. Forse il vento, o la dimenticanza, le lascia talvolta aperte. Altre volte, esse si spalancano comandate da argani invisibili, controllati da chissà chi, e chissà come. Per il resto, il mondo si avvicenda come tutti gli altri mondi, con le incombenze quotidiane, gli amori che non vanno a buon fine, le nascite insperate e gli incontri fortuiti.

“Puoi avere ragione, o essere felice.”

Ricordava che era tutto buio e c’era un odore di chiuso. Aveva tentato di accendere la luce, ma il clic-clac dell’interruttore era stata l’unica risposta, senza nessun altro effetto. Aveva riprovato un paio di volte, giusto per far finta che aveva fatto il possibile, ma gli eventi erano stati a lui avversi. Con una paziente rassegnazione, si era seduto in quella stanza buia, umida e fredda, con la ferma decisione di restare in attesa. Decisione che si era rimangiato dopo una buona mezz’ora di silenzio, un silenzio quasi assoluto che gli sibilava con fastidio nelle orecchie, e poi c’era quel brivido gelido che gli scombussolava il corpo, senza dire di quel buio che, fitto com’era, gli impediva anche di distinguere se avesse gli occhi chiusi e stesse dormendo, o li tenesse spalancati, e dunque fosse perfettamente sveglio. In breve, aveva perso anche la cognizione del tempo che scorreva. Avvertiva che là fuori era ancora notte, perché il buio filtrava anche dalle imposte delle finistre, nelle altre stanze, ma non sapeva a ché punto fosse della notte, anche se oramai la distinzione tra notte e giorno era diventata inutile: quello che davvero contava era la distinzione tra vita e morte.

Esattamente così si era sentito lui, negli ultimi tempi – settimane? mesi? e perchè non dire anni? – in bilico perenne tra un morto che cammina ed un vivo che si trascini a stento, su quel filo magico e sospeso nel tempo e nello spazio che forze esterne gli imponevano di percorrere, pena la caduta nel più mostruoso dei burroni e degli anfratti: quello dell’oblìo, l’eterna dimenticanza, di chi si fosse, e quale fosse la ragione di tutto quel procedere senza meta, senza fine, senza fretta. Un giorno, forse, glielo avrebbbero rivelato: adesso, non gli rimaneva che attendere, ed aspettare.

Provò per l’ennesima volta ad entrare in contatto con il propio Io. Quanta fatica inutile, ed energia sprecata…! Il proprio Io…Ego, o Sè, si trovava altrove. Era ovvio, non poteva essere lì con lui, era da un’altra parte, altrove, e chissà dove. Da qualche altra parte, azionata chissà come, iniziò a partire una musica di sottofondo. Non era in grado di dire ci fosse qualcun altro, in quella stanza, oltre a lui, e probabilmente il meccanismo era a controllo automatico…La musica, dapprima ovattata, si fece sempre più alta, e iniziò a coglierne anche delle parole: era Franco Battiato, con il suo “Voglio vederti danzare.” Una canzone degli anni ’80, all’incirca. Lui era bambino, forse la ascoltavano i suoi genitori in quella casa grande grande e vuota, tremendamente vuota, chissà.

Aveva deciso di sgranchirsi le gambe, stare accovacciato nell’angolo, all’addiaccio, senza luce, senza riscaldamento, senza compagnia, insomma…poteva andar bene per qualche decina di minuti, ma non certamente per il trascorrere inclemente di una serata che si preannunciava di una noia assoluta, a parte quella musica che lo voleva intrattenere, e dargli una parvenza di compagnia. Avrebbe potuto esplorare maggiormente quello spazio…ma temeva di incrociare qualcuno di non gradito. Anche se non c’era nessuno! (Ma chi poteva dirlo? Magari, in quella sorta di stanza, o salone, o bugigatollo – non riusciva proprio a capire quanto fosse grande quell’ambiente – c’erano una o più persone nella sua stessa situazione, accovacciate senza viveri e senza soldi lì come lui, o magari con un pacco di gallette ed un rotolo di banconote, una bottiglia di vino ed una manciata di monete. Se solo avesse avuto il coraggio…avrebbe potuto girovagare liberamente tastando il terreno, cercando di delimitare quei confini, solo che rischiava di perdere l’orientamento, di smarrirsi lungo la strada e di non poter essere in grado di tornare al punto di partenza. E sarebbe stato grave, non farsi trovare nello stesso posto da chi, ad un certo punto, sarebbe pure giunto. Sempre che quella sera sarebbe arrivato qualcuno…Magari la sera dopo, o quella dopo ancora. Poteva uscire, dal di lì, casomai? Anche di questo non era sicuro, la porta si era chiusa alle sue spalle e non riusciva più a distinguerla, sulla superficie del muro. Non aveva neppure idea a quanta distanza fosse, dalla sua posizione. E se si fosse mosso? O meglio: e se quella…stanza, mentre lui stava fermo lì, in quella sua scomoda posizione che lui credeva centro, si fosse allargata, espansa immensamente? Non era escluso potesse succedere. Un poco come l’Universo, no? Si espandeva, senza fine, in uno spazio senza confini, perché più avanzava più esso stesso costituiva lo spazio, e forse doveva essere così, da quando vi era entrato, e cercato un interruttore che funzionasse, da quel momento in poi aveva dato il via ad una magnifica espansione del contorno, come gonfiare a lungo in un palloncino colorato, e poi, e poi…).

Un rumore diverso da quelli soliti si era appropriato della sua attenzione, distinguendosi dal resto della musica che aveva ripreso il suo loop, come le musichette di attesa mentre vuoi parlare con uno degli operatori del servizio clienti. Mentre la voce di Battiato gorgheggiava in sottofondo, un breve urlo, o lamento, si era intromesso, non aveva capito se fosse un gemito di dolore o un richiamo rivolto a qualcuno. Poi, dopo poco, questo suono si era fatto più distinto, ed aveva riconosciuto il suo nome. Insomma, qualcheduno, da qualche parte là fuori lo stava chiamando. Per rubargli il posto – fu il suo primo pensiero, seguito da un altro, non meno crudele: per scontrarsi a duello, ad armi pari. Ma non poteva uscire, dal di lì, non poteva muoversi, e quindi quella persona che urlava oramai a squarciagola il suo nome e cognome, sarebbe stato costretto o ad andarsene, oppure ad entrare lì dove si trovava. In quel caso, avrebbe visto dove era la porta e, nel caso, avrebbe avuto strada più facile per uscire – per mettersi in salvo? Rassegnato, si era deciso ad andare incontro a quella voce, in qualche modo, quando tutt’ad un tratto, la porta si era aperta ed era entrato una seconda persona, nella stanza. La porta: una delle porte; non ve n’era solamente una, dunque. Per questo era stato preso alla sprovvista: s’immaginava…

«Eccoti. Non ti vedo, ma sento il tuo respiro. Stai fermo, così posso raggiungerti.» aveva detto il proprietario di quella voce, che sovrastava la canzone in loop di Franco Battiato. «Perché non spegni questa radio? Così possiamo parlarci meglio.» aveva aggiunto. Continuando subito dopo: «Fa lo stesso, ci penso io.» e quella musica oramai estenuante era cessata. Doveva conoscere pariticolarmente bene quell’ambiente, per potersi muovere anche al buio più completo, sempre che non avesse un visore ad infrarossi o riuscisse ad orientarsi con i suoi altri sensi, oppure conoscesse talmente bene quel posto da potervisi muovere agevolemente anche ad occhi chiusi. Sta di fatto che subito dopo, aveva affermato: «Ecco, adesso siamo solo io e te. E possiamo parlare agilmente di una cosa. Dopodiché, dopo che tu avrai fatto la tua scelta, io posso andarmene. Tutto chiaro?» Non aveva risposto nulla, stava cercando di capire chi avesse di fronte, o alle spalle, o ad uno dei suoi lati. Quella voce pareva provenire più da una serie di altoparlanti anzichè da una posizione ben definita. In fondo, aveva deciso di aspettare qualcosa là dentro, e quel qualcosa era giunto. Ora non restava che stare al gioco, oppure rinunciare a tutto ed andarsene.

«Come avrai capito, qui, ora, tu non vedi niente. È come essere in un bosco, che tu conosci, ma senza vedere assolutamente niente, senza capire in che posizione ti trovi. E ti capisco, sai. Ti dirò di più: io non conosco questo bosco, ma ne vedo chiaramente i sentieri. Per cui sono disposto ad accompagnarti. Possiamo uscirne assieme, devi credermi, devi…fidarti.» in un certo modo, aveva calcato sull’ultima parola, fidarti. «Ora, ti dico questo: il buio resterà tale finché non scosteremo le tende, o accenderemo le luci. Aggiungo inoltre che no, questa porta è chiusa, non si può aprire dall’interno, per cui non pensare di potertene andare alla chetichella…cioè, puoi sempre andartene, ma non passando dalla porta. Sì, ci sono delle finestre, ma ti informo solo che danno su un precipizio, su una scogliera scoscesa, ed insomma, cercare di uscire dalla finestra è oltremodo pericoloso, mi intendi? Dimmi qualcosa, perché continuo a non vederti, riesco però a sentire il tuo respiro. Mi sembra più agitato, ti invito a tranquillizzarti. Finché sarò qui dentro, non potrà accaderti nulla…sempre che tu non voglia, chiaro. Ma anche quando uscirò da qui, potrai stare tranquillo, perché nulla di male ti potrà accadere. Sempre che tu non decida altrimenti, come ovvio.»

Si era deciso a rispondere a quella voce, dicendo: «Va bene. Cosa dovrei rischiare?» Dall’altra parte era giunta una risata: «Rischiare…! Nulla. Lo sai? Il rischio più grande nella vita è non rischiare nulla, pensa un po’. Ti dico solo una cosa: puoi decidere di avere ragione, oppure di essere felice. Credo tu debba rinunciare a parecchie cose, ora che sei giunto fin qui, e di tua spontanea volontà, non è vero?» L’unica risposta che era giunta dall’altra parte era un rumore di deglutizione faticosa, come se mancasse l’aria, o se la tensione stesse diventando talmente alta che si poteva palpare nell’aria, e forse era stata quella a vibrare fino al punto di non ritorno, finché il ronzio si era fatto assordante, ed era tutto esploso in una cacofonia di luci.

Ora, là dentro, c’era solamente lui, lui solo. La voce, o chi per essa, si era dissolta, dissipata, svanita, scomparsa. Non aveva tempo da perdere. Non poteva retrocedere: qualunque apertura vi fosse stata accanto a quell’interruttore prima inutilizzabile – ed ora, chissà – era irriconoscibile, sempre vi fosse stata prima. Piuttosto, era mutato tutto l’ambiente attorno a lui: una lieve brezza marina scuoteva le tende, e fuori era giorno, ed il rumore del mare agitato entrava delle finestre aperte. In fondo, come era stato ammonito, se voleva uscirne, una sorta di via di fuga ce l’aveva a disposizione…

Rassegnato ad avanzare senza mai darsi vinto, si era voltato, notando un intrico di corridoi, ed altre stanze, ed altri rumori, ed altre luci. Non gli era rimasta altra scelta che lasciare quella stanza vuota ed esplorare il resto del mondo. Il mugghiare del mare entrava sinuoso dalle finestre aperte, ed agiva su di lui come canto delle sirene. Per non dar loro alcuna soddisfazione, si era coperto le orecchie, avanzando a testa alta. Era pieno giorno, le pareti erano di un nitore abbagliante, ed ora si poteva dire tranquillo.

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Pubblicato da Lucio Campiani

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