Dis-simulazioni in sedici bit (110)

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Una maschera di parole.

“Ascoltami.” La richiesta gli lampeggiava davanti agli occhi da una buona mezz’ora. Aveva mille altre cose da fare, lui (che aveva un nome: Xi-Pi-9080) più che perdere tempo con una ragazza elettronica che non era neppure l’ultimo modello, ma la ragazza continuava a bloccargli il passo con quella stramba supplica, rimanendo muta ma continuando nel tentativo di estorcergli una qualche attenzione. “Ma non lo sa che ho centomila cose da fare, è un semplice caso se adesso mi trovo per strada, devo arrivare dal…” si fermò, nel suo flusso di pensieri. Era stanco di doverglielo far leggere sui palmi delle mani, ogni volta che si trovava quella fronte lampeggiante intimargli con veemenza di fermarsi per prestare…ascolto. Assurdo. La comunicazione avveniva solo per immagini, e per redere le cose più snelle, si era scelto di rendere le parole alla stregua di immagini, oramai erano venute meno anche le singole lettere, non si insegnavano più da una vita, quindi cosa avrebbe potuto ascoltare, se non una rozza musica elettronica e strumentale? Ma anche quella era ormai andata in disuso, sostituita dalla profonda cacofonia del silenzio: essa garantiva la piena attenzione alle immagini, che albergavano ovunque, in ogni posto ed ogni dove, fino a rendersi tatuaggi semipermanenti che disegnavano i corpi di ognuno di loro. Era così da decadi, ed andava bene a tutti. Cosa c’era da lamentarsi, dunque? Cosa c’era di così importante da ascoltare, da parte sua, da quella ragazza oramai obsoleta, fuori luogo, e, a dirla tutta, fuori tempo massimo?

Non demordeva, tuttavia, la ragazza elettronica. Si frappose un’ennesima, inutile volta, con la folle speranza di farlo retrocedere dal suo diniego e dal suo continuo ignorarla. Vinto dalla sfinitezza, si fermò, quanto meno a guardarla meglio. E vide che non era neppure del tutto elettronica, anzi. Altro che modello obsoleto, quello doveva essere antidiluviano, cioè estremamente vecchio, roba da mercato dell’usato, per estimatori del vintage del secolo precedente, che per qualche folle ragione non era al macero, dal ferrovecchio, in una qualche discarica per dispostivi RAEE avanzati e semoventi. Sostanzialmente, era una persona al 90% in carne ed ossa, il restante 10% rappresentato da circuiti prestampati inseriti solo in un secondo momento nel suo corpo, e, ad occhio, ciò significava un intervento eseguito in una di quelle cliniche clandestine cinquanta, sessanta anni orsono. In pratica, aveva a ché fare con una fuggitiva, o meglio, una persona che se fosse stata esaminata attentamente, sarebbe stata disattivata. Perché disturbare proprio lui, rampante manager dell’iper-tecnologia del XXII secolo, che non faceva altro che prendere in considerazione il non-plus-ultra, nella sua azienda, perché vi fossero sempre le primizie, le novità, i must of…? Evidentemente non lo sapeva. Forse era stata rinchiusa a lungo tempo, ed aveva trovato una ricarica di fortuna attraverso la quale avviare la procedura standard di emergenza, rimasta sempre immutata nelle sterminate versioni messe a punto.

Le fece vedere l’immagine di un’orologio, di un letto, di una persona che correva a perdifiato. Parve non capire, quindi formulò una sequela di parole, che si condensarono in una manciata di parole visualizzabili sul suo polso. “5 minuti. Posso solo concederti 5 minuti d’orologio, e poi devo occuparmi delle mie altre mansioni. Intesi?” Lei non rispose ad immagini, annuì leggermente, anche se oramai i gesti corporei erano sempre meno compresi, occorreva formulare i concetti attraverso immagini, immagini, immagini…Apparve un disegno stilizzato di un bar, di un caffè fumante, di due persone che si guardavano negli occhi, in attesa di esprimersi attraverso immagini, verosimilmente. “OK.” le rispose, nel linguaggio universale dei simboli, che aveva oramai perso il suo significato di un tempo, evaporato con le menzogne della memoria e le assurdità del tempo sempre di corsa.

Senza troppa fatica, si assieparono in un locale poco distante dallo scorrere sempiterno della quotidianità. L’avvento delle tecnologie e delle persone ibride non aveva modificato più di tanto le vecchie abitudini delle pause caffè, seppur con tutte le modifiche del caso. Al cameriere che si avvicinò a loro, il braccio di Xi-Pi-9080 mostrò l’immagine di un caffè con accanto l’indicatore x2. Senza dir nulla – sarebbe stato inutile, e chissà se il cameriere semirobottizato conosceva l’antica lingua parlata – l’androide semiumano si allontanò rapido. Sul suo piccolo schermo era comparso l’indicatore di prezzo, e la richiesta di accettazione. Senza sprecare tempo, Xi-Pi-9080 aveva appoggiato il polpastrello del suo indice sul touchscreen, acconsentendo alla transazione. Nello stesso momento, un lieve ronzio cutaneo gli comunicava lo stornamento di 729 criptomonete dal suo conto personale, che ammontava al momento a dodici trilioni di criptomonete. Dubitava che l’altra donna potesse disporre di altrettanto. Chissà se conosceva le criptovalute, magari era abituata a pagare ancora con la sinto-carta moneta, ma se avesse tirato fuori delle banconote la cosa sarebbe apparsa alquanto sospetta, se qualcuno l’avesse notato. Era meglio non rischiare, lui non voleva rogne. Che gli esprimesse il suo “problema”, poi ognuno per la sua strada, qualunque fossa quella della povera donna. Arrivarono i caffè bollenti, e quando il cameriere fu fuori dal loro campo visivo, le fece intendere che poteva parlare, insomma: esprimere le sue ragioni.

La faccia della donna iniziò a sciorinare una marea di parole, e stringhe alfanumeriche, e poi ancora parole, frasi, ed ancora numeri e simboli. Faticava a starci dietro. Quindi, iniziarono ad essere mostrate, più lentamente, delle immagini. In bianco e nero, la superficie eterea del volto non permetteva troppa varietà di colori, risultavano meglio le immagini nei colori primari, fondamentali. O in bianco e nero, appunto. Ebbe un sussulto quando si riconobbe, in una di quelle immagini. Si riconobbe più volte, a dire il vero, sembrava gli mostrasse un qualche album di famiglia. E poi comparve una frase più diretta, esplicita: ”Ancora non capisci?” e poi: “Non ti rendi conto?”, ed infine: “Davvero non riesci a comprendere?” Queste tre fasi si alternarono dapprima lente, quindi sempre più veloci, fino a diventare un mulinello, e la cosa gli diede una leggera nausea. Si sentì tremendamente, assurdamente stanco. Aveva bisogno di un altro caffè, un integratore vitamico, una qualche pasticca anche illegale che gli desse la forza di andare avanti, sentiva troppo nausea in corpo. Le chiese, a parole visualizzate sul palmo della mano, di fargli rivedere quelle foto, di poco prima. Ne aveva bisogno, aveva colto qualcosa – un’espressione, un dettaglio – che non riusciva a cavarsi di testa, aveva il dannato bisogno di saperne di più.

“Sei tu, sono io, siamo tutti noi.” gli rivelò la maschera. “Ci conosciamo?” le chiese attraverso parole ed immagini. Un paio di vecchie emoticon fu la scelta più adatta, probabilmente capiva di più il linguaggio primordiale. “Sì. E no.” lo schermo rimase privo di immagini a lungo, rimaneva solo l’espressione attenta della donna, seduta davanti a lui, forse nell’irrealistica speranza che attraverso l’espressione dei suoi occhi, delle sue labbra, delle infinite pieghe e circonvoluzioni delle sue appena percettibili rughe, egli potesse capire, ricordare, comprendere. Ma lui oramai non vedeva più nulla, guardava distratto, in scocciata attesa, come si può fare quando l’antenna perde per un attimo il segnale e lo schermo del televisore proietta un’indistinta immagine priva di senso e contenuto, una nebbiolina rada che fa a gara con la pazienza dei telespettatori. Allora cercò di spiegargli meglio: “Sì.” e l’immagine di un fiore, il simbolo di una macchina dei secoli passati. Un drago che sputava fuoco. Un pallone di un rosso acceso. “…e no.” una lacrima. Una donna che piange. Un notte buia e con poche stelle. La faccia arrabbiata di un uomo. Un gruppo di militari in parata, le loro divise immacolate. Una meteora che solca il cielo. Attraverso quelle immagini cercava di fargli aprire innumerevoli altre porte, della sua memoria e della sua percezione. Forse…Lui la bloccò, senza toccarla. Annuiva lentamente. Gli ritrasmise delle immagini: un lago di montagna. Un fiore raro. Una lucertola abbacinata dal sole. Il mare d’autunno. Un fiocco di neve. E poi: un fucile con il tappo rosso. Un clown. Una persona imprigionata. Un pezzo di pane. Un libro lasciato aperto da qualcuno che si allontava. Seguirono le parole, proiettate più precisamente, non sul suo volto, ma sulle sue braccia, alternativamente l’una e l’altra, che egli pazientemente le mostrava, e se faceva fatica a comprendere, rallentava, tornava indietro, gliele faceva leggere ancora.

“Credo di comprendere, ma è tardi, adesso. Non posso farci nulla, per sistemare la tua storia. Mi dispiace.” ma anche: “tuttavia so cosa vuoi dirmi, eppure troppo olio è girato nei circuiti perché lo si possa recuperare. Gli ingranaggi hanno macinato tutto quanto. Una volta ci sarebbe stato tempo per ridere e sognare assieme, ma adesso non abbiamo più la possibilità di farlo. E questo lo sai anche te, altrimenti non saresti scappata via.” Lei rimaneva zitta, o meglio: la sua faccia rimaneva spenta. Forse avrebbe pianto lacrime vere? questa domanda parve materializzarsi sulle braccia di Xi-Pi-9080, ma le cancellò prima che potessero emergere a livello epidermico. “Ora devo proprio andare, altrimenti rischio di far tardi e potrebbero farsi delle domande, e avrei difficoltà a giustificarmi, perché la pelle non mente. Ed anche questo lo sai.” La testa della donna si reclinò in un lieve cenno di assenso, o di infinita stanchezza. “Perciò, lasciami andare.” La testa della donna rimase ferma, non traspariva nessuna parola, niente di niente. La credette spenta, o esausta, o chissà che altro. Ad ogni modo, non poteva essere più un problema suo.

Fece per allontanarsi, si alzò, dal palmo della sua mano emerse la trascrizione di un antico saluto: “Ciao.” probabilmente l’unico idioma che aveva ancora senso, in quel tempo: “Schiavo.” Erano sempre stati tutti schiavi di qualcosa, ed adesso più che mai. Non avevano più scelta, era indelebile il loro destino. Anche la donna si alzò, indossò un mantello, che le coprì il corpo, le braccia scoperte, il volto. Emise un suono rauco, una specie di colpo di tosse, quindi gridò qualcosa in direzione dell’uomo che si allontanava: «Ti amo…» incredibilmente, erano sbocciate fuori delle parole. In quel silenzio assordante, riuscirono a propagarsi più in fretta del normale, si riflessero sugli edifici che contornavano quella via, fino a raggiungere le orecchie di quell’uomo (o automa) che continuava imperterrito ad allontanarsi. Che sforzo vano. Le parole avevano perso ogni significato, oramai. Pronunciarle era uno spreco di tempo ed energie. Leggerle era sempre più fastidioso, per alcuni, e da quando era stato bandito il loro ascolto, doverle guardare rappresentava un processo troppo dispendioso, per molti. Le immagini erano l’alternativa migliore ad una maschera di parole, quale stava diventando la donna, persa nel suo dolore, silenzio, inutilità d’intenti.

Si sfregò il volto, stavano scendendo lacrime. Negli ultimi decenni, il mero piangere era stato ritenuto inutile, dunque tale funzione era stata progressivamente eliminata attraverso manipolazioni mediche e genetiche ad hoc. Lei solo poteva ancora permettersi di versare lacrime, e forse in questo maledetto caso anche a ragione. Dalla sua faccia umida scivolò via un rivestimento di pelle trasparente, sottile come una pergamena, sulla quale rimasero incise tutte quelle parole che era stata incapace di dirgli e che lui non avrebbe mai mai letto.

Allo stesso modo dei rettili, che lasciavano indietro la pelle della loro muta, sul selciato rimase una semplice maschera; il sole cocente l’avrebbe raggrinzita, quella membrana si sarebbe seccata e diventata inutile, come un mucchio di parole gettate letteralmente al vento. Infine, sarebbero finite nel pattume, raccolte diligentemente dagli addetti alla pulizia, che passavano ogni alba per le vie di una città desolatamente muta, a svolgere il loro ripetitivo lavoro. Tutti i giorni avvolti in una cappa di silenzio, densa come la nebbia.

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Pubblicato da Lucio Campiani

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