Effetti postumi in cinque atti – Secundum

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“Ma vedrai che andrà bene / andrà tutto bene / tu devi solo metterti a camminare / raggiungere la cima di montagne nuove / e vedrai che andrà bene / andrà tutto bene / tu devi solo smettere di gridare / e raccontare il mondo con parole nuove / supplicando chi viene dal mare / di tracciare di nuovo il confine fra il bene ed il male / se c’è ancora davvero un confine fra il bene ed il male”

(Brunori Sas, ‘Al di là dell’amore’)

Guarda gli animali notturni, apprendi da loro e vivi nascosto.


Le sette stelle stavano pazientemente allineate, in trepidante attesa. Almeno, questa era la sensazione del ragazzo che si era attardato per fissarle. Era tardi, la notte era al suo culmine, le stelle vibravano nella loro fissità. Quel gruppo di astri era il più luminoso e visibile, in quel momento, l’inquinamento luminoso giungeva anche nelle colline e nell’aperta campagna, come fumi tossici delle città abbastanza distanti ma non troppo, evidentemente. Il ragazzo, che si chiamava Johnatan ed aveva sedici anni compiuti da poco, ogni tanto si chiedeva se sarebbe mai potuto cambiare qualcosa, nella sua vita, o il suo destino era piuttosto già scritto (non dalle stelle, ovvio, ma da altre persone più grandi di lui, i suoi genitori in primis, ma poi c’erano gli altri adulti del circondario, tutti quanti impegnati ad inseguire loro proprie chimere di dubbio gusto ed altrettanto difficile realizzazione, ma questo non rappresentava poi un gran problema per Johnatan, accettava la vita per quel che gli capitava, con una rassegnazione stoica ed un coraggio da martire cristiano, talvolta). Anche se…«Muoviti, Johnatan! Non abbiamo tutta la notte, dai…!» gli urla da qualche parte poco più avanti una ragazza. Una del gruppo di ragazzi che si erano spinti fin lassù, complici il coraggio delle menti giovani, la sbornia della festa che evaporava lentamente dopo essersi conclusa, come fumo che continua a salire dalle ceneri del fuoco, e poi c’era stato ben altro fumo che era girato ed era stato scambiato nelle loro gole, e bocche, e tutto il resto. No, non droghe pesanti, no. Ma si sa, il fumare certe sostanze rende più felici ed inclini a vedere tutto il resto del mondo sotto un’altra luce, e forse quelle stelle intirizzite nella frescura della notte erano solo rese più luminose da un paio di pupille spalancate come occhi di un uccello rapace. «…arrivo!» replica alla ragazza (Anna? O era la voce di Giulia?) dopo un tempo indefinito. Chissà se è rimasta indietro dagli altri ad aspettarlo, la ragazza di cui non conosce il nome. Allungando il passo, raggiunge il punto da cui crede sia partita quella voce, ed in effetti trova anche la proprietaria: né Anna, né Giulia – difatti non l’aveva riconosciuta subito – ma di Elisa, una nuova del gruppo, che forse proprio per quello si poteva permettere di aspettarlo. Perché non lo conosceva ancora bene, dunque si comportava gentilmente come una potenziale amica. Ma se l’avesse imparato a conoscere meglio (sempre avesse voluto farsi conoscere meglio, si sa come andavano certe cose), forse l’avrebbe lasciato indietro come avevano fatto gli altri, e non ci sarebbe stato nulla da rimproverare, né a lei, né a lui. Era fatto così, semplicemente: ogni tanto – spesso – si perdeva dietro i suoi sogni ad occhi aperti. Ed a sedici anni appena compiuti ci poteva anche stare, ma non c’è gran spazio nel mondo per chi ha l’aspetto trasognato. Se non mangi, vieni mangiato: la vita è una lotta continua. (La vita è un brutto affare, ripeteva ogni tanto suo padre tra una sigaretta e l’altra fumate con nervosismo malcelato, e lui era un “pezzo grosso”. Pesce grande, pesce piccolo, nulla più, nulla meno. È la vita, e devi capirlo in fretta, Johnatan, o sarà un bel guaio. Calcava sempre su “Bel” più che su “guaio”, forse per stemperare nell’ironia ciò che di divertente non era per nulla, ma tutti questi pensieri non erano da condividere con una nuova arrivata come Elisa, che gli camminava davanti senza parlare, perché entrambi andavano a passo spedito per recuperare gli altri, la notte con i suoi inganni rendeva ispido il sentiero battuto, ed era un posto nuovo per tutti, la luce dei loro cellulari erano poi delle lucine ben flebili – ma non paragonabili con la luminosità della loro fede.)

«La ragazza ci attende in cima alla collina, muoviamoci, Johnatan.» gli urla Elisa allungando il passo. La ragazza? si chiede lui. Chi può mai essere? Ah certo, quella nuova. Amica di Elisa, era stata convinta a partecipare alla loro uscita, quella sera. Due persone nuove forse riescono a farsi forza l’un l’altra, chissà. Sta di fatto che quella nuova, dalle sue poche fonti che andò a cercare nei cassetti impolverati della memoria, risultava esser nata fuori dall’Italia, ed all’inizio molti la prendevano in giro con il nomignolo di ragazza Ikea. Essendo finlandese, magari era tutta smontabile, ridacchiavano mormorando battute stupide degne di ragazzi idioti. Ma ci poteva anche stare, si era giovani, i più erano veramente belli, potevano permettersi tutto e lo sapevano, e se ne approfittavano. Non certo come lui, che non spiccava in bellezza, si destreggiava in intelligenza, e la sfangava con la simpatia. Reputava la vita fosse stata ingiusta, ma c’era comunque quella dannata fede in qualcosa più grande di loro, che in parte lo spingeva ad avanzare e non crucciarsi più di tanto. Grosso modo come in quel momento, ad arrancare lungo la fiancata della collinella, il fiatone in corpo e un che di sudaticcio nei vestiti, e l’eco di passi rapidi della ragazza poco più avanti che gli indicava la via, essendo praticamente tutto buio intorno a loro, se si escludevano le luci dei loro cellulari che sembravano tante piccole fiammelle che si muovevano nel torpore della notte.

«Quando saremo arrivati…» continua Elisa, urlandoglielo quasi, data la distanza sempre più ampia che si frapponeva tra i due «…faremo un bel falò. Ed allora potremo riposarci, e mangiarci i marshmellows alla brace, che ti piacciono tanto.» conclude con una nota d’ironia nella voce. A lui facevano schifo, ma si sarebbe adeguato. Come sempre. Arrancano per qualche minuto ancora, i due ragazzi, finché non si apre davanti a loro un ampio spiazzio, l’altopiano che pullulava di rumori, animali, odori della natura e delle braci annerite dal fuoco che danzava al centro. In effetti, metteva voglia di imitarlo, in quel muoversi sinuoso e libero, per sciogliere i muscoli tesi dallo sforzo, riprendere fiato, aggregarsi alle persone che vi stavano accanto per scaldarsi, in attesa che fossero tutti presenti e si potesse iniziare il rituale. Tra tutti gli altri, la vede. Leijona, si chiamava, che in finlandese voleva dire Leone. Una leonessa (o leoncina?), che mangiava gli altri ragazzi, divorandoli letteralmente? Attendeva i sacrifici dei cuori puri ed innocenti, il martirio di giovani immacolati? Erano pensieri stupidi, che gli scendevano lungo la schiena in certi momenti, giusto per tenere allenato il suo cervello che alle volte volava troppo avanti, sulle ali della fantasia. In quel momento, invece, era rimasto indietro e corre gli ultimi suoi passi per raggiungere il gruppo.

Ebbene sì, nota che la ragazza è veramente bella, ed il desiderio di baciarla si impadronisce di lui. Danzava sinuosa, a piedi nudi sul tappeto d’erba e ghiaia. Alla luce aranciastra del fallò, i suoi lineamenti apparivano e scomparivano, a volte illuminati nel loro essere diafano, altre volte celati nel gioco ghignoso delle ombre. Un paio di altre persone (uomini o donne era difficile distinguerle, nel buio cangiante) volteggiavano accanto a lei. Desiderava unirsi a loro, in quel balletto folle e senza regole, ma se ne astenie. Si vergognava, di esporsi così tanto con una persona che conosceva così poco, senza immaginare quale reazione avrebbe potuto avere. I suoi amici gli avrebbero detto che era timido e stupido, ma non avrebbe fatto granchè differenza: un pero non può sforzarsi di dare mele…È lei a venirgli incontro, aiutarlo. Probabilmente più per buona educazione che per reciproco interesse, sta di fatto che quando lo nota, lui piegato con le mani alle ginocchia, per riprendere fiato, si blocca nel suo danzare senza regole e gli fà un ampio gesto di saluto, per attirarne l’attenzione già abbastanza focalizzata su di lei (senza che l’interessata lo sapesse, ovviamente). Johnatan risponde al gesto, senza aggiungere parole, in quella cacofonia di rumori che una musica registrata emetteva dalle casse portate dagli altri, e sovrastavano tutti gli altri suoni e silenzi. «Ti raggiungo.» gli urla per fargli capire di aspettarlo. D’altronde, dove poteva mai andare, lui? Non erano entrambi stranieri, forse, e non solo nei loro nomi? Johnatan era un meticcio, che in altri tempi erano lo scarto della società benpensante. Per sua fortuna, era nato in un momento storico in cui le differenze venivano notate sottovoce, e gli ostacoli frapposti con meno evidenza. Chiunque tu fossi, potevi raggiungere qualunque posto…purché il tuo portafoglio fosse abbastanza pieno, ed i tuoi genitori abbastanza conosciuti. Una mano lava l’altra…perché non aiutarsi l’un l’altro, nel gioco di cene eleganti per la raccolta fondi di qualche popolazione derelitta e sfortunata? Cin-cin, battevano in alto i calici, dietro sorrisi di cartapesta di personaggi dal dubbio gusto – sicuramente in fatto di vestire – e le giornate caracollavano noiose in attesa del nuovo invito, dal gran cavaliere o super presidente, e l’importante alla fine era semplicemente esserci, perché non parlassero di te la prima volta che eri assente, e ti ignorassero la seconda volta perché non c’eri, fino a non invitarti una terza perché non potevi più esser loro utile. Preferiva stare sul limitare della bolgia che taluni chiamavano vita, altri tremendo casino. Cosa poteva farci? Era fatto così, dubitava che qualcuno potesse cambiarlo così tanto radicalmente…

«Ooof…!» tutto quel poco fiato che aveva in corpo gli esce in una volta sola, come un palloncino bucato. La ragazza dal nome strano e dall’aspetto suadente, lo stava addirittura abbracciando! Doveva essere un’usanza del loro paese, della loro cultura, là dove erano tanto pochi e talmente distanti che il semplice incontrare una faccia simile alla propria significava un’immensa gioia…boh. «Piacere di conoscerti…» riesce solo ad aggiungere cercando di darsi una parvenza di normalità. Nell’ombra, non riusciva a cogliere gli occhi di Lejiona – anche se forse era meglio chiamarla Lea, quel nome aveva una brutta assonanza, con la lingua italiana – e non sapeva dire se erano aperti o chiusi, castani o grigi, che guardavano lui o spaziavano nel buio tutt’attorno. Continua a fare finta di niente, ringrazia per l’abbraccio, le chiede solo: «Posso chiamarti Lea, ti va?» Ne segue una risata cristallina. «Certo. Certo! E tu come ti chiami…?» «Johnatan, ma…ma puoi chiamarmi John.» «Oppure Jei, bella Jei, come stai?» e ride ancora. Johnatan detto John ma per gli amici più cari Jei, inizia ad innamorarsi pazzamente di quella ragazza dal nome strano, dalla risata sincera, dagli occhi di chissà quale colore, e dal profumo delicato…considera che la distanza tra loro era rimasta sempre la medesima, ovvero estremamente bassa. Quella che gli esperti chiamavano “distanza bacio”. Le cose si mettevano maluccio, considera con un principio di sudata, malgrado il vento freddo che lambisce gli abiti ed i corpi di entrambi. La prossima volta, dovrebbe vestirsi meno leggero. Se ci sarà una prossima volta. Se… Respira, Johnatan, respira. È una bella ragazza con la quale stai parlando, ci saranno altri momenti per cercare di fare altre cose…e poi occorre tastare il terreno…Chiedile di tornare assieme agli altri, davanti al fuoco. Eh? Fai così, su. ordina a se stesso, e decide che era un buon consiglio, infatti le chiede: «Torniamo dagli altri?» e la prende per il braccio, tastandole il polso, arrivando al dorso della mano, che lei ritrae automaticamente, in un gesto riflesso. «Ceeerto. Adesso torniamo là. Mi ha fatto…piacere conoscerti. Se così si può dire.» e ride ancora, ma non una risata sciocca, era una risata di giovane ragazza, che aveva voglia di esser felice, contenta, serena, che tutto il resto erano chiacchiere per adulti, che ci sarebbe stato altro tempo per angustiarsi e preoccuparsi, ed adesso la cosa importante era vivere appieno, succhiare la vita fino al midollo, e lasciarsi andare alle cose più belle. Insomma, si poteva definire complementare rispetto a Johnatan, ragazzo forse più spigoloso, forse più serio, forse già pronto ad affrontare le brutture dell’esistenza che di lì a pochi anni come tutti quanti avrebbe conosciuto ed incontrato, ed affrontato anche se magari solo di striscio, ma lui era fatto così, lui era stato abituato a guardare gli animali notturni, ed apprendendo da loro aveva fatto la cosa più naturale del loro mondo: imparato a vivere nascosto.

Delle volte era certamente meglio così, ma ogni tanto era opportuno uscire allo scoperto. A tentare di schivare le frecce della dura realtà. «Bene! Vedo che avete fatto conoscenza in fretta.» commenta allegra Anna salutando i due ragazzi che tornavano al bailamme del mondo infuocato. Il crepitio del fuoco era sottofondo gradevole della serata. «Sì, diciamo di sì.» taglia corto Johnatan. Lea non risponde. Stranamente, le loro mani adesso sono unite, ma sarà solo un’allucinazione, o un sogno. Difatti, non appena se ne accorge, Lea toglie la mano, senza vergognarsene, semplicemente per certe cose è…ancora presto. Mai prendersi troppa confidenza con le persone che non si conoscono appieno, dev’essere la sua linea di pensiero. O forse…gli torna prepotentemente la voglia di lei, di baciarla, di toccarla, di abbracciarla forte. È solo un gioco di false speranze, di bluff da giocatori di poker. Glielo devi chiedere, Johnatan. Altrimenti lei si stancherà presto di te, e cercherà di fare il suo nido altrove, come le rondini. Che pensieri assurdi gli albergano nella testa, alle volte si sente come quegli strumenti elettronici che, anche se spenti, emettono ogni tanto sfrigoli e ronzii di contatti elettrici mal saldati, che sprizzano quegli ultimi refoli di energia residua prima di essere riaccesi o spenti per sempre…

«Forza, tra poco iniziamo. Ci siamo tutti, giusto?» la domanda retorica si spegne nell’aria densa della sera, accompagnata da sbuffi di fumo provenienti dal falò poco distante. I ragazzi hanno abbrustolito i marshemellows con dei lunghi stecchini di legno. Se li passano di mano in mano, addentandoli avidamente e masticando a bocca aperta. Johanatan rifiuta cortesemente quella massa annerita e spugnosa dal gusto dolciastro. Gli fanno schifo, si chiede come facciano gli altri ad andarne così tanto ghiotti. Vabbé, saranno problemi loro. Alla fine, non era certo la prima volta che partecipava a quella congrega, a quel rituale, né sarebbe stata certamente l’ultima, ma ogni volta gli entrava in corpo una grande emozione, poteva quasi chiamarla gioia. Si sentiva bene, in mezzo a loro, accettato per quello che era. Avevano tutti delle storie diverse, alle spalle, erano stati uniti dalla religione, o meglio: da quella credenza religiosa che agitava sottotraccia le menti inquiete delle persone più giovani o meno inquadrate. E no, non era la religione del martirio senza senso, del finto perbenismo da quattro soldi e tre ave maria, del sacrificio ad ogni costo. Era una religione diversa, basata sulla potenza della Natura.

«Contiamoci, quanti siamo? Uno, due, te e Elisa, Lejona…» inizia Giacomo. «Lea.» lo corregge subito Johnatan. «…Ok, allora Lea, poi io, e Pietro detto Peter. I magnifici sette. Bene, ci siamo tutti. Prendiamoci per mano, prima di incominciare.» Tutti lo fanno, il cerchio viene chiuso. Johanat stringe le mani di Lea ed Elisa, stavolta la ragazza giunta da lontano non può rifiutare la stretta. «Dobbiamo far fluire l’energia nel gruppo, o nel cerchio magico, chiamatelo come volete. Le parole, sapete, sono inutili di fronte alla potenza delle cose, e della magia in esse contenute.» A parlare è sempre Giacomo. Stavolta era lui a dover guidare il gruppo, nel ruolo di Maestro. A turno, alla fine, lo facevano tutti, considerandosi tutti uguali, nessuno escluso: non c’era qualcuno più importante di altri, al di là delle differenze di età o sesso. E poi, erano permeabili a nuovi arrivati, e non c’era problema se qualcuno ne usciva; l’importante era che tutti si stesse bene, in quelle atmosfere dai toni ovattati, sereni, alcolici, senza troppi eccessi, nè in un verso nè in un altro. Per una persona serafica come Johanatan, quello era il massimo che poteva chiedere, senza che occorresse nulla di più, per renderlo soddisfatto.

Il clima diviene serio, quasi ieratico. Giacomo pare cambiare addirittura voce, nel dar seguito al rituale, ogni volta diverso dai precedenti, tutte le volte simile ad una evocazione, un incantesimo, una magia. «Aria.» inizia Giacomo prendendo un gran respiro. E tutti gli altri, chi prima chi dopo, ad imitarlo. «Questo vento che ci lambisce e ci abbraccia, facciamo che entri nei nostri respiri, e si propaghi nei nostri corpi.» Inspira profondamente, sibilando poi silentemente il suo fiato. Gli altri si uniscono a fare altrettanto, finché non prendono un ritmo sincrono, ed armonico, tra tutti quanti. Ci sono solo i loro respiri, e la danza ammaliante delle fiamme. A questo presta ora l’attenzione il loro Maestro, annunciando con voce greve: «Fuoco.» le fiamme si riflettono nei loro sguardi, paiono ipnotizzarli ai loro voleri, ma c’è Giacomo che li tiene in guardia, li esorta a comunicare col fuoco, a farselo amico, senza però che esso li divori. «Onoriamo questo falò, avviciniamoci ad esso finché il fuoco non inizia a tormentarci, ed allora ci rendiamo conto che quello è il punto che non dobbiamo oltrepassare, per nessuna ragione e nessun motivo.» tutti allungano le braccia, finché non sentono torpore alle dita, i più coraggiosi allungano anche una gamba, il piede scalzo, perché il fuoco possa dargli quella forza che meritano per proseguire nel loro cammino. Nel fuoco tutto si consuma, il fuoco tutto trasforma, e ciò che viene trasformato diviene migliore. Il respiro del gruppo è più armonico, limpido. Il Maestro procede imperterrito, si china al suolo, raccoglie una manciata di erba e sassolini. Li porta al volto per dargli una veloce annusata. «Terra.» afferma con fermezza. «Raccogliamo dei mucchi di terra, e gettiamoli nel fuoco, per rendergli onore. La terra è origine di tutto, e tutto ritorna ad essere terra.» Uno alla volta, tutti quanti raccolgono un mucchietto di terra, ed ancora uno alla volta li gettano nel fuoco, che sembra accogliere con tremiti quei loro sacrifici, od offerte. La notte, e le stelle, li vegliano protettivi, sono sopra tutti loro, e dappertutto, in ogni cosa. Ma il rituale procede, coi suoi tempi, che alle volte sembrano istanti rapidissimi, altre volte minuti insopportabilmente lenti. Ma non c’è fretta, non ci deve esser fretta, perché le cose vengan fatte bene. «Acqua.» afferma il loro Maestro prendendo una bottiglia da una bisaccia che è alle sue spalle. La apre, la bottiglia geme e scricchiola sotto la sua presa. Vi si attacca e ne carpisce un sorso. «Beviamo ciascuno di noi da questa bottiglia che ci passeremo l’un l’altro. Un sorso, un piccolo sorso, perché tutto venga condiviso e niente venga sprecato.» La bottiglia gira, è semplice acqua, ma nelle loro mani, nelle loro gole, si trasforma in ben altro, in tutt’altro. Sembra inebriante come un liquore, effervescente come una bevanda zuccherata, dissetante come un gelato fresco. Ognuno coglie un aspetto diverso da quel sorso, in quell’ipnosi collettiva, non si avverte niente al di fuori di sè – di loro – e quelli che sono rimasti scalzi paiono non accorgersi neppure del freddo che trasuda dal terreno, o degli animali che iniziano a corrergli sulle gambe. Sono concentrati, devono esserlo. Non possono fare altrimenti: sono in potere del loro Maestro, che in vite precedenti si è chiamato Giacomo, o Joshua, o Benedictus. «Spirito.» continua lui, che potrebbe essere paragonato ad un semidio, a qualcosa più importante di tutti loro, di tutti quanti. Il tutto è diverso dalla somma delle sue parti. «Noi qui presenti, tutti assieme, rappresentiamo l’unione di anime, o corpi, sicuramente entità che sembrano separate, perché sono state divise, ma possono tornare insieme, scambiandoci un bacio.» Quella era la parte che Johanatan preferisce. E stavolta, al suo fianco, casualmente c’era Lea. Ognuno avrebbe dovuto dare un bacio alla persona alla sua destra, fino a chiudere il cerchio. Maschio o femmina era indifferente, nel caso era un semplice contatto di labbra qualora due persone dello stesso sesso non volessero troppo scambiarsi i loro umori, ma altrimenti si poteva anche andare oltre, dischiudere le labbra come petali di un fiore e…beh, darsi da fare. Senza stare appiccicati troppo a lungo, ovviamente. Anche perché il fuoco entro un certo tempo sarebbe diventato un mucchio di grigia cenere! Non ci sarebbe stato tempo per stare a limonare tutta la notte. Johnanatan e Lea rimangono abbracciati stretti per un tempo indefinito che non sembrava più scorrere. Si rende conto sempre di più che lei ha le labbra calde, dal retrogusto di fragola. Un brivido gli scende lungo la schiena, in una piacevole melodia di brividi e fremiti muscolari.

Quando tutti finiscono di scambiarsi il ricettacolo di batteri e saliva, il rito viene dichiarato concluso. Buttano una secchiata d’acqua sul falò, che inizia a spegnersi lentamente in un banco di fumo. Il buio comincia a calare su tutti loro, qualcuno prende il cellulare per farsi luce. Johanatan rimane un attimo ad assaporare la notte, e le stelle: quelle che, incantato, aveva visto prima di salire fin lassù, si erano spostate di qualche grado, nel cammino lungo la volta celeste. Improvvisamente, sente qualcuno prendergli la mano, riconosce le dita affusolate di Lea, e sente un brivido, lo stesso di prima, questa volta salirgli lungo la schiena. Quindi, un fiato leggero e caldo, a stuzzicargli l’orecchio, assieme ad un grumo di parole che, sommate assieme, suonano come: “Vogliamo continuare quello che abbiamo iniziato prima? Sai…era bello baciarti.” Non ci credeva, ma doveva farlo. Gli stringe forte la mano, come gesto d’assenso. Tra non molto sarebbero dovuti ridiscendere, non avevano troppo tempo per appartarsi e continuare a sbaciucchiarsi come due ragazzini – in fondo lo erano, sedicenni implumi con la voglia di scoprire ancora tanto dalla vita, e dalla serata che non volevano finisse.

Si allontanano comunque dal gruppetto, anche se nessuno avrebbe potuto vederli o avrebbe prestato troppa attenzione a loro. Si inoltrano poco più avanti, là dove la vegetazione era più fitta, più accogliente. Un posto apparato dove abbracciarsi forte, e conoscersi meglio. I propri gusti, i propri sapori. Le proprie preferenze, le reciproche simpatie. Era bello, e Johanatan si sentiva felice. Nei brividi che ogni tanto scuotono Lea, sente un travaso di felicità, anche se forse è solo una reazione fisiologica a quel freddo sempre più pungente della sera. Dopo un tempo incalcolabile, emergono dalla loro bolla zuccherata. Non vedono nessuno. Li chiamano, ma non ricevono risposta. Afferrano i loro cellulari, per farsi luce, ma entrambi hanno dato forfait, la loro batteria si è scaricata. Sono quelle coincidenze significative che acquistano di senso solo dopo che tutto il quadro è completo, e probabilmente occorrerrano giorni prima che lo sia fino in fondo. Sorridono, comunque lo fanno, perché sono lì, assieme. In qualche modo, cercheranno di tornare indietro, oppure qualcuno di certo tornerà su a cercarli. Per il momento, quella rappresenta la notte più bella che entrambi stanno vivendo, ed ancora non lo sanno. Lo scopriranno presto, a loro spesa.

Lea guarda Johnatan in faccia, sono vicinissimi, potrebbe quasi contarne i minuscoli peli sul naso, e torna semplicemente a baciarlo. Il suo regalo di benvenuto da nuova arrivata.

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Pubblicato da Lucio Campiani

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