Dis-simulazioni in sedici bit (101)

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Realtà virtuale per persone virtualmente reali.

“«Possibile che siano tutti pazzi tranne me?». «Mrs Arnold,» disse il dottore severamente «si controlli, la prego. In un mondo disorientato com’è oggi il nostro, spesso l’alienazione dalla realtà…». «Disorientato» disse Mrs Arnold. Si alzò. «Alienazione» disse. «Realtà». Prima che il dottore potesse fermarla andò alla porta, la aprì. «Realtà» disse, e uscì.”

(Shirley Jackson, ‘Colloquio’)

«Buongiorno, Antonio. Come sta? Oggi è una giornata bellissima, il sole splende là fuori. Vogliamo iniziare con la meditazione del giorno?» l’infermiera parlottava veloce nel proiettore indossato dal vecchio. I suoi movimenti oculari erano di assenso o diniego, nulla più. «Pensi che domani potrà anche dedicarsi alla palestra mentale assieme a tutti i suoi amici, provvederemo ad un collegamento in rete. Si prepari per fare tanti punti a Tresette, mi raccomando.» e gli fece un’occhiolino significativo. Almeno, questo era quanto si poteva vedere nel proiettore. Dall’esterno, era un corpo steso su una lettiga speciale, mantenuta a temperatura mai inferiore ai 36 gradi centigradi, umidità controllata, ritmo circadiano idem. Il vecchio giaceva immobile ma l’EEG indicava un’attività del cervello abbastanza buona. Tutto sommato, a centododici anni, era un traguardo ragguardevole. «Ora ci dedichiamo ad un poco di ginnastica posturale, che ne dice, Antonio? Muoviamo alternativamente le gambe, prima la destra, poi la sinistra, va bene? Iniziamo…» il vecchio, nella realtà in cui si trovava, non muoveva alcuna parte del suo corpo, ma attraverso il circuito capillare di elettrodi collegati, venivano scandite le stimolazioni elettriche ai muscoli, secondo un protocollo frutto di un complesso studio durato un paio d’anni. Mantenersi sani era importante, ancor più a centododici anni compiuti da poco più di un mese.

Nel proiettore, per qualche ora l’infermiera “personale” di Antonio Giannuzzi, anni 112 e 1 mese, si prodigò nel fargli fare tutti gli esercizi del caso. Poi, lo vennero a trovare virtualmente i suoi parenti, le pro-nipotine che andavano a scuola materna e gli fecero vedere i disegni che avevano fatto, del bisnonno con lo schermo attaccato alla faccia, lo salutavano con affetto e gli lanciavano tanti bacini dalle mani. Probabilmente, nel suo mondo ovattato, il bisnonno tecnologico rispondeva loro con altrettanto affetto e trasporto, ma questo non era dato conoscerlo. Ovviamente veniva registrata una certa attività elettrica a determinati livelli corticali e sub-corticali, ma questo ancora non era bastevole per vedere esattamente i pensieri reconditi del bisnonno robotico (o quasi).

Passarono altre ore, fuori si fece quasi sera. Ad un certo punto, il proiettore si fermò un’istante, si spense quindi si riaccese, ricominciando il loop previsto per quel giorno. «Buongiorno, Antonio, come sta? Oggi è una giornata bellissima, il sole splende, là fuori.» eccetera. «Per oggi basta così.» disse il medico entrando nell’aula, in tuta completamente asettica, andando a spegnere il proiettore e levandolo dal volto dell’anziano. Gli occhi di Antonio rimasero grottescamente spalancati come per un grande spavento, ed il medico provvide pietosamente a chiuderglieli. Chiamò con il cercapersone un’infermiera, perché girasse il corpo, come opportuno fare onde evitare le fastidiose piaghe da decubito. La donna arrivò in fretta, bardata come il medico. Doveva essere nuova, giudicò il dottore. In effetti non l’aveva mai vista, in quella clinica TPMPRV, acronimo che voleva dire: “specializzata nel trattamento post-mortem dei pazienti attraverso l’applicazione della realtà virtuale”. Era un progetto pilota destinato ad essere esportato altrove qualora avesse dato risultati più che positivi e soddisfacenti. Oltre ad Antonio, in quelle stanze sotterranee giacevano un’altra decina di persone, ciascuna stipata in una stanza personale, una sorta di capsula pseudo-criogena che manteneva il corpo vitale, la mente attiva.

«Provveda a girarlo, per favore…Olga.» lesse il suo nome sul cartellino che portava alla divisa azzurrognola. «Dopodiché, mi controlli tutti i parametri vitali.» Antonio, pensò con orgoglio, era stato il loro primo paziente. Morto trent’anni prima, con le nuove tecnologie riuscivano a tenerlo attivo – se così si poteva dire – 12 ore al giorno, cinque giorni su sette. Quano non era attaccato al proiettore, allora veniva crioconservato. No, non era come tenere un corpo in congelatore, ma per profani si poteva dire anche così. Cosa vedeva, nei suoi sogni? Ogni tanto si domandava il medico, scrutandolo da dietro la sua spessa montatura di occhiali vintage, sperando che nel più breve tempo possibile si potesse giungere ad una video-trascrizione dell’attività cerebrale dei dormienti, anche se erano decine d’anni che i migliori neuroscienziati stavano lavorando a decine di progetti in merito, e finora si brancolava nel buio, o quasi. Probabilmente lo stesso buio che colmava le giornate di quelle decine di pazienti stipate là sotto, lontano da tutti, e non si poteva dire sottoterra perché in fondo c’erano altre persone vive che gironzolavano come alacri formiche lavoratrici per fare andare avanti la baracca. Era un altrove, e per il medico tornare in superificie dopo 16 ore di lavoro ininterrotto doveva rappresentare indubbiamente una soddisfazione, o meglio: una boccata d’aria nuova.

Olga, nuova per quelle mansioni, provvide a svolgere quanto richiestole, refertando le condizioni del paziente, quindi chiese cautelativamente al dottore: «Quanto ancora deve rimanere in questo stadio di post-coscienza?» Bella domanda, rispose mentalmente il medico. Che tuttavia rispose: «Il tempo che occorrerrà, ma non ancora tanto, ad esser sinceri. Le sue funzioni vitali, per quanto buone, sono oramai obsolete. Se l’ultima tranche di dati elaborati darà buoni risultati, allora provvederemo a…» abbassò automaticamente la voce, anche se quel simulacro di uomo là steso non poteva certo sentirlo, secondo i dati della scienza. «…a spegnerlo, diciamo così. Che è un modo brutale per dire che avrà la sua degna, ehm, sepoltura. Ma quello sarà una cosa da valutare più avanti. Tempo al tempo, Olga.» L’infermiera annuì meditabonda, quindi si permise di fare l’ultima domanda: «E questo proiettore, glielo possiamo rimettere o dobbiamo aspettare l’indomani?» «È indifferente. Durante le 24 ore trasmette in loop le 8 ore precaricate. Il giorno seguente viene scaricato l’aggiornamento del programma, e inizia un’altra giornata virtuale. In un certo senso è come sognare ininterrottamente 24 ore, oppure solo 8, o 16. Ma sempre dormiente resta. Mi creda, non potremo vedere mai uno come Antonio, o altri come lui, alzarsi in piedi e mettersi a confabulare come zombie, mi creda. Se è vero che abbiamo raggiunto traguardi importanti, non creeremo mai dei Frankestein, quello è opera di pura e macabra fantasia.» così dicendo, lo scienziato uscì dalla stanza, premurandosi che Olga provvedesse a rimettere in posizione il paziente e poi lo seguisse in un’altra stanza, dove stavano approntando il giaciglio per l’arrivo di un’altra persona, stavolta una donna. Occorreva il contributo di tutti per accogliere il nuovo arrivato.

Olga guardò Antonio, là steso in quella sua bolla d’iridescente irrealtà. Gli venne da accarezzargli i capelli, ma gli parse un gesto inutile e di cattivo gusto. Era già morto tre decadi prima, almeno, ma virtualmente attivo per chissà quanto ancora a venire. Era un paradosso, per certi aspetti: i prodigi della realtà virtuale permettevamo un sacco di cose, ma lasciavano spazio alle fantasie più assurde. E poi, gli uomini, alla fine, non potevano sostituirsi alla potenza creatrice – e distruttrice – di Dio o della Natura, la chiamassero come volevano. Con un gesto di pietà, gli fece indossare il visore, lasciandolo comunque spento. Se non altro, l’indomani sarebbe stato già disponibile per iniziare la sessione mattutina scaricata dal cloud. Sapeva che altre sue colleghe si occupavano di registrare sessioni di simulazioni con pazienti vivi e vegeti di filmati da precaricare sui visori, oppure chiedevano ai parenti di recitare la loro parte, se desideravano, per essere anch’esse precaricate nei visori. In superficie, era una sorta di studio cinematografico, con copioni da recitare e parti da assumere. Di sotto, era tutt’un’altra storia. Non più bella o più brutta, semplicemente…diversa.

Uscendo, l’infermiera Olga si chiuse piano la porta alle spalle, come se avesse timore di far troppo rumore e di…svegliarlo. Certi automatismi ed abitudini erano difficili da cancellare, anche dopo anni passati sui libri a studiare che la post-coscienza era cosa ben diversa dalla coscienza, e la realtà virtuale era cosa ben diversa dalla mera realtà. Ma occorrevano davvero anni per farci il callo, ed Olga era stata assunta da poco, in quella clinica. Si sarebbe ambientata ed abituata a tempo debito.

Nella stanza calò il buio. Nel buio di Antonio, accadeva altro: nel suo brodo cerebrale i gangli neuronali sparavano le scintille dell’attività cerebrale rimasta comunque attiva da anni ed anni di visualizzazioni da proiettore, una sorta di inerzia che gli EEG e le visite mediche non potevano cogliere, perché accadevano la notte, quando tutti dormivano, o nessuno guardava e scrutava nei suoi meandri, e che rappresentavano una sorta di sogno, per chi lo avesse potuto cogliere dall’esterno. Era la realtà, per Antonio e gli altri che li sotto, abitavano. La loro realtà virtuale.

Sgranchendosi le ossa – centododici anni erano d’altronde abbastanza – Antonio si levò il proiettore e chiamò ad alta voce l’infermiera della mattina. Una bella ragazza, a dirla tutta. Che aveva, a spanna, la metà della metà dei suoi anni. Si sentì uno di quegli essere mitologici, ed immortali. «Giovanna.» la chiamò una seconda volta. L’infermiera giunse trafelata, quasi preoccupata. «Cosa succede, Antonio?» gli chiese preoccupata. «Li ho sognati, ancora.» disse in un fiato. «Sempre loro?» «Sempre loro, sì. L’unica differenza di oggi è che la donna era diversa, aveva un’altro nome, ma l’uomo, lui, è sempre lo stesso.» L’infermiera segnò qualche appunto su un foglietto, quindi attese che l’uomo continuasse a parlare, se desiderava. «Lui è cattivo e malvagio, lo so. Vuole spegnermi, ma non glielo permetterò.» brandò minaccioso il suo braccio rachitico, sottile come un ramo di alberello, ma il suo animo era vigoroso come quello degli eroi immortali. «No, Antonio, non glielo permetteremo. Glielo prometto.» disse l’infermiera annuendo pensierosa e controllando il dosaggio della medicina nelle flebo. Forse era da modificare, ma doveva parlarne con il medico. Quelle allucinazioni si facevano sempre più nitide, ed oramai erano anni che Antonio viveva in quella sua bolla d’irrealtà. «Non glielo permetteremo.» disse un’altra volta, accarezzandogli la testa e prendendo dal tavolino il proiettore tridimensionale. «Ora riposi. Domani, è un altro giorno.» gli disse infilandogli il proiettore di realtà virtuale.

Fuori il buio si appropriò di ogni cosa, anche della stanza di Antonio. Solo il proiettore emetteva un’inquietante luce bluastra, ma quella realtà la poteva vedere solo lui, e nessun altro.

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Pubblicato da Lucio Campiani

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