Dis-simulazioni in sedici bit (100)

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Doppioni.

«Ora basta.» disse guardandosi allo specchio, mentre si faceva la barba. «Atsab aro.» gli ripetè lo specchio in un sogghigno. «Non si può andare avanti così.» continuò il giovane, con mano ferma sotto il mento, radendosi. «Isoc itnava eradna oup is non.» continuò lo specchio, in una maldestra formula magica. Ma lo specchio era più furbo, perché disse subito dopo: «Emoc am!» Il ragazzo non capì immediatamente cosa stesse accadendo, se non nel gridare un: «Ma come!» e crollare a terra come un fantoccio senza vita.

“Dall’altra parte dello schermo opalescente, era scivolato un attimo prima che l’altro cadesse.” Inizia così il rapporto del tecnico intervenuto d’urgenza. Occorre tuttavia fare un’importante precisazione preliminare prima di avanzare nella stesura del rapporto. È oramai cosa nota ed appurata che si ha una doppia rappresentazione della realtà nel qui ed ora, riflessa equamente nell’ora e qui. In determinate situazioni si può avere uno scarto minimale, per cui la velocità della luce nello spazio tempo è influenzata dalla gravità, che può rallentarla infinitesimamente, ma questo scarto si ripercuote nell’andirivieni dell’universo che, essendo per forza un cilindro chiuso (tecnicamente, un toroide), ciò che avviene ad una sua estremità si ripercuote immancabilmente all’altra, nel più breve tempo possibile del qui ed ora. Solitamente le due cose avvengono simultaneamente, perché per il principio dell’entaglement, anche a distanze siderali due particelle sono indelebilmente connesse, e questa è la *Prima regola dello Specchio.

*La Seconda regola dello Specchio afferma che non bisognerebbe discutere troppo con la propria immagine allo specchio, perché si rischierebbe di dare origine a paradossi e scarti che, se reiterati, possono fare evaporare l’immagine al di là dello specchio. Corollario alla seconda regola è che in determinate situazioni si può attraversare lo specchio, ma solo se ci si è attenuti alla seconda regola e si ha avuto una deroga alla prima, per cui la simultaneità è ritardata di 0.0001 microsecondi. Per tale deroga, l’immagine non evaporerà, ma se ne porrà la sua coabitazione estemporanea per un tempo limitato.

*La Terza regola dello Specchio afferma che uno specchio deve essere alto il doppio della propria larghezza, e profondo un quindicesimo della radice quadrata del rapporto tra le due, moltiplicato per un coefficiente di riflettenza in condizioni normali, pari a 0.92472849, arrotondato al massimo a 0.93 sotto supervisione di esperti specchiologi.

Al di là dei tecnicismi, si può tornare al rapporto redatto in data odierna da un tecnico del vetro riflettente. “Il presente soggetto giace a terra e respira autonamente. Il ritmo del respiro ha uno scarto di 36 secondi netti rispetto all’altra immagine al di là del vetro, ritardo destinato a crescere secondo un ritmo quasi esponenziale che lo porterebbe a 3 giorni netti nell’arco di 16 ore circa. Questo scarto comporterebbe un problema per il contesto ambientale in cui si muove il soggetto, che risulterebbe spostato rispetto al precedente. Come tecnico del vetro riflettente, posso restare in loco non più di cinquanta minuti cronometrati. Per un supplemento di tempo, occorre un nulla osta del mio supervisore, ed eventuale convalida del capo-distretto di tempo locale. In attesa di ulteriori delibere, non apporto modifiche alcune nella presente porzione spazio-temporale. F.to tecnico specialista del vetro riflettente, intervenuto urgentemente dopo segnalazione anonima.”

Si rialzò sentendosi disconnesso dal tempo e dallo spazio, da tutto quanto. Era scivolato banalmente, ecco tutto. Ma come? Quella era una bella domanda. Un calo di pressione. Finì di radersi, decidendo che un caffè ben zuccherato avrebbe potuto risolvere la situazione. Dall’altra parte del vetro, la sua immagine riflessa rimase ferma e perplessa, il rasoio in mano sporco ancora di schiuma da barba, che osservò incredulo l’altra metà (metà?) allontanarsi dal bagno per dirigersi altrove. «Ma dove cazzo vai!» gli urlò duramente, come se potesse sentirlo, quando è noto che:

*Secondo la Quarta regola dello specchio, non si può intervenire nel doppio spazio quando la barriera è alzata. La barriera è permanente, e può essere varcata solo se si è avuta la deroga alla terza legge, ma in tal caso si è sotto attenta supervisione del tecnico di distretto, per un tempo non superiore ad un giorno di tempo universale, che corrisponde a 16 ore terrestri di luce piena.

Cominciò a bussare nello specchio manco fosse una vetrina. In compenso, nell’altra stanza e realtà, il suo doppelganger si beveva un buon caffè di macchinetta. Un regalo della sua ragazza, tanti mesi prima. Tornó in bagno per riporre l’asciugamano. L’altro ospite era ancora lì, dall’altra parte del vetro trasparente. Si guardarono con sospetto, ripetendosi l’un l’altro: «Ora è tutto a posto.» «Ots o paott u teora.» Con un sorriso, entrambi uscirono dal bagno. Dovevano preparasi per uscire, vedere la loro ragazza.

*Secondo la Quinta regola dello specchio, una discrepanza di immagine può portare alla frammentazione della realtà in sottotracce veritiere, le quali collimeranno se e solo se interviene un’altra discrepanza di immagine di segno opposto rispetto alla precedente. Ad esempio: se A ritarda rispetto A’ nel compiere un’azione, allora B’ dovrà anticipare B nel compierla. In questo caso A e B devono condividere la stessa porzione di spazio tempo, e l’annullamento deve intervenire nel più breve intervallo possibile, per non rischiare di rendere molteplici le sottotracce da chiudere fino al superamento di un valore limite che impone l’intervento di un supervisore specializzato.

Elvira lo aspettava in centro, era un sereno pomeriggio di metà aprile, e non c’era migliore occasione per uscire, fare quattro passi, commentare i prezzi assurdi di vestiti di alta moda ed infima foggia che mai avrebbe indossato, nemmeno al suo matrimonio. Elvira lavorava in una ditta di pulizie, occupazione momentanea ma inevitabile visti i tempi grami che un po’ tutti stavano attraversando; ad ogni modo, erano innamorati, e questo era abbastanza. Erano due persone affiatate, complici, incontratesi per caso e che adesso non volevano più separarsi. Per certi aspetti, li si poteva definire l’uno il riflesso dell’altro, due persone complementari che riuscivano a compensare i loro desideri e le loro mancanze, in un perfetto gioco di scambi ed incastri.

*La Sesta regola dello Specchio afferma che solo in specifiche situazioni di luce piena si può avere momentanea sostituzione dei due doppi, purché essa non contrasti con il principio di ignoranza, per cui uno non deve sapere di essere anche l’altro, e viceversa. Il processo ha durata breve, e si annulla automaticamente entro un ciclo di rifrazione (in questo caso rifrazione sta per azione riflessa).

«Ciao, amore.» gli disse salutandolo. «Ciao Elvira.» rispose lui allungandogli un bacetto sulle labbra. «Facciamo due passi e poi ci prendiamo un caffé da qualche parte, eh? Cosa ne dici?» le chiese. «Va bene, oggi è stata una giornataccia…» rispose Elvira. «Poi mi racconterai tutto.» Camminavano mano nella mano, due dolci metà. I piccioncini guardavano le vetrine dei negozi di lusso, leggevano i cartellini dei prezzi e sorridevano d’intesa, dandosi di gomito. In un caso volevano anche entrare per fingere di essere una facoltosa coppia svizzera, ma poi rinunciarono, era entrata altra gente, nel negozio, non volevano farsi riconoscere troppo nei loro comportamenti sopra le righe. «Credo bisogni chiamare l’idraulico.» le disse tutt’un tratto. «Perché?» «Stamattina, in bagno, sono scivolato per terra. Il fatto è che da qualche parte quel bagnato su cui sono incappato deve pur provenire. Almeno, credo si tratti di una piccola perdita. Un bravo idraulico sa il fatto suo.» «Stasera ci dò un’occhiata, mi hai incuriosito. Ora fammi raggiungere un attimo quella vetrina, c’è un abitino che è un vero amore…» e corse via, come una bambina felice. La vetrina l’aveva chiamata. In fondo, era pur anch’essa una superficie riflettente, un simulacro di specchio. I doppi si muovevano anche lì, alle volte. Elvira si specchiò nel vetro cercando di far sovrapporre la sua figura con quella del vestito in fantasia floreale. «Cosa ne dici…?» gli cinguettò da lontano. «Vieni qui, a vedere.» lo richiamò. Lui si avvicinò titubante, aveva voglia di sedersi, di riposare le gambe, di bersi qualcosa, di smetterla con quelle fantasie a basso costo su vite ideali che mai avrebbero abbracciato. Sognare non costa nulla, è vero, ma anche la fantasia ha un prezzo: l’amaro prezzo della realtà. Le si avvicinò, cincendole le spalle.

Fu allora che notò con sconcerto che nella vetrina, dall’altra parte di quell’altrove che chissà dove si trovava veramente, la sua immagine riflessa non aveva cinto la sua compagna Elvira nello stesso momento. Non solo: era rimasto con le braccia incrociate e lo sguardo imbronciato, a fissarlo. (Fissarlo? Questo almeno pensò Giorgio. Chi guardava chi? L’originale o il riflesso?). Sta di fatto che notò per davvero la cosa – Elvira no, era troppo occupata a fingere di indossare quel vestito dai colori cangianti, e comunque la sua figura era rimasta nella stessa identica speculare posizione in cui lei stessa si trovava (ovviamente). In un primo momento si disse che era una trovata pubblicitaria e tecnologica, in fondo adesso i vari marchi si inventavano di tutto pur di attirare clienti, e soldi, e tutto il resto che ne consegue. Tutto, purché se ne parli. Ebbene, no, non avrebbe dato la soddisfazione a quel marchio di lusso che si parlasse dello strano effetto della vetrina del loro negozio in centro, che rendeva difformi le immagini delle persone che gli si presentavano dinnanzi. Ad ogni modo, ne rimase scosso. Infine, dopo un tempo infinito ed indefinito, ambo le parti e le coppie si ritrovarono unite ed abbracciate, a fissare un abito dal prezzo assurdo che mai avrebbe acquistato lei e che difficilmente avrebbe potuto regalarle lui. Insomma, tutto parve tornare allo stato di equilibrio pregresso. Forse…

Si sedettero ad un bar. Giorgio aveva ancora negli occhi quello sguardo arcigno che il suo doppio o chi per lui gli aveva rivolto poco prima. Si sentì in colpa, e tremendamente trasparente. Come non esserlo, dinnanzi ad egli stesso? A se medesimo cosa avrebbe potuto nascondere? Guardava Elvira con un groppo in gola. Iniziò a torcersi le mani, in una spasmodica attesa di qualcosa che pareva non giungere mai: un cameriere, delle buone notizie, una pioggerellina rada di caffè alla giusta temperatura ambiente…Sbuffò leggero cercando di non farsi notare dalla sua fidanzata. Perché turbarla? Non aveva avuto una giornata impossibile? Ecco, che gliene parlasse, così lui si sarebbe dimenticato delle stramberie che gli stavano capitando da qualche ora a quella parte.

Come sperato, Elvira gli sciorinò tutta la lista di imprevisti e contumelie della prima parte della giornata. Era un fiume in piena, nel raccontare le vicissitudini di donna in carriera che si districava tra gelosie tra colleghe, lotte intestine per prendere il potere, e confidenze da pausa caffè dette sottovoce. La ascoltò tutto il tempo con un orecchio, con l’altro ascoltava quella parte della sua mente che rivangava le vicende della mattina appena passata e di poco fa, con la sua ragazza. Che ci fosse un qualche filo conduttore tra le due cose? E se sì, quale? Perché, soprattutto, quella sua immagine riflessa gli aveva rivolto uno sguardo così tanto duro, nei suoi confronti, prima di abbracciare Elvira con il sincero trasporto che lui stesso vi aveva messo? Che conoscesse qualcosa che lui non sapeva? E se sì, come? Era forse il suo inconscio sotto mentite spoglie? Tornarono a casa sul fare della sera, lei rincuorata per lo sfogo e per il piacevole pomeriggio trascorso a fare shopping immaginari in negozi in cui mai avrebbe messo piede, lui pieno di dubbi. «Fammi vedere il problema del bagno.» disse Elvira con sicumera, quando varcarono la soglia.

*Settima regola dello Specchio: qualora una delle due o entrambe le immagini si rendano conto della realtà in cui si muovono, il procedimento viene resettato e riprende dall’ultimo punto di salvataggio, secondo discrezione del supervisore di settore o del tecnico specializzato.

Chinata sotto al lavabo, la ragazza riemerse con la faccia tranquilla. «Mi sembra tutto a posto. Anche se non sono un idraulico, ovviamente.» «Chiaro. Ascolta…» si bloccò a metà frase. Erano entrambi in piedi, davanti allo specchio, e stavolta non era possibile sbagliarsi. Lui…lui non si era presentato subito. Era rimasto accovacciato, al di là del…del vetro? Cos’era, uno scherzo di cattivo gusto? Ordito da chi? Si trovò a fianco di Elvira, entrambi a guardare nello specchio. Era titubante a chiederglielo: «Hai…hai visto anche te?» «…Cosa?» Giorgio indicò verso lo specchio. «Lì, guarda…» ed entrambi videro. L’altro Giorgio aveva un notevole scarto rispetto al Giorgio al di qua dello specchio. La membrana era semipermeabile, il vetro fluttuava e si increspava come la superficie di un lago. Elvira era sempre Elvira, da ogni parte la si guardasse, ma a questo punto non poteva non rendersi conto di quello che stava accadendo. E ne ebbe paura. Entrambe le facce si portarono le mani alla bocca, trattenendo un rauco sussulto. «Cosa diamine…?» chiedevano Giorgio, e Giorgio, ed Elvira, ed Elvira. La discrepanza stava diventando ingestibile.

Ad un tratto, ogni cosa si dissolse in una nebbia di irrealtà poco distinta. Il rapporto era abbastanza netto nella sua prosecuzione. ”Come procedura di emergenza, ho riavviato il contesto alla data odierna, 8,56 ore prima, stesso riferimento spaziale asse x=2,98 parsec, asse y=1928,87 parsec, asse z=1731248,12 parsec. Il problema si ritiene in via di risoluzione. Qualora dovesse persistere, si proporrà di approntare un altro punto di reset a 16 ore terrestri antecedenti, stesse cordinate spaziali su asse xyz.”

«Ora basta.» disse guardandosi allo specchio mentre si faceva la barba. Giorgio aveva un certo malessere in corpo, quel giorno, per un’infinità di motivi che era meglio non rievocare. Stava per cadere a terra, ma si trattenne con forza al bordo del lavello. Gettò uno sguardo obliquo allo specchio, che gli ripropose la sua stessa immagine in una smorfia scocciata. Ne aveva abbastanza, di quella roba immonda. Doveva mangiare più sano, bere di meno, insomma, decidere un drastico cambiamento del suo stile di vita, altrimenti…ragionò guardandosi la pancetta in crescita. A trent’anni compiuti da poco, non era una bella medaglia, guadagnare centimetri sul giro vita. L’unica persona che poteva permettersi di guadagnare centimetri era la sua fidanzata, meglio ancora se fosse stata incinta, come provavano e riprovavano a fare da parecchio tempo, oramai. «Libero!» urlò Giorgio uscendo dal bagno, dopo essersi versato una quantità industriale di dopobarba, per uscire con la sua ragazza. Il tempo era poco per entrambi, quando riuscivano a vedersi cercavano di spendere al meglio il poco tempo loro concesso. Elvira entrò affettata nella toilette, puntanto subito al cassetto dei trucchi per darsi una veloce sistemata finale. In fondo, ci teneva alla sua immagine: era una ragazza giovane, dal bell’incarnato, che poteva ben permettersi praticamente ogni look…ma senza esagerare con il tralasciato. Anche l’occhio voleva la sua parte. «Dammi un attimo, arrivo…!» urlò al suo fidanzato che era già pronto per uscire e faceva tintinnare il suo nervosismo con lo sbatacchiare delle chiavi da una mano all’altra.

Un attimo prima di uscire, Elvira gettò un’occhiata allo specchio. La sua immagine riflessa si prese la libertà di fargli un siginificativo occhiolino d’intesa. Poteva uscire più tranquilla, pensò. Tutto come doveva essere. Finalmente.

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Pubblicato da Lucio Campiani

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