Effetti postumi in cinque atti – Primum

I. Con beneficio d’inventario

Uscendo dalla Basilica, l’Avvocato Giancarlo Piepoli lascia cadere una manciata di monete nella cesta per offerte, aspettando che il live tinnito metallico risuoni tra le colonne dell’edificio semi-vuoto. Alcuni fedeli paiono rianimarsi dal loro sacro torpore, alzando distrattamente la testa; infine, tornano tutti alle loro inutili preghiere.

“In fondo, ho una coscienza da lavare, io” – e difatti aveva l’abitudine di entrare, con cadenza regolare, nella stessa Chiesa, se possibile alla stessa ora, indossare la propria, solita, faccia compita, sostare qualche istante dinnanzi ad un’immagine sacra tra le tante – d’altronde erano sempre le medesime, avrebbe gradito magari le cambiassero, talvolta, come si fa con i quadri delle mostre non permanente o le opinioni fintamente granitiche delle persone, ma tant’è…doveva adeguarsi a quelle cose stantie e sempre uguali a loro stessi con una pacifica rassegnazione ed infine, mantenendo l’aplomb che lo contaddistingueva in certe situazioni uscire, una manciata di monetine arraffate in tasca per fare la sua carità, e sentirsi rincuorato nel suo disilluso animo ipocrita. “Mon hypocrite lecteur”, scriveva Baudelauire in anni non sospetti. L’ipocrisia era il sale della vita, fingere sentimenti che non si provano verso persone che non si stimano, andare a messa una volta ogni tanto ed una volta pentiti e costernati ritenere accantonata la questione. Fino al prossimo peccat(ucci)o, e quello dopo, e quello dopo ancora. Era così, la sua vita e quella di tanti altri, che conosceva superficialmente o di facciata: un alternarsi tra perbenismo e maldicenza, in un pendolare lieve e continuo, un moto perpetuo tra finta bontà e cruda antipatia, finché non si aveva quel minimo scarto nel moto del pendolo che, anche se provvisoriamente, comportava un cambiamento di stato nel sistema, e di animo nelle persone.

Non è disilluso, l’uomo. Vorrebbe esserlo, ma non ne ha bisogno. La sua vita gli ha elargito, con le stesse proporzioni, dosi di schiaffi e di sorrisi. Perché preoccuparsi oltre? Fare l’obolo giornaliero, questo è l’importante. Un qualche dio – un qualunque dio – ben si accorgerà di te, e loderà agli angeli del cielo le virtù del buonuomo sulla terra. Deliri di onnipotenza prima di prendersi il caffè della mattina, al solito bar, per fare due chiacchiere con la giovane cameriera dalla faccia carina, ed attendere con pazienza l’arrivo del commendatore. Costui aveva un grosso debito, nei confronti di Giancarlo, ed era il momento giusto per ripagarlo; un debito morale, diciamo così. “Rimetti a noi i nostri debiti, buon dio…”, mormora a mezza voce l’avvocato. “…che a tutto il resto ci penso io.” conclude sardonico, ridacchiando da solo.

Arriva puntuale, il commendatore. Emigrato in Italia molti anni prima, si è costruito una famiglia lì. Sua moglie è mezza italiana, mezza finlandese. Lui è finnico al 100%. Riveste un ruolo particolarmente importante, nell’azienda dove lavora. Sua moglie si diletta in traduzioni letterarie, con una casa editrice ben avviata e che gode di buona fama, nel Belpaese. Insomma, non si può lamentare. Tuttavia, nulla succede per caso e nulla accade senza un qualche intervento dall’alto. E questo lo sanno entrambi. Si stringono la mano cordialmente come due uomini d’affari. L’aria settembrina è mite, fa ancora abbastanza caldo per poter star fuori e girare vestiti con abiti leggeri. Oltretutto, nel patio del bar non si trovano orecchie indiscrete, e le paia di occhi scrutatori possono al più essere quelle dei servili camerieri, che comunque dimenticano in fretta i volti che han visto, perché meglio la discrezione, in certi posti, per non perdere il lavoro o clientela.

«Allora, come stai Henrik? Grazie per esser venuto. È da tanto che non ci vediamo.» esordisce affabile l’avvocato. Il tale Henrik annuisce restando silenzioso. Arriva un cameriere, chiede cosa vogliono prendere, Giancarlo ordina un caffè per entrambi per tagliar corto. «Sai bene perché ti ho chiesto di vederci. Arrivo subito al dunque, quindi. Lejiona come sta?» Lejiona è il nome di sua figlia, di orgini finlandesi come il padre. Una famiglia benestante, rispettata, che arrivata da qualche lustro in Italia, vi ha messo radice in fretta e si è ambientata altrettanto bene. Poi Henrik è riuscito a giungere ai vertici di una società prestigiosa, grazie ad un cospicuo aiuto dell’avvocato Piepoli, ora di fronte a lui, probabilmente nello stesso bar dove si erano incrociati la prima volta parecchi anni prima, non ricorda bene ed in fondo non ha importanza. Tuttavia, i favori ricevuti devono esser ripagati. È una legge non scritta, ovviamente, e nessuno lo obbliga, ma scontentare l’avvocato, beh, in quel momento ed in quei frangenti rischia di essere poco sensato. Soprattutto in tempi come questi, dove il lavoro non si trova facilmente, e quello che si ha meglio tenerselo stretto, specie se si hanno importanti spese da sostenere, per il futuro, ed una figlia ancora giovane che potrà trovare la sua strada nella società solo dopo un’onerosa gavetta spesa in giro per il mondo e in facoltose università…Insomma, non si può tirare indietro.

Arrivano i due caffè, un costo esoso che ripagherebbe la location blasonata. Heinrik pare ritrovare la parola. «Stiamo tutti bene, grazie. Anche io sono uno che arriva subito al sodo, Giancarlo. So che ti sono in debito, dimmi cosa posso fare per ripagarti della…gentilezza.» Anche se il termine gentilezza non era proprio la parola più adatta da usarsi. L’avvocato si umetta le labbra, come un vecchio animale predatore. «Bene, diciamo che…tua figlia è giovane. E credo anche bella.» al sentir nominare sua figlia, l’altro uomo ha un sussulto. Si poteva aspettare tutto, finanche sua moglie, tranne che si andasse a parare sulla sua unica figlia. «Diciamo che se è molto bella, può essere adatta per posare. Una cosa innocente. Sono un bravo fotografo, sai. Amatoriale, ma ho vinto negli anni qualche premio, mi son tolto qualche piccola soddisfazione.» già, qualche piccola soddisfazione, medita l’avvocato con lo sguardo rivolto a ben altro, ed altrove «…però le voglie si fanno sempre più esigenti, e le soddisfazioni devono di converso diventare più…grandi.» e dicendo ciò, sgorga in una risata soffocata. «Insomma, parlagliene. Niente di volgare, sia chiaro: un semplice modo per ripagare i propri debiti. Non occorre tu gli spieghi tutto quanto, basta che gli accenni di un tuo amico, che è un poco artista, un poco fotografo, un poco sopra le righe…ma non è un vecchio sporcaccione, assolutamente…» e dicendo questo si porta scimmiottescamente le mani al petto «…però comunque sarà lei a decidere che cosa fare. Certo, il talento meglio non sprecarlo, certe occasioni – e possibilità – capitano una volta nella vita…» butta giù in un sorso tutto il caffè. Amaro, come il suo animo più recondito. «…dille che può mettersi in contatto con me, in qualunque momento le faccia più comodo. Anche tardi, la notte, insomma, quando crede.»

Allunga una grossa somma sotto il biglietto del conto. «Il resto è mancia.» Si alza, deve andare, ha altri appuntamenti, con altra gente, al lavoro, con altri avvocati o clienti, non ha importanza, ed in fondo ad Henrik non importa. Non ha toccato il suo caffè, non vuole toccare niente che possa avvicinarlo a quell’avvocato. Che comunque gli si avvicina raggiante, sorridente, gli tocca la spalla nel salutarlo. «Fammi sapere. E mi raccomando, non farmi stare in ansia. Aspetto novità, eh.»

Giancarlo Piepoli si allontana, se ne va. All’angolo della piazza sta un mendicante, uno dei tanti che affollano le grandi città. Con noncuranza gli getta una manciata di monete. Un modo come un altro per cercare di lavarsi la coscienza sporca, in fondo.

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Pubblicato da Lucio Campiani

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