Dis-simulazioni in 16 bit (11)

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Il male che ci portiamo dentro.

“Se incontri il Buddha per la strada uccidilo.” (Sheldon B. Kopp)

Giocavo a carte truccate, ma l’oracolo era stato favorevole. La risposta alla mia domanda mentale era stata “Sì” (o era stata la mia risposta mentale alla domanda del vecchio?). Proprio così, la sintesi era positiva, affermativa, incoraggiante. Il volto del santone aveva giusto modificato leggermente il taglio delle rughe intorno agli occhi, nella sua espressione indecifrabile, quando aveva girato l’ultima carta. L’odore d’incenso era nauseabondo, ma non mi sarei dovuto fermare troppo a lungo in quell’anfratto dimenticato da tutti, divinità comprese. Un po’ mi stupivo del fatto che una persona che leggeva le altrui fortune non godesse egli stesso di una dose di culo maggiore, ma questo era un dettaglio. Non prometteva alcunchè, leggeva solo il momento presente, scrutando l’infinito intrico di possibilità che animavamo il mondo come le linee dei palmi delle sue vecchie mani, macchiate dal maneggiare continuo delle carte e del tabacco, tra le altre cose. 

Vaneggiava, nei suoi deliri di anni malspesi. Ogni tanto gli avevo allungato una moneta, perché potesse racimolare una giornata, un pasto, una manciata di sogni. Le droghe gli avevano intorpidito le braccia, ed infiacchiato la mente. Malgrado tutto, era estremamente lucido nei suoi vaticini: riusciva a spingere la sua mente avanti nel tempo, almeno fino ad un mese. In momenti migliori, era stato in grado anche di giungere a carpire quasi un semestre più avanti, dicevano i vecchi del villaggio. Però questo non accadeva sempre, doveva essere nelle condizioni migliori, ben rifocillato e immune dai vapori delle droghe a basso prezzo. Adesso era quasi spento, esaurito, arranca come un vecchio trattore su per la collina, o una capra incinta lungo il crinale della montagna, lo scimmiottavano i più giovani. Io mi guardavo bene dal fare l’una cosa o l’altra, non lo commiseravo né disprezzavo. Mi era utile, al momento, e lo usavo al meglio; sì, il tornaconto personale era evidente, ma alla fine facevo un favore anche a lui. Era importante, per me, perché aveva visto oltre, ed era stato capace di farmi vedere la luce, ovvero il dipanarsi della miriade di possibilità di scelte nella mia vita disconnessa e disastrata, rendendola meritevole e migliore. Non è mica roba da poco, eh.

La prima volta che l’avevo incontrato, su consiglio di un caro amico benestante e milionario come me, ero rimasto interdetto. Uno straccione poteva forse avere dei poteri così soprannaturali? Le sue abilità espresse da una bocca cui mancavano più denti che pasti, le mani sfregiate dal lavoro vile della terra, e dei campi di sterco? Come minimo, mi immaginavo di incontrare uno della mia risma, anzi migliore di me, cui tributare degno onore e tributo. Le apparenze, evidentemente, ingannano, ça va sans dire, e quella ne era stata una conferma. “Non ti fermare al primo sguardo, che è un semplice vedere la superficie del mare. Se aspetti che le onde si plachino, e l’occhio si abitui, potrai distinguere la ricchezza del fondale, anche nell’acquitrino più insignificante.” mi aveva detto con quell’aplomb da maestro zen, quando in realtà puzzava anche da lontano, e la sua calma zen probabilmente la trovava ogni sera nel goccio di vino a stomaco vuoto. Un barbone caduto in disgrazia un tempo, mi dissi. “Non fermarti neppure alla seconda parola udita, per conoscere una persona, perché non ti basteranno mille discorsi per apprendere tutto dell’altro che hai di fronte, ed anche all’ultima sillaba dell’ultimo dialogo sentito, non avrai comunque appreso che un decimo, di costei.” Alè, la seconda perla di saggezza. E poi? “Infine, non convincerti nemmeno alla tua terza opinione su ciò che ti circonda, perché se le prime due erano sicuramente errate, quest’ultima potrà essere solo parzialmente veritiera. Ed il tuo capirlo ti aprirà alla verità, che è pura finzione manifesta, ed alla finzione, che è semplice verità malcelata.”

“Ho bisogno di un consiglio, vecchio.” gli avevo detto con lieve stizza, sventolandogli sotto agli occhi un mazzo di banconote di grossa taglia. Tutte assieme, rappresentavano una somma che forse aveva visto in tre o quattro delle sue vite precedenti, forse. “Ed anche in fretta. I tuoi aforismi da biscotti della fortuna puoi risparmiarteli per altri che verranno dopo di me.” “Sentiamo la tua questua, giovane uomo.” aveva replicato apparentemente indenne dalle mie punzecchiature. Forse era sordo, e pronunciava delle semplici formule di rito. D’altronde, le preghiere erano una cantilena abbastanza ripetitiva, lo stesso poteva dirsi per le pratiche di questo strambo uomo. Anche se…beh, il consiglio mi era giunto da una persona di cui mi potevo fidare ciecamente. Solo, era un po’ troppo, per me e le mie abitudini, assistere a questo spettacolo di bassa lega. Per questo, e non solo, il mio nervosismo malcelato che si infrangeva su quell’uomo come le onde del mare possono schiaffeggiare uno scoglio, lasciandolo irremovibile nella sua quiete. Riprovai, con maggior tatto: “Venerabile maestro…” (era un maestro? Un sacerdote? Chi poteva dirlo?) “…domani ci sarà un’importante riunione di mercato per decidere la fusione con una società dalle sorti non chiare. Ho bisogno di sapere se questa mossa può esserci favorevole, oppure danneggiarci.” Sì o no. Bianco o nero. Dentro o fuori. Insomma, avrei potuto lanciare io una monetina per avere una risposta con un rischio del 50%, ma volevo minimizzare il più possibile tale rischio. Avevo bisogno di certezze, e risposte. Non potevo certo guardare nel futuro, ma quell’uomo, mi avevano detto, riusciva a far cose che praticamente nessuno era in grado di eguagliare. I suoi oracoli, mi avevano detto, non sbagliavano mai. Stava poi al richiedente decidere il da farsi, perché alla fine la scelta ricadeva sempre su chi doveva agire, ma il facilitatore – se così si poteva definire – aveva comunque un ruolo non indifferente.

Ebbene, grazie alle sue capacità, era stato in grado di darmi una risposta articolata, leggermente fumosa ma comunque pertinente. Conscio del rischio che avrei potuto correre, avevo optato per ascoltare i suoi consigli, ed infine per la nostra società le cose erano andate a gonfie vele. Merito del caso, avrei potuto dire. Dovevo verificarlo: così, a distanza di tempo, si era presentata un’altra occasione. Stavolta la questione era più personale, ed il rischio inferiore; tuttavia, la posta in gioco era comunque alta. Con la mia ragazza, ricca ereditiera di un impero immobiliare, si doveva decidere se convolare a nozze oppure fosse opportuno attendere. Una questione banale, che neppure una monetina sarebbe stata necessaria. Eppure…eppure la risposta che mi diede, e le conseguenze che attuai, portarono ad un’inanellarsi progressivo di eventi che mi spinsero a consultare più e più volte l’uomo dalle mille risposte. Aveva smesso di voler soldi, da me, mi trattava come amico, come familiare, come il ricco zio d’america, chissà.

Arriviamo al dunque, le ultime domande che avevo da porgli. Oramai, ero un uomo veramente ricco, ogni mossa che facevo era giusta, avrei vinto qualunque torneo di scacchi fossi stato un aficionados di quel gioco. La fortuna aiuta gli audaci, questo l’adagio popolare, ma i vecchi oracoli aiutano ancora di più, chiosavo io ridacchiando tra me e me. Avevo trovato la gallina dalle uova d’oro, perché rinunciarvi? Capitò tuttavia che, un giorno, il vecchio non volle ricevermi. Disse che era malato, indisposto. Aveva mangiato pesante, la sera prima, e la sua mente era offuscata dal dolore per poter dare un responso calmo e corrispondente al vero. Poco male, mi dissi, la questione la potevo anche gestire da solo. Andai un’altra volta, ma venni messo alla porta dicendomi che si stava preparando per un lungo viaggio da una cara persona malata, non poteva perder tempo, era più importante una vita che i miei soldi, eccetera eccetera. Pazienza, mi ero ripetuto. Mi ha aiutato tante volte, non sarà una piccola perdita a non permettermi di camminare con le mie gambe. Fatto sta che i rifiuti, sempre cortesi ma fermi, iniziarono a ripetersi sempre più spesso, divenendo una costante. Il nervosismo era iniziato a crescere in me, e così l’impazienza.

Lo presi a muso duro, all’improvviso, un giorno d’estate. Gli dissi che grazie a me si era risollevato dalla polvere, poteva bere e mangiare, dormire e fare l’amore con una donna diversa tutte le sere, insomma…lo avevo reso felice. E, quantomeno, poteva essermi riconoscente. Ascoltare le mie domande, darmi delle buone risposte. Controvoglia, annuì. Si scusò, disse che aveva avuto dei problemi, li stava risolvendo, avrebbe trovato del tempo anche per me. Mi disse di rivederci a fine anno. Ci sarebbe stata la possibilità di fargli un’ultima, fondamentale, domanda. E poi, dopo, da quello ne sarebbe derivato il suo – e nostro – futuro.

Mi domandò di venire solo, poco prima di mezzanotte, l’ultimo dell’anno. Non un minuto prima, non un minuto dopo. E di portare con me un accendino: “Per fare luce, di notte tutto è buio e spaventoso.”, aveva detto. Così feci, mi presentai puntuale, emozionato come un adolescente al suo primo appuntamento, raggiante per la rinnovata possibilità di incontri, di domande e risposte, di oracoli fortunati ed oroscopi personalizzati. Ricordo che l’odore di incenso era nauseabondo, ma non vi avevo fatto troppo caso. “Hai tutto?” mi aveva chiesto. “Tutto. Soldi, droga, qualunque cosa.” gli avevo risposto. “E del fuoco…?” “…Certo, ho anche del fuoco. Un accendino, può andar bene?” Non aveva risposto niente, rientrando nel suo anfratto. L’avevo seguito docile. Il resto è storia già scritta: la domanda, l’assenso. Non dimenticherò quel suo sguardo, profondo, inquisitore, che mi fece sentire piccolo, povero, inutile, dinnanzi a chi era parso essere ultimo, infimo, disprezzevole. Il tavolo si era ribaltato, in un certo senso. Con un solo gesto, mi aveva chiesto l’accendino. Glielo avevo allungato, e poi gentilmente, ma fermamente, mi aveva chiesto di andarmene.

Ora sono qui, fuori, che aspetto avvenga l’indicibile. Chi ha tirato le fila? Chi ha permesso le cose prendessero una siffatta piega? Chi ha trovato veramente le sue risposte più intime?

Alla fine, il fuoco che covava rimidamente sotto la cenere è diventato un incendio non facile da domare. Ho visto l’oracolo bruciare come una torcia nella notte. Il paradosso era che egli stesso non era stato capace di predire la sua fine. A meno ché non sapesse già tutto ed ha scelto, sull’orlo di una vecchiaia stantia ed ammuffita, di compiere il proprio destino. E cambiare, per sempre, il mio. Come se anziché essere lui l’oracolo, ero stato io a rispondere a ciascuna delle sue domande, richieste, pretese. Voleva diventare più ricco, gli avevo garantito ricchezza; voleva divenire più intransigente, gli avevo permesso di esserlo, anche nei miei confronti. Voleva porre fine alla sua precedente esistenza? Gli avevo consentito permesso anche quello. Ero stato un semplice strumento nelle sue mani, e non viceversa.

Vago soprappensiero nell’afrore della notte. I rumori dei fuochi d’artificio si stanno facendo sempre più flebili e distanti. L’odore acre di carne bruciata mi ha lavato le narici e mi rimarrà qualche giorno in gola. Il vero marciume era quel male che mi portavo dentro, che aveva attecchito anni prima, e che qualunque rogo interiore non avrebbe debellato. Per questo tentavo di espellerlo, in un qualunque modo, con qualunque mezzo. Lui lo aveva capito, e compreso, ed aveva cercato di salvarmi. Chissà se c’era riuscito: questa era una domanda da porre ad un altro oracolo.

***

Pubblicato da Lucio Campiani

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