Sogni o bisogni, in tre parole – (Uno)

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“La natura delle cose ama celarsi.”

(Eraclito, ‘Frammenti’)

(Il coniglio nero)

Quando il coniglio nero mi aveva tagliato la strada in pineta, mentre andavo in bicicletta, mi ero ritenuto doppiamente fortunato: per non essere caduto, e perché non era un gatto. Sul momento avevo imprecato contro tutti quegli animali che hanno la cattiva abitudine di sbucarti all’improvviso da chissà dove e rischiare di mandarti all’ospedale, ciclisti compresi, quindi per riprendere fiato e bere dalla borraccia, mi ero fermato un istante; senza scendere dalla sella, mi ero guardato alle spalle, notando che quella palla di pelo sporco non si era spostata dal ciglio del sentiero, anzi: pareva fissarmi, con uno sguardo pungente quasi quanto gli aghi dei pini che aveva tutt’intorno. Mi scrutava con attenzione, volendo forse invitarmi ad andarmene, o seguirlo. Non so perché pensai a questa seconda possibilità, di fatto coniglietti color pece non erano comuni in pineta, forse era scappato da qualcuno o qualcosa, probabilmente voleva invitarmi a ricondurlo a casa. Ci guardammo per un po’, entrambi incerti sul da farsi. Ogni tanto muoveva le orecchie e ogni tanto io gettavo occhiate in giro, ma la giornata era condita da silenzio ed assenza di persone. Tutti sembravano nascosti altrove, intenti a pensare ai loro affari o fissare i propri conigli neri, sta di fatto che appoggiai la bici ad un albero e mi scrollai di dosso la polvere e quei due o tre aghi di pino, decidendo di approcciarmi all’animale. 

Se ci ripenso oggi, non so quanto fu giusta la mia scelta, o se dettata dall’ingenuità del momento, fatto sta che quel coniglio nero ebbe forse l’effetto opposto del Bianconiglio su Alice: nessun paese delle meraviglie, bensì un’angosciante discesa nel mio torbido inferno.

Il Coniglio Nero (le maiuscole sono volute, perché tutte le entità sacre necessitano di lettere capitali) mi guardava con i suoi occhi profondi che sembravano di vetro; le orecchie vibravano come foglie d’acero al vento, il musetto si arricciava in una smorfia che pareva di scherno o disgusto, oppure era tutto frutto della mia fantasia. Di certo, il Coniglio non fuggì subito via, ma continuò a guardarmi per lunghi secondi che parvero trasformarsi in minuti, ed i minuti in ore. Restavo fermo, quasi ipnotizzato, e forse lo fece, e forse fu così.

Quando mi riebbi, notati che se n’era andato. La pineta tutt’attorno a me era desolatamente vuota, un tappeto di aghi di pino e ciuffetti di asparagi selvatici, una cacofonia di schiocchi d’uccello e versi lontani ed ovattati di esseri umani. Ebbi modo di raccattare le mie poche cose, inforcare la mia bicicletta e tornare ad una qualche realtà umana, i miei parenti mi accolsero con un entusiamo che reputai eccessivo: mi chiesero più e più volte che fine avessi fatto, perché era trascorsa una settimana dopo che io ero partito, e si erano allarmati moltissimo nel non vedermi più rientrare, ed avevano chiamato la polizia, la trasmissione della Sciarelli, gli amici lontani, disperando in un mio gesto assurdo, inconsulto, o un rapimento a scopo di estorsione, ricatto, quando in realtà io non ero né depresso né, tanto meno, ricco. Eppure fu così, non era uno scherzo. Li allontanai con noia, ero stanco, affamato, sudato. E loro mi confermarono che era vero, mi fecero vedere il calendario, accesero la televisione, la radio, il computer, mi fecero parlare con amici, parenti lontani, conoscenti del circondario. Dovetti recarmi in commissariato per dare piena conferma del mio esser ritornato sano e salvo, perfettamente in grado di intendere e volere, ed in pieno possesso di tutte le mie facoltà mentali. Una rogna aggiuntiva, ma è necessario. Trovai conferma che era passata una settimana dal momento in cui avevo incrociato quel Coniglio Nero (sempre, a questo punto, fosse davvero un Coniglio Nero) e il giorno in cui rimisi piede alla mia casa. Lentamente, come una farfalla che cresce nella sua crisalide, si mossero i primi sospetti, nella mia testa, i primi argomenti a favore e quelli contro. Infine, la verità venne a galla come lo scoppio improvviso della bottiglia di spumante una volta che salta il tappo.

Adesso sono in grado di ricordare quello che accadde, e lo riporterò, per filo e per segno, qui.

(1/6)

Pubblicato da Lucio Campiani

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