Dis-simulazioni in 16 bit (10)

Photo credit: freepexels

Lo sconfitto.


Sto vagando senza meta nel cuore della notte, in una città che conosco appena, pur vivendoci da parecchi anni.
Sono da solo, ovviamente. O meglio: sono per conto mio, ed a farmi compagnia vi sono i miei feticci, trattenuti in tasche sbrindellate dei jeans: un pacchetto di sigarette Camel Blu, un portachiavi a forma di orsacchiotto di peluche che indossa una maglietta con la scritta “I Love London”. Chissà chi me l’aveva regalato, una vita fa se non più. Ma non ha importanza – non sono io a decidere tutto questo, alle volte o sempre, direi, le cose accadono, punto. Così come per questo portachiavi, giunto da chissà quale persona, così è per il mio incedere nell’ombra della sera e dei miei pensieri folli, che ronzano impazziti come falene ubriache alla luce delle torce elettriche, ed anch’io forse sono ubriaco, chissà, so solo che quella bevuta (era gin tonic? o coca e rhum?) mi ha fatto bene, sciacquato via pensieri assurdi e scalcinati, lasciatomi con la bocca pulita, disinfettata, l’ultimo ospite che aveva avuto era stata una sigaretta, o la lingua della ragazza dai capelli blu e dal nome straniero. O forse entrambe, chissiricorda.


Mi vien da vomitare, afferro con forza qualcosa che non c’è, che non posseggo e che non posso avere, farsi forza col nulla – ed il buio – che ti circonda non è facile, appare famelico con occhi rossastri di lupo, ma questi occhi si fanno sempre più larghi (più aperti?) e li vedo avvicinarsi in fretta – troppo in fretta – e si fanno occhi gialli, luci della notte, di una macchina che corre veloce, mi corre veloce addosso, la evito per un soffio, gli lancio contro una bestemmia, un ululato di lupo, ma dimentico che i lupi cacciano in branco, ed il secondo paio di occhi mi sorprende alle spalle, piombandomi addosso per davvero, e adesso sì che è solo buio, o la semplice voglia di dormire, anche se l’asfalto scabroso non è troppo comodo come giaciglio.

La lettiga di un’ambulanza dagli occhi spiritati ed aranciastri è più comoda, ma il sonno è la migliore medicina che sana tutti i mali, intercetta tutti i desideri, colma tutti i bisogni. 

Il risveglio all’ospedale non mi sorprende troppo. Poche escoriazioni e tanta paura, ero più ubriaco che disfatto, il lupo meccanico ha frenato in tempo le sue fauci metalliche, ero svenuto per il drink in più, per lo sguardo di troppo alla ragazza dal nome strano, straniante, straniero, per la voglia infinita di farla finita con le cattive abitudini e mettere finalmente giudizio nella mia vita, dedicarmi sul serio a ciò che conta di più (ma cosa? è questo il vero dubbio irrisolto, la domanda che non avrà mai risposta) e forse è meglio continuare a dormirci sopra, la notte porta sempre consiglio, anche se in questa stanza asettica e bianca d’ospedale la notte non giunge mai davvero, ed è appena mattina, ci sarà altro tempo e motivo perché si faccia notte e buio nella mia testa, ma non ora, non adesso, non vorrei sembrare sconvolto agli occhi dei bravi dottori che vegliano su di me con il loro muoversi asettico, meglio convincere tutti – me per primo – che occorre ben altro che farsi forza per uscire dal pantano: occorre l’aiuto degli altri. Un paio di mani che ti tirano fuori. Altrimenti sei fuori dai giochi.

***

Il perdente.

Annaspo nel buio di questa immensa cattedrale a cielo aperto, che taluni osano chiamare città, ma io preferisco definire disco inferno. Pur non essendo negli anni ‘70 del secolo scorso, ma agli albori di un nuovo millennio, un nuovo secolo ed una nuova decade (domani se non sbaglio è l’anniversario della Grande Rivincita, il 14 ottobre 2009), eppure sento intorno a me un’atmosfera pesante, stantia, di qualcosa di già visto, già vissuto, perennemente destinato a finire nel peggiore dei mondi. Incespico per le vie mal pulite di questa Città (e la maiuscola è pure troppo, per siffatto postribolo) con in tasca pochi spicci, qualche cartina di sigaretta non usate e manciate di tabacco umido che non fumerò mai né ho mai fumato. Sono un retaggio della ragazza incontrata all’angolo di una via sconosciuta poche ore fa. Non è stato difficile farmi infilare le mani nei pantaloni, o meglio: è stato abbastanza facile. Tutto è abbastanza facile, quando hai molti soldi ed una buona dose di coraggio o faccia tosta. Non ricordo più quale montagna di cazzate mi sussurrava nell’orecchio mentre con la sua mano si muoveva agitata, ed io, in fondo, avevo ben altri pensieri in testa in quel momento che stare ad ascoltare i suoi complimenti, o i suoi racconti da giovane donna che si vuole emancipare e che vorrebbe anche trovarsi un buon partito, chissà…non saprei nemmeno dire se parlavamo la stessa lingua. Forse ci siamo capiti a gesti, e soldi, e colpi di reni. A parte il fatto che una ragazza sola all’angolo di una via deserta nell’ora più buia della notte, è abbastanza eloquente come segnale, più visibile di una luce al neon che lampeggia per informarti c’è una farmacia nei paraggi.

In questo momento, forse, mi servirebbe proprio trovare una farmacia di turno, o un distributore automatico di analgesici. Chissà se esistono, in questo mondo, dei distributori automatici di aspirine, visto che ci sono quelli per le sigarette…La testa mi rimbomba dall’interno, sembra diventata un gigantesco cuore ed io potrei sembrare una di quelle mascotte sdolcinate che nemmeno a San Valentino si vedono girare per la città.

Sbando lieve come una macchina guidata da un ubriaco. Mi trovo in mezzo alla strada, nel mezzo del cammino di nostra vi(t)a, direbbe qualcun altro. Il buio pare inghiottirmi ancora, ed ancora. Non so se sia la stanchezza, l’assenza di lampioni, o l’incapacità di distinguere se ho gli occhi aperti o serrati. Probabilmente il terrore che alberga fuori di me è ancor più spaventoso di quello che mi grida dentro. Sembra un richiamo di uccello rapace. In questo caso, io sono la preda.

Quello che potrebbe sembrare un falco che si getta sul suo topolino, in realtà è un furgone che mi colpisce di sbieco, ma comunque con tanta potenza da farmi cadere rovinosamente a terra. Fatico a rialzarmi, ho escoriazioni sui palmi delle mani, stimmate moderne che mi ricordino che la realtà è sempre più dolorosa delle più torbide delle fantasie. Il conducente scende dal furgone. Non è per niente ubriaco, lui, ma incazzato nero. Mi urla qualcosa in quella sua lingua biascicata ed incomprensibile da camionista della notte, non so dire se capisco e non raccolgo o non comprendo niente e lo mando comunque a fanculo coi miei gesti che comunque si possono capire internazionalmente. Non pago di avermi deinito la feccia della società, decide di venire alle mani. Iniziamo a picchiarci come due pesi piuma. Casualmente, pochi istanti dopo, passa di lì una pattuglia della polizia locale, che la microcriminalità non dorme di notte e li costringono a turni estenuanti a ritmo di caffè bollenti e ciambelline dalla glassa appiccicosa. Se non altro, hanno un’occasione per sgranchirsi le gambe e dividerci senza troppi complimenti.

La nottata passata in caserma non è stata troppo malvagia, in fondo. Mi ha messo in contatto con gli ultimi, i paria, i reietti e, potrei dire, in contatto con Dio. Posso andarmene, mettere una firma sul foglio e riavere i miei pochi oggetti personali. Ubbidiente come un cagnolino, faccio quanto mi viene chiesto, giuro che non lo farò più – con le dita incrociate in tasca, avvertendo ancora la presenza di quel tabacco umido della ragazza di qualche ora prima – e posso uscirmene dal di lì, senza guardare in faccia il poliziotto al bancone, senza ricordami del volto del camionista con cui ho fatto a botte, ma nemmeno rammento più la faccia della ragazza con cui ho fatto delle cose porche e non ricordo nemmeno quali, esattamente.

In pratica, si potrebbe dire che non ricordare gli eventi significa quasi che nulla sia accaduto, ed è meglio così. Ora me ne posso andare avanti a testa alta. Il vero sconfitto è colui che rinuncia e si rassegna, di certo non io.

Questa notte mi ha portato un’ottima dose di consiglio.

***

Il disilluso.

Mi sento perso in questo reticolo di strade anonime, la maggior parte a senso unico e molte a fondo cieco, che cercano in ogni modo di irretirmi e di ingannarmi. Credevo di essere in ben altro posto, comprendo che le cose spesso non vanno come si era programmato all’inizio, e non conta nulla avere una mappa e delle indicazioni, perché qualunque mappa non corrisponderà mai al territorio che si avrà di fronte. Potrei dire di conoscere questa cittadina da parecchi anni, ma sembra sempre la prima volta che la incontro, ogni vollta che esco di casa e dal locale cui spesso mi reco per affogare i miei dispiaceri oppure affondare le mie fortune.

Anonimo in una folla vociante, mi lascio condurre dal flusso di corrente del gruppo, sperando di trovare il prima possibile un vicolo laterale dove rifugiarmi e nascondermi. In tasca ho della roba che scotta, se per caso mi fermasse la polizia per dei controlli, alla perquisizione sarebbero felici come dei vincitori di un fortunato biglietto della lotteria. Andiamo, è la società che ce lo chiede! protesteri io, affermando che con una mano ci droga perché con l’altra ci spreme. E per poterci sfruttare ci deve poter prima dopare, altrimenti ne verrebbe fuori ben poco succo. Se poi, per caso, ti fai beccare, sono cavoli tuoi, non è colpa mia – direbbe la società – che ti ho insegnato a fingere allegramente e stare accorto nel consumare certa roba, insomma, se fallisci nel tuo scopo la colpa è solo tua. Bene, evitiamoci tutto questo. Prima riesco a scappare prima avrò il premio, anche se di consolazione.

La mia consolazione me l’ha regalata una ragazza incrociata poco fa, in una strada semibuia di un quartiere semi-sconosciuto. La ragazza stessa sembrava straniera, straniante e straniata, ed io non di meno mi son fatto abbindolare dai suoi racconti strappalacrime, le sue lamentele stantie, i suoi favori scontati ovvero a buon prezzo. Perché no, mi son detto: si vive una volta sola, perché la seconda ricomincia tutto daccapo. Abbiam fatto le nostre cose, scambiatici i nostri numeri ed umori, infine lei mi ha messo qualcosa in tasca sussurrandomi: “…è roba buona, dopo ti servirà.” Dopodiché, è scomparsa dal mio campo visivo e, forse, anche dalla mia vita.

Al riparo da sguardi indiscreti, guardo meglio il contenuto della mia tasca. Sono delle pillole colorate, una gialla canarino l’altra rosa pallido. Non hanno scritte di riconoscimento, sembrano caramelle inoffensive. Ne lecco una per tentare di carpirne il carattere – come avevo fatto al collo della ragazza poco prima, in effetti – ma non mi lascia niente addosso – la ragazza, invece…beh, è tutt’un’altra storia. Scrollando la testa, la mando giù senz’acqua. Idem l’altra. Niente. Aspetto qualche secondo perché facciano un qualche effetto. Niente.

Torno disincantato sulla strada principale. La folla è diventata uno tsunami, vedo persone che sfrecciano all’impazzata come animali in fuga. Alcuni reggono delle torce, non capisco per quale motivo corrono impazziti senza alcuna apparente destinazione. Alcuni mi urtano, altri mi scansano, altri ancora mi spintonano via. Cerco di andare controcorrente per vedere le loro facce, ma sono tutte coperte da cappelli, o maschere, o dal buio che sgorga dai loro occhi (o bocche, non si capisce bene). Vedo da lontano un taxi, lo chiamo col braccio, si ferma. Riesco ad avvicinarmi alla vettura, entrare.

Il conducente mi guarda in maniera professionale, attendendo le indicazioni e, immagino, i soldi. Se non altro, ha un volto. Gli dico l’indirizzo, mi guarda stupito. Glielo ripeto, magari non è della zona, cerco di spiegargli meglio il modo per raggiungere il posto. Continua a guardarmi instupidito, forse anche lui parla una lingua straniera come la ragazza di poco prima? ”So benissimo come raggiungere questo posto.”, mi fa il conducente con un sorriso vago. ”Ci siamo davanti proprio adesso.”

Faccio finta di nulla, posso sempre fingere di essere un turista alle prime armi smarrito in una città sconosciuta. “Allora mi porti altrove.” gli dico io. “Dove?” mi chiede. “Dove vuole lei, facciamoci un giro. Ho abbastanza soldi per una corsa.” gli dico piazzandogli nella mano una manciata di biglietti di grosso taglio. Sorridendo sempre professionalmente, il conducente di taxi riavvia il motore, destinazione ignota per un cliente disincantato. La macchina prende sempre maggiore velocità, nel buio della notte. I lampioni ai lati danzano come lucciole, e queste pillole che clandestinamente ho preso poco prima mi mettono una gran voglia di dormire. Tanto, il viaggio è già pagato in anticipo.

***

Pubblicato da Lucio Campiani

Write Writing Written

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: