Cuori infranti in trentasei piccoli pezzi – 36

Photo credit: comicallyvintage.tumblr.com

Gli errori necessari.

Correva. Il calpestio sull’acciottolato si frangeva tra i muri di vecchi palazzi, sfiatava lungo viuzze poco illuminate ed ancor meno pulite, riecheggiava nella notte inquieta; più in alto, il cielo era talvolta una trapunta di stelle, talvolta una tele oscura di macchiaiolo, complice un vento stizzoso che pareva gareggiare con la corsa del ragazzo.

Ad un certo punto, Giacomo decise che ne aveva abbastanza, si piegò sulle ginocchia e divorò l’aria tutt’intorno a lui. Qualche centinaio di metri, si disse. Il suo nuovo record, per quella sera. Il braccialetto al polso destro pigolò lieve una seconda volta, lo guardò un attimo, ne lesse i numeri, lo spense, decise che per quel giorno era abbastanza. Non restava che fare ritorno a… a casa…? Da…loro? Fabbri diva, nel sapere che avrebbe reincontrato i suoi genitori, lasciati poco più di una mezz’ora prima, senza nemmeno salutare. Se li immaginava, quei due: li avrebbe ritrovati assonnati davanti alla Tv, la luce bluastra del soggiorno a rischiarare le loro facce allampanate, quando magari sino a poco prima avevano litigato come due cani separati da una recinzione, oppure manco si erano rivolti la parola in quella loro sinfonia di posate sbattute di tanto in tanto contro piatti comprati durante le offerte speciali al discount. E magari uno dei due lo avrebbe rinfacciato per l’ennesima volta all’altra parte, “perché cazzo ce ne facciamo di un set di 12 portate quando in questa casa l’unica persona estranea che ogni tanto vi mette piede è quella rompicoglioni di tua madre, eccetera eccetera.”

Certo, c’erano stati anche bei momenti, tra loro. Chissà quando, però. Forse prima che si trasferissero in quella casa, oppure prima che Anna cominciasse a lavorare, oppure prima ancora che Giovanni nascesse…Di sicuro, c’era stata un’età dell’oro cui la famiglia Anastagi guardava con un misto di malinconia e rimpianti. Di sicuro molti – troppi – rimpianti, al ché quando tornavano a galla, Roberto portava tutto il suo corpo da cinquantenne fuori, sul terrazzo, a fumarmi per un tempo indefinito una delle sue ultime Camel Blu. Bestemmiava lieve contro divinità di cartapesta, tossiva sonoramente a conclusione e, se non c’era nessuno che potesse vederlo, gettava il mozzicone nel cortile di sotto, tanto la sporcizia era ovunque, il guano di piccione lordava tutto, mosaicando l’acciottolato, una cicca di sigaretta in più o in meno non avrebbe fatto la differenza, semmai poteva esser la proverbiale ciliegina sulla torta. E giù con l’ultima bestemmia prima di tornare nel suo inferno personale, e personalizzato.

Giovanni Anastagi si era sposato presto, forse troppo, a detta di altri suoi conoscenti, fossero essi amici del bar o parenti di undicesimo grado. Di fatto si era sposato perché Anna era rimasta incinta; il discorso era semplice: tu l’hai ingravidata, tu te la sposi. Peccato che poi Anna, al sesto mese, avesse abortito, ed a Giovanni si era accesa in testa una lampadina. Era una persona pragmatica, per carità, ma in un certo senso aveva visto in quell’evento un monito: naufragasse anche il loro matrimonio imbastito in fretta e furia, un prete trovato per svaglio, un vestito comprato per caso? Od era semmai una punizione divina, per le sue scappatalle da uomo piacente, le sue bevute di estimatore di vini in cartone, le sue scommesse il più delle volte clandestine? Non lo sapeva del tutto, ma seppur non credente – o meglio, non praticante – si era detto: va bene, vengo messo alla prova. Niente di male, è come quando ti assumono in fabbrica e la prima settimana devi dare il meglio di te. Allora facciamo così: adesso io metto la testa a posto, vediamo se cambia qualcosa, vediamo se…se il buon Dio è veramente buono, io faccio il bravo e vediamo come va a finire. E così era stato: non aveva più contattato nessuna delle sue amiche speciali, al bar non l’avevano più visto nemmeno per un caffè, sul lavoro arrivava sempre puntuale ed era diventato più cordiale con tutti, persino con Anna, ed insomma, piano piano, complice anche la maggior foga sessuale poiché anche l’astinenza si fa sentire, nel giro di breve tempo Anna era rimasta di nuovo incinta. Questa volta, del loro figlio primogenito, che avrebbero chiamato Giacomo.

Figurarsi la gioia dei primi momenti (quanti mesi? Quanti anni? Non troppi, in entrambi i casi), poi…poi era stata la maledizione de l’eterno ritorno. Perché per tenere in piedi una famiglia ci vuole il libretto completo delle istruzioni, altrimenti si scoprirà alla fine che il pezzo A andava incastrato nel pezzo B, e chissà ti ritroverai con qualche vita (rondella) in meno. Appunto. Intanto Giacomo stava tornando a casa, ogni lampione che superava era per lui una forca caudina. Aveva l’impressione di avvertire, da lontano, l’eco assordante del silenzio che ristagnava tra quelle quattro mura, oppure delle frecciatine caustiche che i suoi genitori doveva essersi certamente lanciati, mentre erano costretti a sedere sullo stesso divano – non poteva dirsi sicuro al 100% che avrebbero condiviso anche il letto. Che vita di merda” si disse salendo le scale del condominio. -Affanculo.- sibilò entrando in casa. Ma in quella casa, paradossalmente, non trovò nessuno. Non trovò nessuno di vivo, quantomeno.

Sul tavolo della cucina era rimasta la pistola che aveva usato poco prima. Era fredda, al tatto. Era stata un’assurdità, tornare indietro, sui suoi passi, sul luogo del delitto, gli avrebbero poi rammendato i compagni di carcere, anni dopo. Tu non hai la stoffa del criminale, lo avrebbero schernito. “Non ho la stoffa del figlio.” Si sarebbe detto. “Difatti li ho ammazzati.” E non avvertiva alcun rimorso. Proprio nessuno.

***

Pubblicato da Lucio Campiani

Write Writing Written

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: