Fantasy Underground su dodici livelli – 12°

Nei momenti di lucidità alternati al vaneggiamento febbricitante che provava, tentava di mettere a fuoco quanto credeva di veder visto: poteva essere stato un sogno, sì, ma gli era parso troppo reale. Ed aveva creduto di vedere in seguito, nelle occhiate di sua sorella, la conferma che non si era trattato della sua immaginazione, per quanto non potessero comunicare a parole.

Sara, che da piccola chiamava sorellina… ora quando si trovava a fissarla in quelle condizioni, paradossalmente – sempre in quei momenti di lucidità – si ritrovava a immaginarla bella come durante le feste più sontuose e…come durante il viaggio che li avrebbe dovuti riportare a casa; ma si vergognava anche a soffermarsi troppo con lo sguardo sul suo seno rimasto nudo, due piccole pere sode dai capezzoli inturgiditi per il freddo, e sul pube che si intravedeva tra i brandelli laceri del suo abito di seta. Una volta sua sorella lo aveva scoperto a fissarla con avidità, spalancando gli occhi sbigottiti, e lui se ne era vergognato tanto da non guardarla più in faccia per alcune ore, sperando lei accettasse quella forma di scusa; “Però noi un giorno dovremo…insomma, quelle cose non si fanno certo da vestiti.” aveva pensato, sorridendo amaramente alla propria battuta.

Poi c’erano i momenti di vaneggiamento, appunto, dei quali rimanevano sempre vaghi ricordi più che sotto forma di immagini oniriche, sotto forma di forti mal di testa. “Forse l’effetto di quella roba che mi fanno bere, per gli Dèi!” E ricorreva sovente nel suo vagheggiare l’ultima festa del loro compleanno, prima che partissero per l’isola di Giada…

“«Evviva i Principi! Evviva gli Eredi!» Malgrado le spesse mura di difesa, l’immenso giardino del castello, nonché le mura del castello stesso e le vetrate smerigliate, le grida di giubilo e di benedizione della folla tutta all’esterno giungevano ugualmente abbastanza distinte. Era il loro compleanno, il ventesimo giorno del mese della Vittoria: erano nati lo stesso giorno, e i Consiglieri di corte avevano visto in quella nascita intervallata da un anno esatto, nel mese più soleggiato e proficuo dell’anno, un futuro felice e prosperoso, in loro. Purtroppo i fatti che ora passavano avrebbero dimostrato il contrario, si diceva sempre, in quella specie di sogni.

Iniziavano tutti allo stesso modo.

Folla festante, la sala del castello addobbata con fiocchi dorati e piena di musica come uno scrigno, di risate cristalline e battute da far ridere di gusto. Portate immense, squisite, i nobili più importanti venuti da tutto il Continente. Lui e sua sorella sedevano vicini, nei loro abiti migliori. Nei sogni, a volte lui indossava un completo di seta composto da pantaloni grigi e camicia azzurra con le maniche a sbuffo; altre volte un mantello di lino, bianco, a coprire un maglione scuro dal collo alto su cui ricadeva un pendente d’oro, e pantaloni neri di velluto sopra un paio di stivali di pelle, borchiati. Non c’era dubbio che nella realtà fosse stato vestito con il primo paio di indumenti. Sara, invece, portava sempre i capelli biondi raccolti da un fermaglio di madreperla sopra la testa, gli occhi chiari sottolineati dall’ombretto azzurrino: la bocca era sempre aperta in un sorriso di rossetto rosso che rendeva maggiormente carnose le labbra, e che si intonava con l’abito ocra chiaro di seta che accentuava le sue curve.

Rivolgendo gli occhi a suo padre ed al tavolo dei nobili accolse con un cenno degno da Erede il brindisi con i calici riempiti di vino che gli veniva rivolto dai Signori e dal Re; sua madre stava parlando con sua sorella, augurandole le più grandi felicità del mondo, come aveva fatto con lui poco prima. «Un brindisi, miei fidi.» annunciò suo padre alzandosi in piedi. «Un brindisi per gli Eredi al Trono di Gherz ’Thavan, Sara ed Ylien, luci dei miei occhi. Perché possiate un giorno continuare la mia opera di difesa della pace contro coloro che combattei trent’anni fa. Ed avevo poco più che la vostra età, ma giurai al cospetto di mio padre e mia madre di tornare con la testa del Potente, o morire a Salal; tornai, dovetti tornare, senza aver prestato fede al mio giuramento.» si interruppe, mentre la Sala cadeva in un silenzioso disagio; di tanto in tanto proveniva dai nobili un bisbiglio, o un tintinnare di forchette contro i piatti, mentre il Re fissava il calice ancora alzato con uno sguardo assente nel quale la luce dei suoi occhi era ora il riflesso delle fiamme sui tetti della prigione della Città dei Marchiati. La loro madre si era appoggiata con le mani ad entrambe le loro sedie, ed era l’unica che riusciva a fissare negli occhi suo marito. Disse: «Mio signore e sposo, stiamo tutti aspettando che tu concluda. Non ricordare tristi eventi lontani, che i nobili qui seduti non sono propensi a sentire. Il passato è passato, e non potrà più tornare.» Ylien si voltò sulla sedia, per guardarla negli occhi. La scena si arrestò, bloccando sua madre sulle ultime parole pronunciate e tutta la sala in un quadro sbiadito; persino le fiamme del focolare erano immobili, il loro crepitare fermo e afono. «No! Il passato è immutabile, ma può tornare.»”

Avvertì sul collo il fiato di un’altra persona. Non era sua sorella. Non era un carceriere. Si era intrufolato lì in qualche modo, ma non l’aveva sentito entrare nella cella. Forse delirava. Sicuramente vaneggiava quando sentì nelle orecchie delle parole, sillabate con cura e bisbigliate con attenzione: «Adesso vi porterò in salvo, Eredi. È la mia promessa, e farò di tutto per mantenerla. Abbiate fede.»

Si abbandonò ad un sonno inquieto mentre il suo corpo emaciato veniva sollevato da terra per esser portato via da quell’incubo. L’ultima cosa che sentì fu un esile protestare di sua sorella, ma anche lei si sottomise poi alle volontà del loro salvatore, chiunque egli fosse. Di certo, per poter trovarsi lì, un mago.

***

Pubblicato da Lucio Campiani

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