Fantasy Underground su dodici livelli – 12°

A casa, cioè a corte, le cose non erano messe granché meglio. Sgomento era una sintesi possibile del clima che vi aleggiava in quel momento e chissà per quanto ancora a venire. «Cosa significa che sono stati rapiti?!» l’urlo fu sentito anche al di fuori della Sala del Trono. Re Sinienö  I del suo nome era paonazzo e sbatté il pugno sul tavolo di legno laccato dal piano di marmo bianco. Il calamaio con l’inchiostro tintinnò e tutti i presenti nella Sala alzarono lo sguardo verso di lui. «Rapiti.» Il Sovrano si diresse alla vetrata smerigliata che dava sul giardino; un raggio di luce attraversò un vetro colorato rendendo bluastro il suo volto e il pavimento pochi metri dietro di lui. Fissò il raggio di luce fino a farsi bruciare gli occhi per l’abbagliamento. Non voleva crederci. «Avevo mandato i venti migliori soldati del Regno per scortarli, il mio servitore più fedele per assisterli. E loro sono tutti morti.» si ripeté mentalmente la frase, per assaporarne meglio l’amaro in bocca. Stentava ancora a crederci. I suoi figli! Sara ed Ylien, le luci dei suoi occhi, che per un anno erano rimasti lontani dal Continente nell’Isola di Giada per l’addestramento, e venivano rapiti da degli…sconosciuti. Il soldato che gli aveva portato la notizia faticava a stare in piedi di fronte al suo sguardo perso nel vuoto ed al contempo minaccioso; il mantello bianco ondeggiava per il tremore delle sue gambe. Tutti i membri del Consiglio Regio presenti nella Sala erano costernati, e molte donne avevano gli occhi lucidi. I Sette Consiglieri delle Sette Città si avvicinarono alla scrivania del Re dalle gambe tornite e dorate, prostrandosi a terra e giurando di inviare i loro eserciti alla ricerca degli Eredi. «Non sappiamo nemmeno chi possa averli rapiti.» mormorò il Re, a stento. Aveva dei sospetti, ma erano vaghi. «Mille uomini, o centomila, non faranno la differenza. Ad ogni modo, dobbiamo trovarli; sono giunte lettere di riscatto?» E da chi? Perché? Chi poteva avercela con lui, con loro? Tutta la situazione pareva assurda nella sua tragicità. Un conto erano le battaglie, e le guerre, nei combattimenti ci si fronteggiava con armi più o meno alla pari, ma subire in tempo di pace, e sul proprio territorio, il barbaro rapimento dei due Eredi, con la loro scorta trucidata senza che ne rimanesse un solo sopravvissuto, era troppo. «No, mio Signore. Nessuna lettera, nessun messaggio lasciato tra i corpi dei caduti. Nessuna indicazione, e sono passati gia un giorno e metà di un altro da quando siamo partiti alla ricerca degli Eredi e siamo tornati a Gherz ’Thavan, mio Re.» il soldato respirò a fondo dopo aver detto le parole tutte d’un fiato. Ansimando, si inchinò in attesa di altri ordini; i Sette Consiglieri rimanevano in ginocchio ad offrire i loro servigi. «Mia moglie…è stata avvertita?» riuscì il Sovrano a mormorare la frase con più difficoltà del soldato. «So già tutto.» rispose una voce femminile che si capiva fosse stata rotta dal pianto fino a pochi istanti prima. Il Re si voltò e vide sua moglie nonché sorella, Elen Kerjy, in abito nero di lutto e il volto che sapeva limpido e cristallino come un torrente placido, oscurato da un velo scuro come nube temporalesca. «Mia moglie, sorella e Regina…perché ti sei vestita a lutto?» Il suo sguardo si posò sull’anello che portava al dito: un anello rosso fuoco risplendente di un rubino. L’Anello dell’Abdicazione, che i Sovrani avrebbero indossato per lasciare il potere; se lo indossava uno, anche l’altro doveva attenersi alla legge, ed abbandonare il Trono. Solo una volta, in passato, era stato indossato. E poi era iniziata la dinastia dei Kerjy. Secoli fa, per lo meno. La storia rischiava di tramutarsi in leggenda, ma le regole rimanevano sempre quelle. Le sue labbra mostrarono un ghigno feroce, mentre il suo indice rimaneva teso, come congelato, indirizzato verso il gioiello al dito della consorte. «L’Anello! Elen, non osare farlo!» La donna si scoprì il volto, gli occhi verdi arrossati dal pianto, il volto artigliato dalle mani ora morbosamente strette l’una con l’altra sotto la veste scura, i capelli neri e lunghi scomposti e rimasti impigliati nella seta. Il rossetto roseo che aveva portato sulle labbra era stato lavato via dalle lacrime, e rimanevano delle piccole sbavature roselline sul mento. Lo guardò dritto negli occhi, uno sguardo di determinazione che voleva assicurare tutti che nessuno l’avrebbe convinta a tornare indietro dalle sue parole. «Io abbandono il Trono di Gherz ’Thavan, mio amore. I miei gioielli sono spariti, forse trucidati…ed io…dovrei…continuare a sorridere ed a governare…come se nulla fosse!» si buttò in ginocchio e gridò di rabbia impotente e dolore. «I miei figli! Sara ed Ylien, i miei tesori!» i soldati a guardia della porta corsero per risollevarla da terra come il Re, la barba crespa e marrone ad incorniciare una maschera di tristezza e pietà. “Se potessi, mi butterei a terra anche io e mi artiglieri il volto, ma sono il Re e non posso farlo.” si disse con un groppo in gola. «Toglietele l’anello, cosa aspettate! E’ in preda al dolore, non sa ciò che sta facendo. Elen, per gli dei, chi ti ha suggerito di abdicare? I nostri figli sono vivi, tesoro, lo so e lo sai anche tu. È in preda a delirio, come evidente, ed ogni sua parola esce come da un sogno, non proviene da lei. Per lasciare il potere occorre la stessa lucidità che si ha nell’accettarlo.» La donna non gli rispose. Piangeva, urlava, graffiava e si dimenava, urlando i nomi dei suoi figli. Ordinò alle guardie di portarla ai propri appartamenti e di chiamare il medico di corte per farla riposare. Sudava freddo e le goccioline di sudore imperlavano la fronte scendendo dai capelli scuri fino alle sopracciglia curate.

Quando si girò verso la stanza, sembrava non fosse accaduto nulla: il soldato tremava nel suo mantello e nella sua armatura, i Sette erano ancora prostrati dinanzi al suo scranno. «Miei fidi, vi prego.» fece loro gesto di alzarsi e questi ultimi obbedirono, anche se malvolentieri. I loro servigi offerti non venivano accettati, altrimenti il Sovrano avrebbe detto loro di giurare quanto offrivano. Gli eserciti andavano preparati per ben altro, adesso. Una…guerra? «Nulla è perduto. Sono stati rapiti nell’Eptarcato, e se sono stati trasportati non troppo lontano, mi viene in mente solo un città tanto vicina e tanto pericolosa.» Loro. Come avevano potuto fargli questo, giungere a tanto? Come potevano pensare di sfidarlo così apertamente? Credevano forse di poterlo prostrare in ginocchio perché ne rapivano i figli, la cosa più preziosa che aveva al di là di tutto il suo Regno?

Il silenzio calò su tutti i presenti e interessò anche la natura all’esterno. Una nuvola oscurò il sole e la stanza si fece più buia, mentre il Re continuava a parlare con voce atona. «Salal.» Salal, la città dei Marchiati, sotto le cui mura aveva sguainato la propria spada e sgozzato centinaia di uomini nelle cruente guerre di trent’anni prima. Salal che si diceva tutto controllasse e tutto manovrasse, senza possibilità alcuna di riscatto. Salal il cui solo nome incuteva timore per il Continente. «Perché proprio lì, mio Signore?» chiese qualcuno con una sola voce per tutti. «Perché solo la malvagità dei Marchiati potrebbe giungere a tanto. Preghiamo gli dei che se i miei figli sono là non li stiano trattando male, o i Marchiati se ne pentiranno amaramente per l’eternità.»

Altrove, in un tempo sospeso.

La nebbia si diradava e le montagne si stagliavano sullo sfondo, al tramonto, come uno strappo impreciso tra la tela aranciastra del cielo e quella marrone della terra. I banchi di nebbia si alzarono fino a dissolversi, ma occorse tempo, parecchio tempo. Era già giunta la notte quando, alla fiamma traballante di un modesto focolare all’aperto, poté distinguere il sereno più completo. Ma non aveva fretta. Avrebbe potuto attendere anche per millenni, seduto tra l’erba umida e le canne fruscianti e secche, in quella notte d’inverno inoltrato, ad ammirare la luce delle ultime stelle; distingueva la Stella Polare, e la costellazione del Drago, e varie stelle luminose: tentare di riconoscerle tutte gli permise di passare altro tempo; e aveva davanti a sé tutto il tempo del mondo.

Pensò che l’erba sotto di sé avesse assunto la sua forma e l’avrebbe tenuta anche quando se ne sarebbe andato dal di lì, alzandosi dalla postura a gambe incrociate che manteneva; senza dubbio coloro che lo avevano visto – pochi – avevano pensato male di lui, ed avevano fatto in modo di non distinguerlo, per quanto il suo mantello nero foderato di seta porpora spiccasse di giorno sull’erba secca verde scuro; un mercante a cavallo, un altro a dorso d’asino, persino un gruppo di cavalieri armati, con uno stemma sugli scudi ovali di una città delle vicinanze aveva fatto finta di non vederlo, lì seduto come ora e come in seguito, in attesa. In attesa. Un suo occhio, chiuso fino a poco prima nella veglia, si aprì all’improvviso: certo, un osservatore esterno non avrebbe potuto distinguere il colore violaceo dell’iride che aveva fatto sorgere troppo domande tra gli abitanti di Gherz ’Thavan costringendolo ad abbandonare quel luogo d’attesa; né, alla luce del giorno sarebbe passata inosservata la cicatrice che marchiava l’occhio sinistro tracciando un segno netto e più chiaro sulla pelle. Pochi avevano tali cicatrici ad incorniciare i loro occhi: una cicatrice troppo particolare per poter mentire anche con il più stolto di essersela procurata in battaglia, o in una battuta di caccia: persino i più imbecilli riconoscevano nella cicatrice tripartita che circondava l’occhio e si congiungeva sopra e sotto esso, che quello era il simbolo dei Marchiati. Un simbolo inconfondibile, maledetto e pericoloso.

Avrebbero mormorato, malgrado il terrore, che egli era un Marchiato in libertà, fuggito dalla prigione di Treos e dai domini della penisola omonima riuscendo a divagare come una macchia di unto nel Continente; in un primo tempo aveva ovviato ai problemi del colore degli occhi e della cicatrice col semplice stratagemma del cappuccio del mantello nero calato sul volto, a nasconderlo in un’ombra comunque non rassicurante. Fino a ché non era stato costretto a calarselo, per problemi che avrebbe volentieri ricordato in un altro momento, sulla pubblica piazza di Gherz  ’Thavan: allora gli abitanti della città fortificata avevano ignorato la cicatrice, concentrando l’attenzione sugli occhi viola…e il caos ed il tumulto erano serpeggiati, e solo il Destino aveva consentito a lui ed al suo cavallo di fuggire prima del linciaggio.

Un Marchiato Occhi Viola…niente di peggio poteva affermare di camminare nel Continente in quell’istante; tutt’al più nel passato, quando i Cinque Draghi Neri di Horn si erano levati in volo per sancire la fine della Divisione…un Marchiato Occhi Viola sarebbe stato considerato al limite della normalità. Poi i draghi neri erano stati catturati ed imprigionati, la Divisione era ripresa e il resto si dipanava come un gomitolo di lana nella sua mente. Immagini più che parole potevano descrivere i 775 anni trascorsi da quei tempi. Oh, ma poteva aspettare. Rise, una risata cristallina e limpida che contrastò col buio della notte e il crepitio del focolare sul sottofondo dell’ululato dei lupi, nei boschi poco più avanti. 775 anni! Erano niente, per lui…

Una voce lo raggiunse, dall’oscurità, ferma e pacata, custode di una calma che di rado doveva essere stata rotta; poche parole di qualcuno che conosceva troppo bene per far finta di non annoverarlo tra le amicizie. Amici…se lui poteva affermare di averne; l’amicizia aveva toccato di rado le sue conoscenze e troppo poco spesso le sue labbra screpolate ora dal freddo si erano aperte con altri in un reale sorriso piacevole. «Ridi bene, mio caro Erenn. L’unico dei Trenta Marchiati che abbia il coraggio di sorridere nella sua esistenza; l’ho visto piuttosto fare, dai tuoi simili, in tempo di morte, e tu mi pari lungi dall’onorare il ritorno alla terra.» Una figura avanzò tra la nebbia improvvisamente ridestatasi dalle profondità delle paludi e di tra le canne sempre fruscianti in un ritmo monotono: era un uomo vestito di eleganti abiti scuri nella notte, ed il suo mantello si rivelava dalle pieghe che lambivano, col vento, la schiena di Erenn, uno dei Trenta Marchiati. L’unico dagli Occhi Viola. La figura si sedette con naturalezza sull’erba, come avrebbe potuto sedersi su un alto trono d’oro ed argenteo: e pareva fosse solita compiere entrambe le cose. “Sicuramente il Trono gli è più comodo.” Il pensiero sfiorò per un attimo la mente dell’altro uomo. «Ridere! Per non disperarsi, o Potente; come dice la poesia, “ridere per cacciare il temibile spirito del dolore, ridere per la parca gioia distribuitaci dall’Inizio”. Sono anni che attendo, in pellegrinaggio da una città all’altra del Continente, sempre cercando di rimanere il più lontano possibile dalle segrete di Treos; senza fare mio nessun volto, nessuna conoscenza, né uomo né donna…ridere pensando che ho tutto il tempo, davanti, e non posso…» esitò, a disagio sotto lo sguardo che poteva intuire proveniente dalla figura nella semiombra delle fiamme. Essa stava lisciandosi una corta barbetta grigia, mentre l’altra mano poggiava sul terreno, artigliandolo di tanto in tanto. «Sfruttarlo, intendi? Sfruttare il Tempo, sì. Chiaro. Conosci, però, il giuramento che hai pronunciato, Erenn.» disse con la massima calma l’altro lì seduto, che continuava a lisciarsi la barba e ad artigliare il terreno e a raccogliere l’erba in piccoli fasci. «No, o Potente. Non sfruttarlo a mio piacimento; il giuramento mi impedisce di solo pensare una tale bramosia, né la mia mente ha mai tentato di farlo.» annunciò, anche se incespicando sulle ultime parole. «E questo mi rallegra, Erenn. Altri, più potenti di te, hanno fallito, finendo scoperti ed imprigionati a Treos per l’eternità o fino alla fine dei loro tristi giorni.» ora entrambe le sue mani erano poggiate al terreno, ed egli si rimise in piedi, per squadrarlo dall’alto in basso. Il mantello assunse un colore grigio e di madreperla, a coprire il suo corpo una giubba azzurra come il mare e – avrebbe giurato – quasi dalle stesse pieghe a rendere l’effetto delle onde spumeggianti; tutto l’insieme sembrava ammantato di un’aura di splendore, ed Erenn non poté fare a meno di chinare la testa in segno di rispetto. «Treos.» sputò a terra, sempre inchinato. «Sono fuggito dalla prigione, ma non scelsi io di venire Marchiato! Maledetti!» urlò, l’eco fece alzare in volo alcuni uccelli che dormivano tra i rami dei cipressi lì vicino. «Tu hai giurato, ad ogni modo.» la voce dell’altro non manteneva più la fiera calma e questi se ne accorse e il suo volto si indurì altrettanto. «“Per la rinascita dei Cinque Draghi, e il loro volo. Per la fine della Divisione, e l’Inizio dell’Unione; un Inizio che continuerà per il Tempo.” Tu hai giurato, e nessuno ti ha costretto.» i muscoli del suo corpo si distesero, ed egli si ammantò di ombra uscendo dall’angolo di luce del tiepido fuoco scoppiettante. “Avrei potuto fare altrimenti? Avrei potuto?” sentì le lacrime sorgergli agli occhi e le guance avvampare; si girò, per non essere osservato. «“Marcerò per le il Continente e non sottometterò mai il Tempo; né oserò altresì tentare di domare da solo i Cinque Draghi. Perché sono Marchiato e il simbolo del Tempo è mio vincolo.” A quanto pare hai scordato il giuramento; ti invito a rinnovarlo, dinnanzi a me che sono il tuo Signore.» «Ora…o Potente?» balbettò la frase e dovette ripeterla; sentì goccioline di sudore colargli sulle guance, nonostante il freddo. Si slacciò il mantello e lo gettò lontano, alzandosi in piedi e portando le mani alla spada; la Spada. Sentiva l’elsa argentea scorrergli come ghiaccio sotto le mani nude, bensì sapesse che sarebbe stata ben salda in battaglia; intuì i contorni lavorati dei due bracci, che terminavano in un diamante incastonato in ciascuna estremità. Sapeva anche, senza averlo ancora potuto vedere, che sull’elsa era cesellato il simbolo uguale alla cicatrice, il simbolo del Tempo. Il simbolo dei Marchiati. «“Non sfodererò mai la Spada che posseggo se non quando sarà giunto il momento e l’ombra dei Cinque Draghi marcherà il mio cammino.” Fallo, Erenn, e capirai cosa significano i lamenti provenienti dalle prigioni di Salal, sempre che tu sopravviva senza danni a ciò che ti capiterà per il tuo gesto.» Non poteva sfoderare la spada, lo sapeva. Era la Spada, e basta. L’avrebbe sfoderata solo per combattere per la fine della Divisione, e prima ancora i Draghi avrebbero dovuto emettere le loro roche grida di rinascita; eppure le sue mani si saldarono all’elsa ed all’impugnatura di cuoio, pronte a sfilarla dal fodero. «Pazzo! Osa solo alzarla quel tanto…» la voce divenne opaca ed evanescente come la nebbia che lo circondava; nulla aveva importanza, ora. Il motivo della sua attesa, l’importanza del Potente, la storia che si dilungava alle sue spalle in un punto indefinito. La sua storia, la sua vita. “Permetterò loro di incantarmi con i loro trucchetti solo quando sarò tanto scaltro da riconoscerli. Ho rinunciato a troppo fino ad ora e mi pare bastevole.” Fece forza per alzarla, mentre la bocca dell’altro uomo si muoveva lentissima nel pronunciare parole che non giunsero alle sue orecchie: la figura che aveva innanzi avanzò a passi che dovevano essere stati rapidi, ma che risultarono lentissimi. Il fuoco ruggì alzandosi in una fiammata verticale a sfidare le stelle stesse nel loro giaciglio ovattato di nubi. Migliaia di ali turbinarono senza emettere alcun suono e un vento possente sradicò gli alberi meno robusti, lanciandoli nella pianura.

Erenn poteva osservare tutto questo come se accadesse in giorni interi, conscio del fatto che era trascorso molto meno. Ma aveva tutto il Tempo, l’avrebbe piegato e plasmato e… «Pazzo!» la mano del suo Signore si pose sulle sue, spingendo con forza la spada nel fodero prima ancora che ordinasse alle proprie mani di levarla in alto con soddisfazione. «“La cupidigia non sarà il mio pensiero, la bramosia non sarà il mio sogno.”! Questo dice il tuo giuramento, e tu oltremodo hai osato pensare di sfidarmi, di sfidare il Sommo e Potente Signore che ti governa, Colui che Siede sul Trono dei Cinque Draghi! Quali vessilli hai seguito il giorno della prima Unione, se non i miei? Osannando chi hai alzato la Spada alle sue parole, se non me? Io ho guidato gli stendardi garrenti del Tridente che si Riunisce, il Tempo stesso si è dilatato alle mie invocazioni della battaglia! Alle mie grida di avanzata!» le parole lo scossero come avrebbero potuto fare quelle due robuste braccia che ora reggevano una coppa contenente un liquido ambrato. «Rinnova il giuramento, Erenn Davhö. ORA.» gli porse la coppa, che ora era una grolla di legno, ora una vera coppa da Sovrano; sapeva che conteneva il Sangue del Drago: lo aveva già sorseggiato, quando aveva giurato. «Io…» «Rinnovalo!» Sentì un tepore prendere piedi nel suo corpo e subito la sua mente si fece duttile e malleabile: il Potente la plasmò conducendola al sonno, ed Erenn vagò nel Regno privo di Tempo e dove contemporaneamente il Tempo era Sovrano. «Rinnovalo…!» “Rinnovalo…rinnovalo…rinnovalo…” Si svegliò all’improvviso in una stanza di una misera locanda dal tetto basso e dalle travi a vista; l’umidità aveva reso chiazzati i soffitti che guardava, steso supino sul letto. Sentì ronzare nella sua testa delle parole che non ricordava: cosa doveva rinnovare, e perché? Soprattutto, quando aveva sentito quelle parole? Scosse la testa, sbuffando. Non ricordava niente: per la verità, non si ricordava neppure come fosse giunto alla locanda, dove si trovasse e quale motivo l’avesse spinto lì.

Dai vetri appannati della finestra piccola e squadrata proveniva la luce del giorno, perlomeno; si avvicinò dopo essere sceso dal letto e l’aprì, sporgendosi con la testa quel tanto che bastava per osservare fuori quel tanto che bastava. “Ah, sì. Sono a Gherz ’Thavan.” E nello stesso istante rabbrividì, senza saperne il motivo; fuori era abbastanza caldo perché le persone che passeggiavano per la via principale lastricata indossassero dei mantelli leggeri, estivi. Un pericolo in agguato, un timore remoto, forse. Eppure non aveva avuto problemi da quando si era stabilito nella locanda “Giada Marina” ed erano più di due mesi, quel giorno. Sì, ricordava tutto. Scese le scale dopo aver afferrato il suo mantello nero foderato di seta rossa e, la spada nel fodero legato alla cintura borchiata, uscì dalla locanda col cappuccio calato sul volto, senza badare minimante all’oste intento a pulire i tavoli con uno straccio bagnato. Era di spalle e poi non si sarebbe scomodato a chiamarlo per dirgli un misero “Buongiorno”. Non appena fu al di fuori della bassa costruzione a due piani dall’aspetto che consigliava un restauro senza indugiare troppo, notò con una smorfia che qualcosa, nell’aria che aleggiava al di sopra della città non quadrava. Fiutò l’aria come se potesse avvertire, per esempio, il fumo di un incendio, eppure l’odore dell’aria era lo stesso odore di salsedine e pesce morto che proveniva dal porto…no, non era qualcosa riguardante l’odore. In verità, non appena era uscito, la gente si era dileguata come alla vista di un appestato. La via lastricata che tagliava la città in due dal porto alla porta della cinta muraria, era deserta e solo il vento vi si aggirava sollevando polvere e foglie secche con un rumore strascicato. «Perdonatemi, signore…» qualcuno lo chiamò dalle spalle, prima ancora che Erenn fosse uscito dall’ombra della tettoia della locanda; si voltò e vide un uomo basso e grassoccio, la testa pelata e i lineamenti contriti in una smorfia di terrore e riverenza al tempo stesso. Balbettò una frase, e dovette ripeterla. «Vi devo chiedere…ecco, signore, vi impongo di seguirmi.» secondo il significato della frase, quest’ultima sarebbe stata pronunciata con un tono autoritario e minaccioso, ma ad essere minacciato era lo stesso omino piccolo e tremante. Erenn lo guardò interrogativo, scrollando le spalle e voltandosi per andarsene. «Signore…vi impongo di s…seguirmi ne…nella piazza della città. E’ l’autorità di Gherz ’Thavan che ve lo impone.» la sua voce raggiunse una tonalità stridula che l’altro uomo si innervosì. Lentamente si voltò, e chiese, le mani sui fianchi in una postura indispettita: «Per quale motivo, uomo?» Dall’ombra del cappuccio provenne una voce cavernosa. «In nome del Sovrano di Gherz ’Thavan e dei Sette Consiglieri, ti intimiamo di abbassarti il cappuccio e mostrare il tuo volto!» Non fu l’omuncolo a parlare; anzi, costui si dileguò non appena giunse quell’altra voce, dalla parte opposta della strada, più precisamente proveniente da un uomo a cavallo che indossava un’armatura di piastre e aveva calato sul viso un elmo a celata. Altri soldati simili a lui lo precedevano, senza tentennamenti visibili. Erenn li contò velocemente: dieci o dodici, maledizione! “Sono troppi anche per me, tutti in una volta! Solo, mi chiedo perché sospettino che sia un Marchiato.” «Nobili signori.» iniziò accomodante avanzando nello stesso tempo verso il centro della piazza, per avere la situazione sotto controllo da ogni lato. «Mi chiedo cosa vi spinga a temere per me: io un Marchiato? Perché è questo il vostro timore. I Marchiati strisciano nell’ombra, non dimorano come tranquilli cittadini nelle oneste locande della capitale dell’Eptarcato Libero, soldato!» Puntò l’indice contro il cavaliere, che non si scompose minimante; molti della folla radunatasi intorno, invece, si allontanarono vistosamente dal raggio del dito, quasi fosse sul punto di lanciare fiamme. “Fiamme no, non ancora. Il mio potere è quello di tutti gli uomini, se non la Spada che non posso usare, per gli dei!” «Né il Re né i Sette ti accusano di alcunché; eppure ci è stato segnalato il tuo nome, Jus Ewerett.» sobbalzò a sentirlo, non abituato al suo falso nome. «Se quanto dici è vero, non avrai problemi a fare quanto ti è stato chiesto.» Il suo volto si aprì in un ghigno di soddisfazione. «Qualche legge mi vieta forse di girare col cappuccio sugli occhi? Eh, soldato? Sono un uomo libero nel Continente, soggetto a vincoli di nessun genere e non sarà uno stupido soldato a…» si bloccò. I soldati avevano sguainato le spade ed i loro cavalli da guerra nutrivano d’impazienza per muoversi alla carica. “Cosa diamine sta succedendo, qui?” Veloce, toccò il manico della balestra che portava appesa alla schiena, sotto il mantello; era carica e l’avrebbe usata per abbattere due o tre di quelle sferraglianti masse umane prima di venir ferito; poi avrebbe cercato un’altra soluzione. Il soldato a cavallo parve non notare il suo movimento, bensì disse: «Ora che gli Eredi sono stati rapiti dai Marchiati, il controllo in città è stato rafforzato, e qualsiasi straniero sospetto deve indicare la propria provenienza e deve mostrare il proprio volto. Soddisfatto, ora?» Erenn rimase imbaccalito a fissarlo, mentre la folla mormorava parole di rabbia e di dolore per l’accaduto. “Rapiti! Gli Eredi al Trono…ed io che sono Marchiato non ne sono a conoscenza? No!” «Impossibile…» mormorò, ma l’altro scosse la testa con rassegnazione. «Me lo sono detto anche io, straniero, e fatico a capacitarmene: un brutto colpo per tutti noi, solo a pensare che sono stati gli sporchi Marchiati a rapirli! Loro…Va beh, non ha importanza rivangare. Ora, vogliamo mettere fine alle formalità? Per legge, ti ordino di mostrare il tuo volto: se non sei un Marchiato non hai nulla da temere.»

L’uomo si bloccò con il braccio a mezz’aria e la bocca socchiusa nel pronunciare ancora l’ultima parola; tutta la folla divenne un’immagine bloccata di persone ferme nelle loro azioni di pochi attimi prima. Vide una foglia mossa dal vento rimanere immobile a mezz’aria, la polvere altrettanto senza moto tutt’attorno a lei. Solo Erenn si muoveva con scatti repentini del capo da una parte all’altra, cercando colui che sapeva al controllo del Tempo. «Tu hai già vissuto tutto questo, ricordi ora?» E ricordò tutto: la sua attesa, il suo tentativo di ribellarsi al giuramento, il suo dovere di rinnovarlo; la sua sconfitta, la coppa alle sue labbra ed il fluire a ritroso del tempo. «Sì, o Potente.» si chinò in ginocchio, il volto fisso a terra. “Ho perso questa partita, però il gioco non è finito. E tu la pagherai, anche per questo.” «Potrei farti rivivere questo istante all’infinito, cambiando piccoli particolari di volta in volta per divertirmi ad osservare tutte le differenze. Io ho tutto il tempo del mondo, Erenn. Non tu! Rinnova dunque il tuo giuramento dinnanzi alla mia Potenza!» il sommo Signore alzò entrambe le braccia al cielo come se volesse pregare, e la scena si ristabilì e tutto continuò come se nulla fosse accaduto. «…temere.» concluse il soldato a cavallo ed Erenn, sotto la minaccia delle spade dei soldati, non poté fare altro che sfilarsi il cappuccio. Evitò di badare ai già sentiti mormorii pieni di terrore, “Marchiato! Occhi viola!”. Mormorii sempre più intensi, sempre più alti d’intensità; temette che tra un momento all’altro la folla si mettesse ad urlare, gridando le tre parole fino a fare esplodere i vetri delle case. Si preparò a correre. Correre verso il suo cavallo, fuggire fin nella piana per accendere il suo fuoco, avvolgersi nel mantello e rimanere in attesa. In attesa, come avrebbe fatto fino al momento che il Tempo avrebbe voluto. Poi la vide. La coppa si trovava nelle mani di una figura incappucciata, che faceva aprire la folla ruggente ed in corsa contro di lui come onde contro uno scoglio; le persone sembravano bave di spuma che venivano gettate lontano; il Marchiato sentì lo sguardo del suo simile fisso su di lui: malgrado la folla stesse correndo sbraitando, sapeva che doveva affrontarla per rinnovare il giuramento, e bere dalla Coppa. Ma fu l’uomo incappucciato a farsi incontro a lui: riusciva solo a distinguerne i lineamenti dal mento sbarbato in giù, e non riconosceva nessuno dei Trenta Marchiati. «Bevi.»

Bevve. La scena mutò. Si ritrovò in una cella della prigione, umida e maleodorante, e sentì il pavimento scivoloso sotto i suoi stivali. La cella era buia e gli occorse tempo per abituarsi alla penombra, perché i suoi occhi distinguessero con orrore due figure inconfondibili. La città di Gherz ’Thavan era piena dei loro ritratti, come la locanda presso la quale aveva alloggiato. «Gli Eredi, Erenn Davhö. Prigionieri qui a Salal, affinché ci dicano tutto di loro. Il ragazzo è stato reticente a dirci quanto volevo sapere, ma è stato punito.» il Potente indicò verso un giovane rannicchiato a terra e percosso da tremiti: non vestiva nemmeno delle brache, e la carne nuda era percorsa da tagli e coperta di sangue raggrumato e vomito. Dormiva un sonno agitato ed era febbricitante, e la fronte sudata era appoggiata sulle catene dei polsi; i capelli erano una matassa di sporcizia e sangue ed era imbavagliato, ma era lui il famoso Ylien Kerjy. E accanto dormiva sua sorella, la testa appoggiata sulla spalla, il volto coperto da lividi di violenze passate ed anche recenti; dal labbro spaccato scendeva infatti ancora sangue. Lei era nuda dalla vita in su, e si intuiva anche la peluria che aveva in mezzo alle gambe. Avrebbe voluto coprirla, ma sapeva che era inutile. Scosse la testa con tristezza. “Perché tanta violenza?” Avrebbe voluto alzare la Spada e colpire il Potente, lui era l’artefice di tutto questo. «Non ti riguarda affatto, Marchiato. Né deciderai su di loro.» commentò questi con autorità, come intuendo i pensieri di Erenn. «Potente, perché tutto questo?» «Non ti riguarda! Tu svolgi il tuo compito, Erenn Davhö, sarò io ad estorcere a questi bambocci senza coraggio tutto quello che voglio sapere.» con passi misurati si avvicinò al ragazzo, si chinò e l’afferrò per la gola, alzandolo da terra e tenendolo in quella posizione fino a ché lui non aprì gli occhi, con immensa fatica. Il respiro era roco e lento, troppo lento: strizzò gli occhi e le pupille immediatamente si dilatarono di terrore nel riconoscere chi aveva davanti; il suo corpo tremò all’improvviso e la bocca si contorse in una strana smorfia indefinibile. Erenn sussultò alla vista di tanta paura. «Sono sempre io, Erede. Erede!…guardati…puzzi come uno straccione e sei sporco come un pulitore di fogne. Ah! Erede. Il tuo titolo qui non vale più nulla, lo sai?» lo lasciò scivolare a terra, mentre Ylien Kerjy mormorava qualche parola. Erenn si avvicinò per sentire meglio: il ragazzo chiedeva dell’acqua. “Acqua. Li vuole fare morire? Il Consiglio dei Tempori non può più dire nulla su tanta sfrontatezza al loro compito di controllo su tutti i Marchiati, nonché sul Potente?” »Acqua. Vuole dell’acqua, Erenn. Vedi quindi di sbrigarti, nel fare ciò che devi.» si girò verso di lui e lo guardò con serietà. I suoi occhi erano fiammeggianti d’ira. “Cosa?” «Cosa?» guardò verso i due ragazzi; Sara Kerjy si era risvegliata e lo fissava con occhi sbarrati, imploranti aiuto. Distolse lo sguardo, impotente. «Liberarli, Erenn. Perché so che tu li libererai. E so che tu ti vorrai contrapporre a me per il controllo del Tempo; non so bene come, bada bene, ma ho avuto modo di sbirciare quel tanto che bastava per intuirlo. E sappi che farò in modo di sconfiggerti.»

Boccheggiò nel tentare di replicare. E si ritrovò a Gherz ’Thavan, mentre la folla inferocita correva verso di lui.

(Si conclude a pagina 3: https://labor-limae.com/2020/09/24/fantasy-underground-su-dodici-livelli-12/3/)

Pubblicato da Lucio Campiani

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