Fantasy Underground su dodici livelli – 12°

EPILOGO – NON È MAI, DAVVERO, LA FINE

I Due Eredi

Ylien aprì assonnato gli occhi, destato dal vociare sommesso della sorella. Anzi, più che un vociare era uno scuoterlo, quello che sua sorella stava facendo. Anzi, più che scuoterlo con gentilezza, con dolcezza, era uno scuoterlo come si fa con i tappeti per scrollarli della polvere accumulatasi. Insomma, lo stava letteralmente sbattendo, come un vecchio tappeto. «Sara! Ma cosa diamine…?» protestò lui, ancora assonnato, con due occhi che sprizzavano fiamme tanto era infuriato. Avrebbe colpito sua sorella con un pugno, l’avrebbe fatto sì, ma solo se prima di tutto non fosse stata sua sorella, ed ancor più se non fosse stata donna…Lei avvicinò il dito alle sue labbra, invitandolo al silenzio. «Ssst…» lo ammonì lei, invitandolo nuovamente al silenzio. Ma era un semplice sogno. Un maledetto, dannato sogno.

Una cella umida

Un gemito percorse la piccola cella angusta e buia, rimbalzando sulle pareti umide di qualcosa lontanamente paragonabile a muschio e muffa mescolati assieme. L’aria giungeva gelida sotto forma di spifferi da un finestra dalle inferriate arrugginite, e dalla porta di assi di legno chiusa da un robusto catenaccio; il gemito si ripeté, più forte, quindi si articolò la terza volta in poche parole senza un senso preciso, ma pur sempre parole. Un nome, o un’ inutile invocazione di aiuto da parte del prigioniero – dei prigionieri, due corpi si agitavano di tanto in tanto nel buio – o ancora un lamento di dolore…tutte cose inutili da dire quanto vane da urlare.

Il dolore gli attraversò il corpo, lancinante, partendo dalla testa e giungendo fino alla punta dei piedi; artigliò il pavimento freddo di pietre larghe e sconnesse, mentre la polvere di anni anneriva i suoi polpastrelli: giaceva a pancia in giù sul pavimento stesso, gli abiti ridotti a brandelli sporchi e laceri per un lungo viaggio o per la violenza dei suoi carcerieri…con un altro spasmo supplichevole ricordò le torture che doveva aver subito. “Per gli dei…cosa…cosa mi hanno fatto bere? Non…riesco a muovermi, maledetti…!” riuscì a formulare solo poche frasi nella sua testa; sembrava che ogni lettera accostata ad un’altra per formare un qualcosa che avesse un senso producesse un bruciore per tutto il corpo, e due mani gli artigliavano il cranio facendoglielo scoppiare. Smise di pensare, e i muscoli si contrassero in uno scatto involontario, bloccati però dalle catene alle caviglie ed ai polsi, lividi nella loro stretta. I piedi nudi raschiarono il pavimento tastando un pagliericcio umido e dal fetore di urina che serviva appunto per raccogliere i loro bisogni corporei.

Loro…difatti erano in due, lì dentro. Su questo non aveva dubbi. Si ricordava bene di tutti gli avvenimenti successi tempo prima – quanto, però? – e di come si chiamava, e chi era l’altro prigioniero. Lui era Ylien Kerjy, senza dubbio, Principe di Gherz ’Thavan ed Erede al Trono dell’Eptarcato quando il Sovrano attuale, suo padre Re Sinienö I del suo nome, avesse lasciato la carica che ricopriva. “Mi chiamo Ylien Kerjy. Ylien. Ylien. Ylien! Erede al Trono di Gherz ’Thavan. Per gli dei, non devo scordarmelo. No!” Se lo era ripetuto più volte, nei momenti più duri delle torture subite, quando la sua stessa anima premeva per sfuggirgli dalle membra; aveva avuto timore di dimenticarsi chi era: per questo si ripeteva quei nomi, affinché rimanessero per lui aventi di significato, anche se sempre più vago. D’altronde, sentiva la morsa della fame, che gli attanagliava le viscere in brontolii di pietà da parte del suo stomaco; eppure sapeva anche che dipendeva tutto da lui, da quanto avrebbe collaborato, ed allora lui e sua sorella sarebbero sopravvissuti. Sua sorella…Sara Kerjy, Principessa di Gherz ’Thavan, futura Regina. Lei avrebbe dovuto sposare, secondo la tradizione, e da lei avere figli, un maschio e una femmina primogeniti per il Trono e quanti altri ne volesse, che avrebbero continuato la discendenza dei Kerjy nell’Eptarcato per altri anni a venire. Non riusciva a vedere Sara nella penombra densa e fumosa, per quanto intuisse che si trovava anche lei legata mani e piedi esattamente alla parete opposta, con la stessa mordacchia alla bocca che impediva ad entrambi di parlare, gridare, chiedere aiuto anche solo agli dei, se avessero avuto coraggio di porgere le loro orecchie e le loro candide vesti, e i loro occhi cristallini e vivi verso quel luogo sporco, insano, che odorava di escrementi e di chiuso, e di sudore stantio e di sangue rappreso; un luogo dimenticato e che incuteva timore, perché sapeva dentro di sé che oltre quella porta c’era la Stanza. Ed era piú che bastevole.

I suoi occhi si abituarono infine al buio, riuscendo a distinguere di più nella cella. Sara, per l’appunto, si trovava di fronte a lui e se allungava il piede poteva sfiorarle il suo; non ce n’era bisogno: sua sorella era sveglia, e lo fissava con i suoi occhi che sapeva verdi come due smeraldi incastonati in bianco marmo dell’Ovest qual’era il suo volto. I capelli biondi dai riflessi più scuri erano sparsi in parte sul suo volto, attraversato da graffi e cicatrici, con un livido sotto l’occhio. “Farabutti.” Pensò, ricordando alla vista del livido quando era stato costretto a vedere sua sorella venire picchiata con rabbia da cinque degli uomini che li avevano rapiti. “Mi vendicherò anche di questo, quando sarò uscito da qui. Spero solo che le guardie delle Sette Città ci trovino al più presto.” La ragazza, che aveva un anno in meno di lui, 15, quando tutti affermavano che era più matura ed intelligente, scosse la testa con sicurezza quasi intuendo i suoi pensieri; ciò, nonostante tutto, lo fece imbestialire come sempre: in qualsiasi situazione loro si trovassero sua sorella e futura moglie aveva l’ardire di mostrarsi sempre all’altezza degli avvenimenti, senza mai esitare. Mugugnando, si sistemò appoggiandosi alla parete nella posizione seduta che aveva assunto riprendendosi. Sua sorella lo continuava a fissare attendendo, “dopo aver espresso le sue sempre sagge opinioni” rifletté, che lui facesse qualcosa. Ma cosa!? “Se avessi saputo fin dall’inizio cosa fare non ci avrebbero teso la trappola con tanta facilità, uccidendo le venti guardie che ci scortavano e rapendoci per portarci qui. Se avessi saputo cosa fare; ma io, per gli dei…non so cosa fare.” Sentì gli occhi farsi lucidi, mentre nella mente transitavano le immagini di quanto era loro capitato.

“«Miei principi. Posso chiedervi se avete fatto un buon viaggio?» Il cerimoniere Griwe si era inchinato profondamente portandosi la mano al petto, toccando i lembi azzurri della sua giubba di seta, accogliendo i due ragazzi sul Continente. “Di nuovo a casa.” Aveva pensato Ylien con gioia, respirando a pieni polmoni l’aria marina che spirava dalle sue spalle, nelle orecchie il rumore dello sciabordio delle onde contro la barca che li aveva condotti lì. Un piccolo veliero a due alberi che era stato loro alloggio nel viaggio di due giorni dall’Isola di Giada. «È stato un ottimo viaggio, Cerimoniere Griwe, grazie.» aveva risposto sua sorella per prima, come al solito; lui aveva potuto solo annuire con un tiepido sorriso: sempre sua sorella, sempre lei a prendere le redini di tutto… La sabbia ricopriva i loro stivali di pelle nera incrostandosi umida sui lembi dei pantaloni, notò con disappunto scrollando le gambe per levarsela di torno; nessun altro pareva notarlo, ed egli sentì dietro di sé i passi strascicati delle guardie armate di tutto punto della loro scorta. Il giorno volgeva al termine ed il sole si rituffava nel mare, tingendolo di fuoco. Le ombre dei faraglioni della Baia di Puk avanzavano quasi fino a dove si trovavano loro. «E’ un piacere per me e per tutti noi rivedere due amati volti dell’Eptarcato dopo tanto tempo: sappiate, Principi, che un anno è stato lungo, per tutti i vostri sudditi, che ogni giorno mi chiedevano vostre notizie, e quando sareste tornati…» Ylien prese il sopravvento e lo bloccò con un gesto pacato della mano. «Cerimoniere, è un onore piuttosto per noi rivedervi: nostro padre ha fatto allontanare dalle Sette Città il migliore dei suoi servitori, per accoglierci. Non meritiamo così tanto onore.» Si portò il pugno chiuso al petto, sfiorando la camicia bianca che indossava sotto il mantello nero foderato di porpora in segno di rispetto; sua sorella si lisciò i capelli dorati sbuffando senza darlo a vedere. «Le vostre parole mi onorano, Erede al Trono, e riflettono quanto vi meritate appieno. Oltreché una degna protezione per il viaggio di ritorno…» l’uomo si inchinò ancor più di prima, sinceramente commosso da cotanto complimento. Quando si fu rialzato affermò: «Vostro padre ha avuto l’ottima idea di inviare voi Eredi all’isola libera di Giada e non come al solito a Treoshim, per il futuro addestramento di entrambi; ciò ha sancito la piena alleanza tra le Sette Città e la colonia del mare.» «Non credo avrebbe significato molto, di differenza.» azzardò Sara, e gli occhi del Cerimoniere si illuminarono stupiti. «Perdonatemi, mia Principessa.» mormorò infatti «Ma questo in realtà ha significato un raggelarsi dei rapporti tra Treos e l’Eptarcato; oh, certo, niente di grave, ma è stata interrotta una tradizione, capite…» «Rimango della mia idea.» commentò senza interesse sua sorella, con cocciutaggine.

Ylien non badò più a loro, girandosi verso le guardie ad osservare il loro sfilare muto dinnanzi a sé, procedendo in brevi cenni del capo se incrociavano il suo sguardo. “Diventerò fiero come loro, un giorno, e li guiderò in guerra contro i Marchiati, se se ne presenterà occasione.” Ammirava il loro portamento impassibile, la loro lealtà a qualsiasi ordine impartito, il loro combattere soave e rapido, come una danza; i suoi occhi si posarono sulle else dorate incastonate di diamanti e rubini, scivolando sulle armature a piastre argentate con cesellate i 7 simboli delle altrettante città del suo futuro dominio. Li ricordava tutti, ovviamente, ma non stette a ripassarli. «Se volete seguirmi, miei Principi…la carrozza vi attende.» Il cerimoniere Griwe, vecchio e con spruzzate bianche sulle tempie, si avviò agile come uno dei soldati verso la carrozza, invitandoli ad entrare con un ampio gesto della mano. Ylien salì dopo sua sorella; “Come sempre.” pensò con stizza. «Sara, potresti startene magari meno irrequieta, eh?» chiese ironico. La ragazza gli rispose con una linguaccia. «Senti chi parla, il Principino…Fratello, sarò Regina quanto e quando tu sarai Re, capito?» lo trattò come un bambino più piccolo. “E’ proprio questo il problema.”“

La porta della cella si aprì all’improvviso, e Ylien si ritrovò oltremodo a tremare ed a tentare di nascondersi nell’angolo più in penombra della cella. Dal corridoio al di fuori proveniva la luce aranciastra di alcune torce poste ad intervalli regolari; la figura che era entrata risaltò in ombra sulla flebile luce, avvicinandosi ad entrambi ed assestando un calcio nel fianco a Ylien, che gemette ritraendosi il più lontano possibile. La figura ammantata di nero lo afferrò per il collo, sollevandolo da terra senza sforzo al massimo che le catene potevano, quindi con una risata pazzoide lo scagliò con violenza contro il muro umido ed ammuffito; piombò a terra credendo di essersi rotto la schiena, immaginandosi immobilizzato così fino alla sua morte…che se continuava in quella maniera non sarebbe giunta troppo tardi, pensò rabbrividendo. Gli sembrava tutto assurdo, ma era spaventosamente reale. «L’ultima volta…bada bene, ragazzino! E’ l’ultima volta che non rispondi ai nostri interrogatori: puoi fare il duro fin che vuoi, resistendo alla tortura, ma sappi che rimpiangerai di non rispondere alle nostre domande!» grugnì l’uomo con una voce cavernosa che sembrava scaturire dalla profondità della terra e dalle fondamenta di quel luogo. L’Erede al Trono fissò il carceriere con gli occhi socchiusi, giurandogli una morte atroce, se fosse sfuggito dal di lì…oh, avrebbe rimpianto di averlo solo sfiorato, immaginava la pena che gli avrebbero inflitto le sue guardie per quanto gli aveva addirittura osato passare subire! «E tu, piccola puttana…» si rivolse a sua sorella, che rabbrividì e si accucciò contro la parete, con gli occhi umidi e le pupille dilatate per la paura. «Tu non credere di essere al sicuro solo perché lui si crede coraggioso da fare il reticente! Ti farò assaggiare le sue budella quando mi implorerà di morire, e ti torturerò più di lui, chiaro?!» la colpì con rabbia nello stomaco, facendola urlare di dolore, un urlo che giunse attutito ma pure sempre forte dalla mordacchia. Sara si accasciò a terra, gli occhi chiusi, mentre le mani legate tentavano inutilmente di liberarsi dalle catene; Ylien si scosse altrettanto e sarebbe saltato addosso all’uomo, se avesse potuto, incurante che costui era il doppio di lui e portava un lungo pugnale dal manico d’osso alla cintura.

Il carceriere aprì le catene, tirandolo in piedi e puntandogli la lama di quel pugnale alla gola. «Niente scherzi, ragazzino.» gli sussurrò soave. «Non esiterò ad usarlo e non avrò bisogno di un’occasione tanto grave come la tua tentata fuga.» gli promise con un sorriso cagnesco che gli deturpò il viso come una cicatrice di guerra; ne aveva molte, su quel viso butterato in cui il naso e gli occhi sembravano essere un’aggiunta inutile, e delle orecchie rimanevano due moncherini maciullati all’estremità. L’uomo notò lo sguardo fisso su di sé, quindi si indicò le proprie orecchie. «Le hai viste, eh? Me lo fecero, tutto questo scempio, quando io non ubbidii ai loro ordini. Se toccherà a me usarti lo stesso trattamento, allora alla fine tra i due tua sorella mi considererà più bello, stronzo.» gli sussurrò alitandogli addosso un odore acido di alcool e cipolla. Ylien annuì con reticenza, tenendo ora lo sguardo fisso sul pugnale e rilassandosi leggermente quando questo venne rinfoderato alla cintura. Fu trascinato al di fuori della cella la cui porta si richiuse con un tonfo sordo, quindi condotto lungo un dedalo di corridoi che lo portò dinnanzi ad un’altra porta, più larga e più decorata – se decorazioni si potevano definire le assi disposte l’una accanto all’altra e dalle chiodature borchiate – che fu aperta dal carceriere stesso solo con una spinta, e lì fu gettato, rotolando sul pavimento e rimanendovi steso supino. L’unico suo movimento nel buio era il torace all’aritmia del suo respiro affannoso e unico rumore da lui prodotto nel silenzio era il battito martellante del cuore.

Lo stesso battito martellante che aveva avuto quando il convoglio che li stava trasportando a Gherz ’Thavan era stato improvvisamente attaccato. “«Come pensi ci accoglierà nostro padre?» chiese a sua sorella. «Con un banchetto regale o con una festa cittadina? Sinceramente preferire la festa, non vedo l’ora di poter rivedere Leä e poterla condurre nei vicoli deserti per…» “Per baciarla di nuovo, sentire il sapore di frutta delle sue labbra, e fantasticare su un futuro che per me è già scritto.” Scosse la testa senza terminare la frase. «Tu sei promesso a me.» lo ammonì suo sorella con un’aria di rimprovero, e lui capì di aver parlato più del dovuto; però rimaneva comunque dell’idea che non fosse giusto che non potesse amare e sposare un’altra a ragazza, e che anche sua sorella non potesse fare lo stesso con un altro ragazzo. Era una reale ingiustizia che non teneva conto dei sentimenti. «Anche tu però guardi sempre Kleil Wret, figlio del princeps più fedele di nostro padre, eccome se sento i tuoi commenti quando si esercita con me con la spada a torso nudo. Ed ai grandi banchetti voi due riuscite sempre a cogliere l’occasione per sgattaiolare via, vero sorellina? Per fare che, eh?» le sorrise con scherno, e fu il suo turno di arrossire. Il cerimoniere Griwe, che aveva ascoltato tutto senza apparentemente prestare molta attenzione, seduto all’altro lato della carrozza, si schiarì la voce per intervenire, come suo solito, ed i due ragazzi rimasero in silenzio. «Ehm…se posso, Principi, vorrei fare un commento su quanto avete appena detto. Vedete…ehm…la tradizione che fratello e sorella debbano essere i futuri Sovrani delle Sette Città, come il padre e la madre cui succederanno e che erano fratello e sorella, è una tradizione antichissima nell’Eptarcato. Molti nel Continente l’hanno attaccata e continuano a farlo: chi chiamandola volgarmente incesto, chi dicendo che è una vera e propria dittatura; ma non è vero, perché il dominio di una famiglia non continua in eterno, tanto che è spesso la natura, o il volere divino, a impedire nuove successioni di una casata per…ehm…certi problemi.» «Che tipo di problemi?» chiese incuriosita ed intimorita Sara, ma il Cerimoniere fece finta di non averla sentita, e continuò: «Voi quindi per primi dovete portare avanti questa nostra tradizione, poiché avete enormi responsabilità. E spero di divenire abbastanza vecchio da potermi inchinare a voi chiamandovi Re e Regina, miei Principi.» «Sono certo che sarà così.» lo rassicurò Ylien rispondendo con una frase di circostanza.

La carrozza attraversava ora un boschetto di alberi tendenti al bruno nell’autunno sempre più inoltrato; per quanto il freddo non fosse intenso, le foglie secche che scricchiolavano sotto le ruote di legno e gli zoccoli dei cavalli erano araldi ben più che credibili dell’inverno che sarebbe giunto; a Nord poi, sulle catene della città dell’Eptarcato più remota, si diceva fosse già giunta la neve. I cavalieri cavalcano affiancando su tutti i lati la carrozza dei due Principi, gli sguardi vigili celati sotto gli elmi semi-aperti; vi erano tre o quattro balestrieri a cavallo che pattugliavano in avanguardia il sentiero, e tutto procedeva per il meglio. Un uomo dai capelli neri lunghi e sciolti dietro le spalle rallentò il proprio ronzino pezzato e si adeguò all’andatura della carrozza, sporgendo il volto scoperto verso il finestrino, per poter parlare con loro. Ylien riconobbe il volto di Capitano Myrkos, che da anni serviva l’Eptarcato come uno degli uomini più valorosi, e inorgoglito pensò a quale fior fiore di soldati suo padre aveva inviato per scortarli. Se alcuni di essi sarebbero entrati nella leggenda per le loro imprese, era convinto che il Capitano Myrkos ne facesse già parte. Aggrappandosi con il guanto ferrato al tettuccio di legno, costui sorrise ai due ragazzi e fece un lieve cenno del capo in direzione del Cerimoniere, quindi scostò maggiormente le tendine che oscuravano in parte l’interno e fece alcuni commenti vaghi sul tempo e sul viaggio breve che rimaneva loro. «Questione di una mezza giornata, non di più, miei Principi; se vorrete fermarvi per la strada a riposare, basterà un vostro ordine.» disse il Capitano. Sara fissava troppo estasiata i suoi occhi azzurri in contrasto con la capigliatura scura, e dovette rispondere suo fratello per ringraziarlo dell’interessamento; certo, anche lui era rimasto estasiato, ma dall’armatura lucente che indossava e dal mantello di pura seta della Repubblica di Treos che valeva quanto un decimo del Reame delle Sette Città. Un vero dono per  grandi signori. «Che notizie giungono da Gherz ’Thavan?» chiese Ylien al soldato. Il volto del militare si rabbuiò, ma fu un per un brevissimo istante e Ylien credette di aver visto male: il sorriso aperto per affetto verso i due ragazzi, rispose: «Tutto bene, come sempre. Nessuna guerra si avvicina, il commercio è prospero e la popolazione felice e serena. Ora che siete tornati voi faremo festa per tre giorni e tre notti, e per tutte le Sette Città saranno canti e benedizioni in vostro nome, miei Principi…» si inchinò tenendo le redini. «Sono stati momenti difficili, in passato, però ora va tutto per il meglio; l’anno che avete trascorso fuori dal Continente in particolare è stato il più tranquillo dei soliti.» Si bloccò dall’aggiungere altro, perché uno degli uomini andati in avanscoperta era tornato e si era avvicinato a lui con una certa trepidazione; i due parlottarono per un poco, il viso del Capitano si rabbuiò e quindi con un brusco gesto impartì un ordine all’altro. Poco istanti dopo la colonna si fermò; il Cerimoniere Griwe guardò fuori, la fronte rugosa corrucciata mentre la mano si sistemava gli occhialini d’oro sul naso, e chiese cosa stava succedendo. Il volto di Myrkos ricomparve, rassicurante. «Tutto a posto, miei Principi. Solo, c’è un cavallo fermo in mezzo alla strada, poco più avanti, legato ad un albero. Non si vede nessuno nelle vicinanze, ma per sicurezza ci siamo fermati. Potrebbe essere…» si bloccò mordendosi il labbro e si diresse avanti dai suoi uomini. Gli altri cavalieri si erano stretti maggiormente attorno alla carrozza. “Potrebbe essere un’imboscata?” il pensiero viaggiò libero nella mente di Ylien, che lo scacciò con un gesto della mano come una mosca fastidiosa. “Che assurdità! Nessuno potrebbe voler farci del male, non a pochi chilometri dal confine dell’Eptarcato.” Lì sarebbero stati salvi, finalmente a casa, anche se non c’era nessun pericolo che gravava su di loro, pensava Ylien. Era uno scrupolo dotarsi di una scorta, avrebbero potuto muoversi anche da soli, a piedi, perfino di notte fonda, lì nell’aperta campagna. Alla fine, era paradossalmente più pericoloso vivere nella florida capitale del Regno. Per distogliere l’attenzione da quell’argomento, iniziò a lisciarsi la camicia bianca osservandosi la punta degli stivali di pelle sotto i pantaloni chiari di velluto. Sua sorella stava parlando con Griwe su qualcosa riguardo alla competenza dei soldati, e gli uomini di scorta avevano un attimo abbassato la guardia in quanto da più avanti non giungevano segnali di allarme. Un gruppo di merli fischiavano tra le fronde, altri in silenzio si distinguevano tra i rami spogli se si aguzzava abbastanza la vista; il sole gettava delle lame luminose tra i vetri della carrozza, che andavano a colpire le poltroncine schermate in parte dalla volta di rami intrecciati. Era insomma una tranquilla giornata di metà autunno, e non sarebbe potuto certo essere un cavallo lasciato incustodito a disturbare la tranquillità. Infatti il Capitano Myrkos tornò indietro, sbuffando. «Nei dintorni ci sono giusto alcuni cervi, nessun uomo. Tutto tranquillo, ma mi chiedo chi mai abbandonerebbe un cavallo nero come la pece e dal valore di un titolo di princeps per il bosco, per poi andarsene. Da Gherz ‘Thavan farò mandare qualcuno a controllare il cavallo, stasera. Comunque per il momento è tutto tranquillo. Avanti!» La colonna riprese il suo lento cammino. La calma tornò nuovamente ad aleggiare su di loro, ed il tepore invase Ylien che, stanco per il lungo viaggio che continuava ininterrotto prima in nave poi in carrozza, si abbandonò contro la poltrona, allungano le gambe quanto poteva. Sua sorella ed il Cerimoniere continuavano il loro parlottio ronzante, che lo cullava trasportandolo in un sonno profondo. Gli occhi stavano per chiudersi completamente e stava per addormentarsi quando all’improvviso udì delle roche grida provenire dalle sue spalle, da dietro la carrozza, e vide distintamente il soldato che cavalcava dal suo fianco cadere da cavallo con un dardo di balestra piantato nella schiena. Il parlottio ronzante si trasformò in grida di terrore.”

Le stesse grida angoscianti che risuonavano nel suo cuore, al cospetto del Carceriere. «Ancora voi, Erede al Trono. Bene, bene.» una figura uscì dall’oscurità della stanza per rimanere torreggiante davanti a lui, in piedi. Era avvolta in un pesante mantello scuro che copriva tutta la figura, e si distinguevano solo i contorni della testa e delle braccia incrociate; per quanto non riuscisse ad assegnargli un nome, Ylien sapeva che l’aveva già incontrato in quella stanza, che da lui aveva già subito quelle torture che tra poco avrebbe assaggiato nuovamente. «Chi…chi siete?» mormorò con voce roca, senza poter fare a meno di usare il voi come l’altro. «Dimenticato il mio nome, vero? Oh, non ti preoccupare, non importa.» si avvicinò con passi lenti, misurati. Gli stivali che indossava non raspavano il terreno come quelli delle guardie carcerarie; quando fu abbastanza vicino al ragazzo steso a terra, con la punta di uno stivale scostò un lembo strappato della camicia un tempo bianca e premette sul torso nudo all’altezza del cuore. Ylien gemette. «Se non vuoi umiliarti a me chiedendomi di morire o di servirmi per l’eternità – ed io posso farlo, bada bene – vedi di non fare l’eroe come prima. Questa è la seconda volta che ti chiamo senza toccare tua sorella, inoltre.» Un lampo guizzò nelle sue pupille, mentre spingeva più forte con la punta dello stivale. «La prossima volta, se ci sarà, prima di interrogare te torturerò lei sotto i tuoi occhi. E se anche allora ti mostrerai reticente, la farò violentare dalle guardie della prigione, e ti costringerò a guardare. Hai capito?» Col dolore lancinante al petto, Ylien annuì. Sentiva gli occhi pieni di lacrime, ed una di esse sfuggì al suo controllo rigandogli la guancia sporca di terra e sporcizia varia della cella; strizzò gli occhi per bloccarla, ma fu come tentare di fermare un fiume in piena con un cucchiaio: altre lacrime seguirono, scendendo lungo tutto il viso. L’uomo lo notò, e ne rise. «Poi ti metti a…frignare solo alle parole che ti dico, bambinetto che non sei altro. Tu saresti l’Erede al Trono dell’Eptarcato? Ah, scordatelo!» rise di nuovo, abbandonando la presa con lo stivale. Con uno schiocco delle sue dita, due uomini comparvero dagli angoli della stanza, prendendo il ragazzo per le gambe e le braccia e legandolo ad una ruota di legno ai polsi ed alle caviglie. Nei recessi della sua mente, Ylien sapeva già di aver vissuto non troppo tempo prima quelle cose, e il ricordo vago era meno che terrificante. Rabbrividì. «Ora, vogliamo iniziare?» un altro schiocco delle sue dita e i due uomini si dileguarono silenziosi come erano venuti. Dalla sua posizione verticale sulla ruota, era in grado di osservare l’altro uomo negli occhi malgrado normalmente questi dovesse essere più alto di lui; riuscì a distinguerne i lineamenti: un viso glabro, scavato da un’età indefinita, i cui capelli neri corti incorniciavano come il colletto alto del suo mantello un volto dagli occhi infossati ed inquisitori e da una bocca piegata in un ghigno e sproporzionata che rendeva piccolo il naso porcino. Le orecchie avevano i lobi tagliati. «Cosa…cosa volete sapere…da me?» «Tutto ciò che sai. Tutto. Scopriremo noi quello che ci serve.» lo artigliò alla gola, premendogli contro la bocca una coppa, contenente un liquido ambrato, caldo e freddo al tempo stesso. Doveva essere anche alcolico, perché come prima cosa andò alla testa, dandogli l’impressione che fosse sul punto di scoppiare. In preda alle convulsioni ne vomitò la maggior parte, ma la restante giunse al suo stomaco ed egli svenne, crollando in una specie di sonno fatto d’incubi.

“Con un grido identico ad altre decine di grida che sentiva, una cacofonia dolorosa in quel momento, vide un altro soldato cadere da cavallo, colpito da una freccia; gli altri erano in preda alla battaglia con chiunque – e non erano in pochi – li avesse attaccati. Sentì il Capitano Myrkos urlare qualcosa verso di loro tre che erano nella carrozza, ma le parole giunsero distorte dai suoni della lotta; intuì un “scappate” che poteva essere anche un “rimanete fermi”. Sara ed il Cerimoniere si erano abbassati a terra e sbirciavano dal finestrino cercando di capire cosa stesse accadendo, invano: all’improvviso dalla parte opposta si affacciò un viso di un uomo incappucciato, che reggeva un pugnale insanguinato. Grugnendo imprecazioni, aprì la porta della carrozza, ma prima che potesse fare altro era stato falciato dalla spada del Capitano della scorta. Senza dire altro, quest’ultimo si buttò nella battaglia che continuava intorno a lui, ed altre grida provennero da chi veniva colpito dalla sua lama insaziabile. I cavalli al cocchio nitrirono di terrore, e Ylien fu sballottato ai lati mentre la carrozza si inclinava su un fianco e crollava a terra; i vetri del finestrino gli tempestarono il viso e le braccia mentre rovinava addosso agli altri due occupanti, che sbuffavano e si lamentavano della botta improvvisa. «Sara…tutto a posto?» domandò. Nessuna risposta. «Sara!» Un gemito giunse da sotto di lui e si scostò riuscendo ad arrampicarsi allo sportello uscito dai cardini; con la massima cautela uscì fuori e…si ritrovò davanti ad una scena inaspettata.

Tutte le guardie che li avevano scortati giacevano a terra, trafitte da frecce, maciullate da mazze ferrate o colpite dalle spade degli assalitori. Non una si era salvata; cerco con lo sguardo degli occhi lucidi il Capitano Myrkos, e riconobbe la testa, mozzata con sadismo e impilata su una lancia. In così poco tempo…o forse erano passati molti troppi minuti; non riuscì a trattenersi e vomitò sporgendosi dall’appiglio cui era aggrappato. Un dardo di balestra lo colpì alla spalla e urlò di dolore. Cinque uomini corsero fuori dai ripari degli alberi e lo afferrarono scagliandolo a terra e colpendolo con pugni e calci evidentemente per stordirlo. Urlava di dolore e di paura, temendo che potessero riservare a lui ed agli altri sopravvissuti lo stesso trattamento riservato al Capitano: la testa infilzata sulla lancia con gli occhi aperti immobili nell’ultimo sguardo supplichevole gli rimaneva marchiata a fuoco nella mente e per quanto aprisse e chiudesse gli occhi e distogliesse lo sguardo essa era sempre lì. Poi le urla giunsero dalla carrozza e sua sorella fu gettata di fianco a lui; cominciarono a colpire anche lei, mentre lo imbavagliavano e gli legavano le mani e le caviglie – gli avevano tolto gli stivali, durante l’aggressione – con corde umide tali che più si tentava di allentarle, più si stringevano. Sara mugugnò quando la imbavagliarono e tentò di mordere il braccio di un aggressore, ma un pugno la colpì in pieno volto facendogli sanguinare il naso. Ylien si avventò contro quello che l’uomo che l’aveva colpita, approfittando della distrazione dei cinque che lo sorvegliavano ma poté solo, legato com’era, farlo inciampare contro il proprio corpo. La punizione fu una nuova serie di calci e pugni. Si sentiva le ossa rotte, i muscoli lacerati; avvertì il sapore del sangue in bocca e udì la voce supplichevole del Cerimoniere Griwe che piangeva: «No! Non fate del male ai Principi, no! Pietà! Pietà!» e, con un rumore simile ad un gorgoglio, le urla cessarono, ma Ylien non ebbe il coraggio di guardare in che modo gli sconosciuti assalitori le avevano fatte smettere. Aveva gli abiti laceri, come sua sorella; il sangue gli colava sul viso dal naso, dalla bocca, un profondo taglio gli solcava il sopracciglio sinistro e la spalla colpita dal dardo gli pulsava e sanguinava sotto la camicia a brandelli. Sara aveva lividi su tutto il corpo che riusciva a vedere, e del suo abito di seta lilla rimanevano pochi lembi a coprire la sua carne; gli sguardi degli uomini presagivano violenze di ogni tipo sulla ragazza. Sentì il rumore di qualcuno che si slacciava le brache di lana e si morse il labbro per la paura del seguito. «Ora basta. Caricateli ed andiamocene.» una voce imperiosa bloccò il tutto per pochi attimi, facendo poi muovere il gruppo di una ventina di armati come marionette. I due ragazzi furono gettati nel cassone di un carro trainato da due cavalli, che nitrirono e partirono al galoppo spinti dalla metà degli assalitori, mentre gli altri si intrattenevano a spogliare i cadaveri delle vesti e delle armi. Qualcuno urlava frasi oscene all’indirizzo di Ylien e Sara, entrambi troppo storditi per capirle appieno; non si accorsero nemmeno del passaggio dalla luce del meriggio fino alla notte inoltrata, quando giunsero in quel luogo maledetto.

Si risvegliò sbattendo contro il pavimento freddo e purtroppo familiare della cella. Era nudo, indifeso: la camicia e le brache dovevano essersi ridotti talmente a brandelli da essere inutili da indossare; il suo corpo era attraversato dai segni di frustate, ed ai polsi ed alle caviglie i segni rossi della morsa delle catene pulsavano e bruciavano. Stremato, non reagì al carceriere che lo incatenava nuovamente infilandogli la mordacchia in bocca senza tanti complimenti. Quindi la porta si richiuse e lui e sua sorella furono nuovamente soli. Poteva avvertire il suo sguardo preoccupato, e lo ricambiò, febbricitante. Gli occhi di sua sorella erano spalancati e profondamente addolorati: “Come se potessero lenirmi il dolore!” pensò, mordendo la mordacchia per non gridare di rabbia ed impotenza. Gli occhi della ragazza chiedevano: “Cosa ti hanno fatto?” Rispose sempre con lo sguardo, due lacrime che scesero in successione: “Cose troppo brutte da ricordare, che non ricordo ma che…so cosa è stato.” Iniziò a piangere come un bambino, gettando la testa fra le braccia e colpendosi le ginocchia coperte di sangue raggrumato con i pugni. “Basta! Basta, pietà! Cosa mi hanno chiesto non lo so, né cosa mi hanno fatto, ma…non ne posso più!” Lo avevano frustrato senza dubbio, e picchiato nuovamente, ed altre cose che il suo corpo non ricordava con evidenza, dopo aver bevuto come al solito quel liquido ambrato. Quando rialzò la testa, i suoi capelli castani arruffati e sporchi, gli occhi anch’essi castani che varie ragazze avevano paragonato a due nocciole ora arrossati, anche sua sorella stava piangendo. Sara…era l’unica persona che aveva, lì, su cui poteva contare. L’unica persona che poteva confortare e da cui essere confortato. “No! Non le faranno del male, non la tortureranno o violenteranno! Piuttosto ammazzeranno me, ma a lei non torceranno un capello!” Avrebbe voluto essere più vicino per abbracciarla forte, le catene però impedivano di rincuorare il suo singhiozzare rannicchiata contro il muro. Le sfiorò il piede con il proprio, per farle capire che c’era, che era vicino. “Per gli dei, cosa abbiamo fatto di male, noi? Perché pagare noi per gli eventuali sbagli di qualcun altro come…mio padre? Perché tante morti? Perché le torture? Chi sono e cosa vogliono da noi?” Fissava il soffitto ad occhi sbarrati, senza riuscire a frenare le lacrime quando ripensava che in quel momento poteva trovarsi in ben altro luogo, a casa.

(Continua a pag. 2: https://labor-limae.com/2020/09/24/fantasy-underground-su-dodici-livelli-12/2/)

Pubblicato da Lucio Campiani

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