Dis-simulazioni in 16 bit (1)

Un altro tiro di dadi, per favore.

> “Molti di noi passano la vita come dei falliti, perché siamo in attesa del ‘momento giusto’ per iniziare a fare qualcosa di utile. Non aspettare. Il momento non potrà mai essere quello ‘giusto’. Inizia dove ti trovi, e lavora con qualsiasi strumento tu possa avere a disposizione, e troverai migliori strumenti mentre stai proseguendo.”

> Napoleon Hill, ‘Pensa e arricchisci te stesso’

«Ottantasette!» Il lancio dei quindici dadi aveva dato come responso quel punteggio. Il croupier, in livrea giallo crema, li raccolse uno ad uno, li lucidò con maestria, quindi li ripose nel contenitore di pelle di coccodrillo, a bordo tavolo. Dal pubblico di giocatori si alzò un lieve sospiro, a parte una persona che finse di trattenere la sua emozione. Non per il lancio dei dadi, anche lui era uno di quelli che avevano ovviamente perso, ma per il fatto che quel numero scandito dalla voce professionale del croupier, in quell’avamposto di derelitti ed afflizione, l’aveva portato a chiedersi che motivo potessero avere tutti quanti di puntare somme irrisorie – per vincite assurde – su un meccanismo cui l’unico controllo era affidato al caso. Il Sommo Caso, il Grande Fato, ma al contempo l’unica vera religione di quel mondo, dimenticato da tutti e affidato al puro e semplice Desiderio. Era un luogo clandestino, ma che conoscevano praticamente tutti, in quella città. Solo il governo centrale se ne teneva a debita distanza, non perché non volesse indagare meglio, ma perché non ce n’era motivo di farlo, ricevendo una buona percentuale da un ignoto gestore onde evitare approfondimenti notturni su un giro di attività sospette. Chiudere un occhio non rendeva del tutto ciechi, ed era meglio far finta di nulla. Un domani si sarebbero tirate le somme, adesso no.

Decise di uscire dal gioco, salutando i vicini di tavolo e cercando con lo sguardo l’indicazione per la toilette. Aveva bisogno di svuotare la vescica dalle troppe birre ingollate fino a poco prima, e poi magari prendere una boccata d’aria, o fumarsi una delle sue maledettamente schifose sigarette, insomma…la notte era ancora lunga, davanti a sé, e non aveva voglia di perdersi lo spettacolo. Ripensava ai suoi compagni di tavolo di poker: alcuni erano facce note, esperti truffatori; altri erano i classici polli da spennare; la ricca eriditiera con la passione per il gioco d’azzardo; il giovane figlio di papà drogato dai troppi soldi e dalle molteplici sostanze a disposizione che non si poteva far mancare anche una partita di poker; e poi, tra gli altri, cammuffato perché fosse poco riconoscibile, c’era lui. Lui trascendeva ambo le categorie, cioé quella dei furbi e dei meno furbi, ponendosi su un piano diverso della realtà: non era il banco, ma poteva controllare il gioco. Come? No, non era un baro. Non aveva magneti nella mani né contava le carte, o applicava sapienti algoritmi ai videopoker. Semplicemente, beh, vedeva il futuro. Solo a sprazzi, solo a volte, ma così era. Non sempre, ma quando capitava allora poteva approfittarne e fare la sua mossa giusta. Aveva scoperto tutto per caso, un giorno dopo esser caduto da un’altezza non indifferente ed aver sbattuto il capo. Lieve commozione cerebrale, avevano detto i medici, stia qualche giorno a riposo e nel caso le cose non migliorino, chiami il pronto soccorso. L’importante è che stia a riposo, al buio, buio assoluto, riposo assoluto, ci ha capito…? Sì, sì, aveva annuito controvoglia, dispiaciuto di doversi perdere la finale di campionato di freccette. Ma la salute innanzitutto. E dunque, armato di tanta pazienza, aveva seguito i consigli dei medici. Si era chiuso in casa chiedendo gentilmente alla portiera che nessuno lo disturbasse per la settimana a venire. E, già che c’era, aveva staccato il telefono di casa. L’unica cosa che teneva accesa, ma a volume minimo, era la televisione del soggiorno, alla quale rivolgeva una timida occhiata nei momenti di distrazione, come poteva fare spiando di sottecchi le belle ragazze che non poteva mai raggiungere.

Poi, uno degli ultimi giorni di convalescenza, erano iniziate ad accadere cose leggermente strane. Ovvero: stava guardando il telegiornale delle 20 quando, ad un certo punto, ha cominciato a vedere le notizie trasmesse due volte. All’inizio aveva pensato ad un difetto di trasmissione, cambiando canale aveva continuato a notare che ogni frase veniva raddoppiata e riproposta dopo pochi secondi. L’inizio di un servizio giornalistico, qualche minuto di introduzione e poi…di nuovo l’inizio del servizio, qualche minuto di introduzione questa volta più nitido nel segnale audio e video. Credeva potesse essere un malfunzionamento della televisione, ma anche quando aveva cambiato canale ciò si ripeteva ovunque: film, pubblicità, ogni trasmissione subiva questo sdoppiamento temporale per cui le cose si ripetevano due volte, la prima in maniera più annebbiata, la seconda più nitida e veritiera. Sul momento, gli era venuta in mente la famosa frase di Marx sulla storia che si ripeteva due volte. Ma non c’era nessuna farsa, a dire il vero, perché le cose si ripetevano identiche a loro stesse. Spenta la tv, essa però non si era spenta subito, o meglio: si era spenta due volte. Ma la cosa strana è che essa era parsa spegnersi prima ancora premesse il bottone del telecomando. C’era qualcosa di strano nell’aria, e forse il tono farsesco di tutto ciò stava proprio nel fatto che non riusciva a capacitarsi di cosa stesse accadendo, nel suo misero appartamento all’angolo di una via sconosciuta di una città antipatica, ma tant’è…doveva adeguarsi, nella vita. Era già abbastanza l’aver dovuto subire un riposo forzato di qualche giorno per una banale botta di capo. Aveva accantonato la cosa perché era ancora troppo stanco per ragionarci bene, e si era messo a riposare per davvero. E la televisione poteva restarsene anche spenta e buona, tanto non aveva niente di interessante da raccontare.

La cosa più strana era invece accaduta il giorno dopo, quando si erano materializzati nel suo campo visivo dei numeri, che fluttuavano davanti agli occhi come le mosche o le zanzare d’estate. E di certo il problema non era nella tv, ma nel suo cervello. Preoccupato, aveva afferrato il cellulare e l’elenco telefonico, ma poi si era bloccato col braccio, l’elenco ed il cellulare a mezz’aria. Aveva letto il numero da chiamare sull’elenco, e si era accorto che era la stessa sfilza di numeri aveva visto lampeggiare qualche attimo prima dinnanzi a sé. Certo, l’acume per notare una cosa del genere non sarebbe stata da tutti, difatti non vi avrebbe fatto caso se il numero da chiamare non fosse stato particolare, cioè dopo il prefisso cittadino un bel 123456. Quella stessa sfilza gli era balzata davanti allo sguardo proprio pochi attimi prima di afferrare l’elenco. Si era rimesso a letto colmo di dubbi e di domande. E con la paura gli spuntassero dinnanzi altri numeri, magari fino a giungere a quello del servizio psichiatrico di emergenza che si sarebbe precipitato a chiamare? No, la cosa meritava di essere indagata meglio, con la massima calma ed a mente fredda.

Alla sera, senza aver notato nulla di diverso, era tornato ad accendere la televisione. Verso quell’ora c’era sul secondo canale le estrazioni del lotto. Non aveva mai giocato al lotto, ma subito dopo ci sarebbe stato un programma che non poteva perdersi per niente al mondo, per cui si era rassegnato alla sfilza di numeri sulle molteplici ruote. Con la stanchezza in corpo, perché quello sciorinare di numeri gli dava un certo effetto ipnotico, aveva iniziato a notare una cosa diversa da quelle che gli erano capitate precedentemente. In sostanza, non c’era nessun sdoppiamento della trasmissione, ma semplicemente, i numeri che sarebbero stati estratti se li vedeva proiettati nella sua vista pochi attimi prima che venivano nominati. Li vedeva lui solo, solamente lui – o almeno così aveva creduto, ignaro se altri godessero della sua capacità oracolare – e questa era una cosa che, magari, volendo…poteva esser usata a suo vantaggio. Perché no? Fare di necessità virtù, volgere l’astro infausto a suo favore, sfruttare un problema ribaltandolo in un’opportunità. Ghiotta opportunità, a dire il vero. E sapeva già cosa fare. Doveva solo organizzarsi un attimo, e poi poteva cambiare la sua vita. O quasi. Doveva solamente fare le mosse giuste.

Per questo si era trovato là, in quel casinò semiclandestino, di cui sapeva l’esistenza grazie al passaparola giuntogli qualche tempo prima da un collega di lavoro, incline alle cose non troppo legali e rischiose, dato che il lavoro da loro svolto era quanto di più tranquillo e privo di rischi potessero fare. Spesso capitava che il proprio desiderio mutasse radicalmente l’improprio destino, e così era adesso anche per lui. L’oracolo dei numeri? Il mago del casinò? L’importante era fare due cose: non dare troppo nell’occhio e non guadagnare troppi soldi in una volta. Altrimenti rischiava di essere scoperto. E poi non poteva certo sapere quanto sarebbe durato quel suo “dono”, si era ben guardato dal chiedere lumi ad un medico, rischiando di rendere inutile e poco spendibile questa sua fortuna giuntagli puramente per caso proprio in un momento per lui più opportuno. No, no, no. Doveva giocare a modo suo, gestire le sue potenzialità senza alcuna guida, ed in qualche modo se la sarebbe cavata.

Adesso la sua sera stava volgendo al termine. Irrequieto, forse per il troppo alcol bevuto fino a poco prima, decise di tornare al tavolo dei dadi. Aveva evitato di vincere sempre, ovviamente, puntando a macchia di leopardo, dando di idea di avere la fortuna del principiante e la sfortuna del troppo audace. Ma stavolta volle rischiare. Si vive una volta sola, si disse, e bisogna puntare in alto. In qualche modo, si concentrò avidamente sul tavolo da gioco, sul croupier in livrea gialla, sui quindici dadi allineati come bravi bambini in fila. E, senza stupirsi troppo, iniziò a vedere dei numeri. O meglio, un numero, dapprima piccolo, poi sempre più grande, che si materializzò con dolorosa evidenza dinnanzi a lui, coprendo quasi il suo campo visivo da poter vedere l’uomo in livrea gialla che afferrava i dadi e li riponeva nel bussolotto, preparandosi al lancio. Era un bel quindici. Scritto in numeri. Grandi, luminosi, quasi lampeggianti come fari segnaletici nella notte. Decise di puntare sul quindici, una piccola somma, un nonnulla e, per non dare troppo nell’occhio, su qualche numero poco più avanti. Il lancio si svolse come di consueto, e quindici fu. Fare quindici con quindici dadi significa ottenere quindici numeri uguali dai quindici dadi lanciati, e le probabilità di lanci del genere non erano particolarmente alte: anche per questo i premi erano maggiori. Sorrise leggermente, sentendo qualcuno di fianco a sé che si complimentava per il rischio che aveva corso. Si fece meno sereno quando gli comparve di nuovo dinnanzi agli occhi il numero quindici. Un fulmine non cade due volte nello stesso posto in così breve tempo. Perché rischiare? Si disse. E poi: perché non farlo? Ma anche: e se mi scoprono? Pensano che sia d’accordo con il gestore del locale, o peggio? No, meglio non rischiare. Puntiamo una piccola somma su altro numero, e via. Tanto cosa sarà mai perdere qualche spicciolo a fronte di…Quindici! Gli risuonò nelle orecchie il numero fatidico. Ancora? E come mai? E qualcuno gli fece i complimenti. Ma non aveva puntato mica quel numero, aveva scelto il venticinque, o il quarantatre, non ricordava…e rivide quel quindici sbucargli fuori, il croupier sempre intento a raccogliere quei quindici dadi, e lui si vede costretto a fare la puntata sempre sul numero quindici, ma non vorrebbe, è più forte di lui ma non ci riesce, e il lancio, ed il responso, ed i complimenti di qualcuno dietro di lui. Vorrebbe alzarsi, ma è come incollato lì. I dadi gli sembrano sempre uguali, tutti in fila come nuovi, appena puliti dal panno, il croupier ancora in attesa di aprire il tavolo, lui gli pare di essersi seduto da poco al tavolo, chissà. I soldi in tasca gli paiono sempre la stessa somma. Si guardò intorno preoccupato. Il tempo gli sembrò cristallizzato in un presente senza ritorno, né vie di scampo. Quindici, quindici, quindici. Quel numero gli lampeggiava davanti agli occhi con una fredda severità. Si alzò dal tavolo, scusandosi con gli altri al suo fianco. Ma non c’era stato ancora nessun lancio, protestò qualcuno. Già vai via? Gli chiese qualcun altro. Voleva uscire ma se ne sentiva incapace. Voleva andarsene ma pareva ipnotizzato da quel numero.

Uscì a prendere una boccata d’aria. La frescura della notte lo accarezzò leggero come un tocco di donna. Provò una sensazione che da tempo non avvertiva. Quel tepore di gioia si trasformò rapidamente in nausea quando altri numeri iniziarono a vorticargli intorno. Ed erano responsi del gioco, numeri di telefono, indicazioni stradali, cacofonie di cifre. Anni. Orari. Numeri civici. Somme puntate. Gli sprizzarono davanti tutto questo, come fuochi d’artificio nella fredda notte che cercava di ammirare dalla terrazza sul lago. Si sentì svenire. Entrò dentro, e assieme a tutti quei numeri si presentò inquietante la somma gigantesca di quel numero che aveva iniziato a tormentarlo poco prima. Quindici. Voleva urlare, ma sarebbe parso stupido. Il tavolo dei dadi era come prima. Avvolto nella penombra fumosa di uomini e donne stanche, che non vedevano l’ora di tornare a casa dopo una serata un poco sopra le righe e le possibilità. Si vide barcollante chiedere permesso, e sedere davanti al croupier dalla livrea gialla canarino, e quei dadi disposti davanti a lui come soldati di un plotone di esecuzione, e dover tirare fuori dalla tasca i suoi risparmi di una vita, e puntare tutto su quel maledetto, bastardo, infido quindici. Era la sua ultima occasione? Gli iniziarono a fischiare anche le orecchie. Qualcuno accanto a lui fece un fischio eloquente notando la così alta somma puntata su uno di quei numeri dalla minor probabilità di presentarsi al gioco. Avvertì su di sé lo sguardo di uomini e donne che parve non aver mai visto prima d’ora, anche se forse frequentavano quel postribolo da una vita. Il fumo di sigaro gli dava fastidio, ma sopportò stoicamente anche quello. Il croupier sembrava muoversi al rallentatore nel riporre i suoi (di chi…?) quindici dadi nella custodia di pelle di coccodrillo. E muoverla come un barista che prepara il suo drink migliore. Shakerando sapientemente. Si fece un gran silenzio tutt’attorno, l’unico rumore era dato dal rollio dei dadi nel contenitore di rettile, e quei numeri che prima vedeva orano erano scomparsi, tutti, tutti quanti, gli parve ci fossero solo lui ed il croupier in livrea gialla lì presenti, compresi quei dadi ovviamente. Tac! La custodia fu aperta, i dadi lanciati nel vuoto ed osservati con la stessa trepidazione di aruspici che vogliono predire il futuro osservandone il lento declinare…

“Quindici!” Fu il responso. Sgorgò dal tavolo un applauso. Alcuni gli batterono le mani sulla spalla. Aveva vinto. Aveva vinto tutto. Aveva sbancato. Poteva comprare il casino clandestino, le puttane dello stanzino a fianco, il croupier in livrea gialla. Poteva comprare la custodia di pelle di coccodrillo. I drink più costosi serviti per le persone più abbienti ed in vista. Poteva comprare anche loro. Poteva…poteva…poteva…

Venne chiamato il proprietario. Il croupier e l’uomo che non aveva mai visto prima parlottarono tra di loro, guardandolo con fare sospetto. La somma è cospicua, gli dissero. Desidera contanti, un assegno? Non vedeva più numeri, nessuno, nessuno di essi. Gli sembrava tutto fosse tornato normale. No, no grazie. Chiese solo gli venisse fatto un favore. Ma certo, ci dica, cosa vuole? Un brandy, un cognac? Uno spumante da offrire ai presenti? Dopo, dopo. Sussurrò appena, la gola secca per le emozioni che gli tornavano a galla dopo una lunga apnea tra quei fumi della sala poco areata. Chiedo solo un altro tiro di dadi, per favore. Ma stiamo chiudendo, ha vinto parecchio, molto, moltissimo. Se vuole possiamo diventare soci, gliene vendo una quota. No, non mi interessano quote, soldi, nulla. Sono solo questi numeri…Quali numeri? Quelli segnati sui dadi, rispose in fretta. Non vedeva più nulla, voleva vedere se avesse perso quel suo dono, se fosse stato solo un sogno, un grottesco sogno. Lanciate ancora quei dadi, per favore. Un’altra volta. Ma non sono truccati, può starne certo, e poi ha anche vinto, ci ha vinti, ha vinto tutto, perché dovremmo lanciare ancora questi dadi, noi siamo persone oneste anche se facciamo cose sottobanco, abbiamo comunque un codice d’onore. Ve lo chiedo un’ultima volta, fatelo, per piacere.

A malincuore, il padrone del locale ed il croupier in livrea gialla parlottarono tra loro. Chiesero ai presenti di uscire, si chiudeva, volevano concedere solo un ultimo spettacolo a quel signore facoltoso che aveva vinto una gran bella somma. Offrivano da bere a chi lo volesse, regalo della casa per la chiusura anticipata, ma per favore lorsignori e signore uscissero da quella sala, che c’era da sistemare tutto, si era fatto tardi, ed insomma…

Si svolse il lancio. Si alzò senza neppure guardarli in faccia, quando ascoltò il croupier pronunciare sconsolato il responso. Quindici. Il proprietario si fece preoccupato, gli corse dietro, cercando di giustificarsi, promettendo che avrebbe pagato tutto, quanto prima, che però doveva tacere, era una storia ambigua, era meglio non si sapesse in giro, la gente poi parla, mormora, e gli affari si basano anche sulla reciproca fiducia, e, e, e….

Ma oramai non li stava più ad ascoltare. Non vedeva più i numeri, non voleva più sentire ragioni o giustificazioni. Voleva solo andare a casa, tornare a dormire, e far finta che tutto quello non fosse mai accaduto. Il trucco era stato scoperto, i nodi erano arrivati al pettine. Si sentì meglio, in fondo. Aveva perso una somma importante, chissà se gli sarebbe mai stata restituita. Ma per la prima volta in vita sua, si sentì libero. Di tirare lui i dadi del destino, visto che Dio non era abituato a giocare a quel gioco.

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Pubblicato da Lucio Campiani

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