Una vita in ventiquattro mosse di scacchi / 08

Photo credit: @luciocampiani

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Come un cavallo pazzo.

Aveva ribaltato il tavolo, cambiato la scena, e d’improvviso era cambiato parecchio, nell’animo di Enzo, quel bambino bravo bravo – un tempo – ora un adulto quasi cinico, quasi irriconoscibile, quasi sempre irascibile nei suoi tentativi maldestri di far partire innumerevoli progetti, saltando di palo in frasca, facendo le mosse del cavallo, e chissà se un tempo di poteva ancora dire che…

Erano iniziate le botte. Sì, alla sua principessa, regina, divinità, madre surrogata. Per qualche strano gioco del destino e della mente (che pure dice sempre la verità, se interrogata nel suo più recondito incoscio), eccolo rendere pan per focaccia a tutti i suoi fantasmi interiori, a tutte quelle donne che lo avevano tradito, abbandonato, usato, ab-usato, ed allora che pagassero per le loro colpe. Non voleva essere una semplice pedina nelle loro mani, sarebbe stato una persona indipendente, intraprendente, libera, libera da tutto, libera da legacci, come i cavalli selvaggi che corrono nella notte, come il destriero di Zorro, come il cavallo di Samarcanda cui si appella disperato il suo fantino prima di finire nel più scontato dei finali, nel più irrevocabile dei destini. Ma il cavallo non ha colpa della strada che fa, e dunque eccolo, eccolo lì, che scalpitava, scalpitava come un cavallo, come un cavallo pazzo – e nel passato c’era sempre stato quel qualcuno sopra le righe che era stato in grado di stravolgere la situazione, nel piccolo o nel grande, e fare magari una fine grama, ma in compenso si era divertito durante il suo folle viaggio ai confini del mondo, della realtà, della sua mente malata.

Perché poi aveva iniziato a bere. Lo stress era troppo, non riusciva a stargli dietro, molte cose che faceva la sbagliava, e quelle che non faceva le sbagliava comunque. Il matrimonio partito sotto i migliori auspici si stava rivelando un malsano gioco di sopportazione a denti stretti di persone che non si sopportavano più. La regina era diventata una megera, la principessa una strega, la moglie una puttana e la madre surrogata una matrigna fatta e compiuta. Se prima capitava urlasse “Sei un cavallo pazzo!” quando facevano l’amore, ora gli urlava contro “sei un cavallo pazzo!” quando le lanciava i piatti addosso e si scagliava contro con un furore cieco, perché si sentiva imbrigliato (imbrogliato?) in un contesto che non gli apparteneva, che non riconosceva più, che era stato imbiancato da belle parole e tante speranze, ma l’intonaco sotto era marcio, ammuffito, e gratta gratta la vera patina era venuta a galla. Di lui, del matrimonio, di un’unione partita bene e continuata male, di una vita iniziata alla grande e che stava proseguendo da schifo.

Un giorno, di punto in bianco, Enzo decise di partire. Senza dir niente a sua moglie, si assentò per un lungo periodo. Doveva rifletterci su. Doveva capire bene il da farsi. Quali mosse scegliere. Forse, temeva, sarebbe giunto un divorzio? Una separazione consensuale? Era presto per dirlo. La giostra degli eventi non dipendeva da lui e basta, anche se delle volte si sentiva proprio come uno di quei cavallini delle giostre, che ammirava da bambino quando in piazza giungeva puntualmente ogni anno con il freddo e l’aria del Natale…e quel cavallino che andava baldanzoso su e giù, ed avanti e indietro, in realtà era fintamente libero, costretto a stare al palo, a girare in tondo, alienato, in quella giostra dalle luci inquietanti e dalla musica strana.

Poi era ovvio diventasse un cavallo pazzo…

***

Pubblicato da Lucio Campiani

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