Dis-simulazioni in 16 bit (0)

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Proprio mio.

“Io sono la Via, la Verità e la Luce.” – attribuito a Gesù Cristo nell’anno 33 D.C. (2100 A. T.), slogan poi ripreso nel 15 D. T. dall’agenzia pubblicitaria della Laboratorij Internationalij Projectori.

Appena sveglio, indossò il proiettore tridimensionale.

Fuori era un buio tremendo, impossibile dirsi se fosse stato giorno o notte: lo smog, le polveri di esplosioni e meteoriti, eruzioni improvvise una tantum, una calotta di vetro opaca, insomma, tutto rendeva la volta celeste un immenso dipinto nero, per cui era inutile tentare di districarsi in esso con la forza delle luci elettriche, dei lampioni sparuti ed impettiti come soldati di guardia, tanto valeva indossare una maschera e filtrare la realtà attraverso essa. Un poco come avere degli occhiali, no? Nessuno se ne lamentava, anzi, benedicevano chi li aveva inventati. 

Ora tutta l’umanità poteva benedire chi aveva inventato quei proiettori. 

Quando accendeva il proiettore, si sentiva immergere in un oceano di felicità. I microaghi che popolavano il cuoio capelluto lo rifornivano ininterrottamente della giusta dose di catecolammine opportunamente miscelate, e poi c’era ogni tanto l’induzione del sonno vigile, attraverso il raffreddamento dei circuiti. E poi c’era il visore, che sembrava quasi non ci fosse, era tollerabile come un caro amico e discreto come un paio di calzini, insomma alla fin fine ci si faceva l’abitudine. Nessuno si era mai lamentato negli ultimi cinquant’anni di sviluppo dell’aggeggio. Certo, volendo c’erano dei piccoli aggiustamenti da ultimare, ma non era poi così male vivere quelle esperienze. Il mondo esterno, in confronto, era proprio qualcosa di assurdamente schifoso. Anche per questo, era stata fornita loro anche una bolla di protezione, una tuta gonfiabile ed impalpabile, che li proteggeva e non dava fastidio, praticamente era come non vi fosse. Però riusciva egregiamente a compiere il suo compito.

Si gettò nell’andirivieni della folla vociante su una strada trafficata di Portemoli al mattino. Era tutto sospeso, ed anche lui galleggiava a mezz’aria, nella sua tuta protettiva che lo proteggeva da: le radiazioni solari; gli altri; le distrazioni. Lo schermo opacizzato mostrava il tragitto da compiere e le notizie del giorno appena precedente. In sottofondo, nella bolla semovente, una musica lieve gli teneva compagnia. Quando avrebbe dovuto varcare la soglia del trasporto rapido sotterraneo, la musica si sarebbe interrotta spontaneamente. Per il momento, essa procedeva. Era una canzone datata, ma con delle parole in lingua inglese. Il suo esperanto gli permetteva di capirne il senso, a grandi linee. Ma anche se avesse capito tutto il testo, sarebbe rimasto incredulo, perché molte cose vi erano narrate non erano piú pensabili nel mondo odierno. Era un lento divenire, tutto uno scorrere sul piano inclinato che portava direttamente al futuro. Da lontano, si notavano sprazzi di cose impossibili a credersi ma, via via avvicinandosi, tutto si faceva piú nitido e chiaro. Era musica classica, ad ogni modo, appartenente ad un passato mitizzato (i primi anni 2000) ma in realtà scosso da profondi mutamenti (guerre, carestie, sommosse). Però, quando ascoltava quella canzone, si sentiva meglio. Forse col suo inconscio la capiva meglio, anche se non era certo avesse avi di lingua inglese. Forse poteva fare un controllo sulla sua linea genetica, quella sera, ma temeva sarebbe stata solo una perdita di tempo: ci si poteva spingere indietro nel tempo, ad indagare, ma si arrivava inesorabilmente ad un muro: alcuni la chiamavano la Grande Guerra, altri l’Impensabile, altri ancora il Cataclisma, ma si poteva sintetizzare il tutto ne “Lo Scontro”. Si sapeva poco di quei tempi, se ne parlava ancor meno volentieri. C’era chi lo collocava a ducento anni prima, chi ad un secolo, chi sibilava tra i denti era finito da poco, ma tutti quanti ne parlavano comunque come qualcosa subito da altri prima di loro, e questo era abbastanza per chiudere qualsiasi ragionamento in merito.

Lavorava in una ditta di spedizioni, con un ruolo di alta responsabilità. Inviare la merce giusta, al momento giusto, ed alla persona giusta, sembrava una cosa banale, ma non lo era più, nel XXII secolo. Cercavano di manipolare il caso usando carte truccate, era importante farlo, anzi, era sempre più necessario. Il motivo era evitare altri scontri, altre dimostrazioni di insofferenza da parte di masse di persone arrabbiate, insomma…indurre, negli altri – nella maggior parte degli altri – una sorta di quieta tranquilla, un dosaggio qb. di calmanti artificiali attraverso regalìe improvvisate ma non per questo ingiuste. In quel senso, con la pazienza del calcolatore meticoloso, si era visto che la tensione sciamava, gli interessi erano dirottati altrove e, semplicemente, la disillusione collettiva poteva andare avanti. Anche lui ne era l’artefice, ma non se ne dava troppa colpa: come poteva farlo? Non aveva avuto altra scelta. Un giorno, ricordava ancora nitidamente il suo stato d’animo di quel momento, aveva ricevuto a casa sua il visore. Non sapeva tutta la tiritera e la storiella dietro ad esso, ma quando titubante lo indossò, capì che si poteva avere accesso ad un altro mondo: ecco il vero Paradiso in Terra…! Ecco la sua religione personale. Ecco l’agnello di dio che toglie i peccati del mondo, avrebbe potuto aggiungere, ma si guardava bene dal bestemmiare contro la magniloquenta tecnologia che gli permetteva di andare avanti, ogni giorno, tutti i giorni, da quindici anni almeno.

Non tutti avevano la sua fortuna, per il momento, ma ognuno avrebbe ricevuto a tempo debito. Ed avrebbero smesso di vivere nell’ombra, nella miseria, nella menzogna: avrebbero avuto luce, e fortuna, e la giusta dose di verità rivelata. Il proiettore aiutava, aiutava davvero. E la bolla era un ottimo complemento. Il più, ad ogni modo, partiva dal singolo. Perché dovevi avere fiducia in queste cose, credere in loro, insomma: avere fede. Nella nuova tecnologia imperante. Le chiese, progressivamente, erano state convertite a laboratori tecnologici di ultima generazione. Non c’erano più seminari ma scuole di tecnologia avanzata. Non giravano più suore o preti, ma valenti tecnici di ambo i sessi, in caratteristici camici color panna, o arancio. Era finito il tempo delle preghiere e delle meditazioni trascendentali – cosa divenuta clandestina, ed al più appannaggio di sparute minoranze anticonformiste – ma si procedeva, ogni giorno, tutti i giorni, a visualizzare sul proprio schermo le novità del momento, trasmesse in streaming, inoculate nel proprio cuoio capelluto e che scendevano fin dentro il midollo producendo scariche estasiatiche che neppure i Santi di un passato mitologico avevano mai conosciuto. Allo stesso modo, erano cessate le droghe: la droga era quella, e basta. Idem dicasi per le rapine: ognuno avrebbe ricevuto, prima o poi, il proprio dono, indipendentemente dal fatto si sarebbe comportato bene o male, sarebbe stato l’inclemente caso – opportunamente manipolato, ovvio, da chi aveva accesso alle stanze dei bottoni, ma in maniera tale da non esser troppo evidente neppure a loro – a scegliere.

Alle volte, quando tornava a casa, si sentiva stanco e demotivato. Reputava inutile il suo lavoro, o meglio: un giochino atto a turlupinare deboli di comprendonio. A che pro? Per il progresso e basta? Chi giovava realmente da tutto quello? Poi, altre volte, accantonava quei suoi dubbi di poco conto, aumentava il dosaggio di qualche sostanza nel suo cervello, e tutto procedeva liscio, il dopo diventava più luminescente, il domani grondava di speranze impronunciabili a parole, e poteva rilassarsi, nel suo piccolo appartamento mal arredato e non troppo pulito, abbandonarsi al sonno, quello reale, dopo essersi levato il proiettore di felicità portatile, e rendersi per un attimo conto che sì, in quei pochi secondi prima dell’oblio la realtà si manifestava in tutta la sua potenza e disgregazione, ma non ce n’era bisogno, non l’avrebbe inghiottito nei suoi torbidi inganni, perché poteva abbandonarsi nel flusso dei sogni, quelli migliori, che rappresentavano in nuce quello che sarebbe stato l’avvento dei proiettori e delle bolle, un domani, per consentire a tutti quanti, prima o poi, di vivere in un immenso sogno senza fine…

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Pubblicato da Lucio Campiani

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