Cuori infranti in trentasei piccoli pezzi – 34

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“In questi giorni in un certo senso non so che cosa voglio. Forse non voglio ciò che so e voglio ciò che non so. Però credo che tu ora, per la benevolenza del tuo Giove che sta nei Pesci, sappia ciò che io ignoro per la malevolenza del mio Saturno, che in questi giorni è retrogrado nel Leone.”

(Marsilio Ficino, ‘Lettera a G. Cavalcanti’)

Leone ascendente Capricorno.

Era un flebile lambire di onde, un sussurro di acqua e libellule. Un respiro lieve di nebbia al mattino, un passo felpato di gatto sui muri. Era l’incedere tranquillo della vita. «È difficile da spiegare, tutto qua.» concluse la ragazza guardando un punto indistinto all’orizzonte. Un fresco vento autunnale lambiva due corpi vestiti forse un po’ troppo leggeri, ma erano usciti un attimo, il fumo di sigaretta pareva quel vapore che esce dalla bocca quando fa molto freddo, ma non era freddo né fuori né dentro di loro.

La ragazza gettò lontano da sé la cicca, osservandone la breve parabola, il lento spegnersi come di una breve storia d’amore…nella sua vita, finora, aveva spento più sigarette che affetti, in entrambi i casi comunque non moltissimi. «Rientriamo, Claudia?» «Un attimo, Vera. Finisco anch’io di fumare e ti raggiungo.» «Non ti preoccupare, resto con te. Se vuoi.» «È che non ho ben capito quello che volevi dirmi, le tue parole, sai…le tue parole possono far male se uno non ci è abituato o se non ha le spalle larghe, se pensa che per poter essere felice almeno un po’ debba pagare in pegno dieci lacrime per ogni sorriso guadagnato…» Così, tutto d’un fiato, dopo esser rimasta in silenzio tutto il tempo ad ascoltarla, Claudia aveva sputato fuori quella tiritera di parole, sperando potessero essere una fune alla quale Vera si aggrappasse. Almeno per un secondo. Chissà se l’avrebbe fatto. Vera era più giovane di Claudia di un paio d’anni, ma per certi aspetti sembrava più avanti di lei di secoli, per altri sembrava indietro come una bambina piccola. Ogni tanto, Claudia, la sua collega, non la capiva proprio, e cercava di tirare le fila dei suoi ragionamenti, alcuni assurdi, altri eclettici, certuni intriganti.

Vera fece un sorriso a metà, diviso tra il doverlo fare ed il non volerlo offrire. Nella sua testa, i neuroni si lambiccavano per la scelta migliore, più opportuna, ed il risultato era appunto quello: sorridere sempre, sorridere anche se si ha male dentro, fare un bel sorriso di circostanza. Il suo lavoro a contatto con pubblico la obbligava ad essere sempre cortese e professionale: ma non sempre i suoi sorrisi esteriori potevano corrispondere ai dispiaceri interiori. Come quando andava dal sua psicoterapeuta, ma questo Claudia non lo sapeva. Come la settimana scorsa:

“«Cosa succede, Vera?» La stanza era come una crisalide: calda, accogliente. Un arredo non eccesivo, funzionale. Due poltrone in velluto rosso, ad una sedeva la giovane , l’altra era occupato dal più anziano. L’uomo ripetè calmo la domanda: «Cosa c’è, Vera?» La ragazza parve risvegliarsi da un torpore, gli occhi umidi. «Ci sono come…fantasmi, nella mia testa. Sono immagini del passato, li chiamo fantasmi perché un po’ fanno paura e perché è difficile cacciarli via.» «…e cosa vedi? O meglio: che immagini sono, che cosa rappresentano?» Rispondere del proprio passato era per Vera come immergersi a lungo sott’acqua, in apnea. Ad un certo momento diventava doloroso il trattenere il respiro, ma non era possibile riprendere aria nell’immediato. E così occorreva attendere, in quel limbo di fastidio e dolore, non vedendo l’ora di rimergere e riprendere fiato. Dopo era liberatorio, sì, ma pur sempre dopo. Non era la prima volta che lei parlava di quelle sensazioni, la si vedeva artigliare i braccioli della poltrona, a cercare la massima aderenza possibile alla realtà. E poi…piangeva, piangeva; piangeva come una bambina piccola, emetteva un lamento inconsolabile, soffocato, voleva trattenersi dal farlo ma non ci riusciva. Occhi vacui giungevano a fissare il volto dell’uomo a lei di fronte, personaggio sicuramente comprensivo e competente, eppure Vera lo avvertiva troppo distante per poterglisi aggrappare, troppo lontano per poterle essere d’aiuto. Aiuto! Quale! In fondo, cosa mai avrebbe potuto fare quell’uomo dalla faccia buona e maestosa? Ovvio che avesse le carte in regola per espletare la sua professione, e non a caso erano settimane che lei vi si recava: ciò che mancava, forse, era la forza di compiere un passo in avanti, varcare la soglia, dagli la fiducia opportuna.

O parlarne anche con Claudia: erano pur sempre colleghe da parecchio tempo, la collaborazione si basava anche sulla reciproca fiducia, alla fine. L’altra aveva finito la sua sigaretta, stavano per rientrare dalla pausa. «Una di queste sere, se vuoi, possiamo prenderci qualcosa da bere, da qualche parte, che ne dici?» le chiese. Claudia non rispose subito, era sovrappensiero per tante cose. Sorridendole, replicò un: «Perché no? È tanto che non usciamo assieme.» Appunto, pensava Vera, domandandosi se fosse il caso rivelarle che era omosessuale, che aveva bisogno di affetto anche lei, come tutte le persone, che aveva voglia di fare l’amore con una persona dopo mesi e mesi che non abbracciava un corpo nudo. Come quello di Claudia, che talvolta si immaginava prima di addormentarsi, la notte, prima che facessero comparsa tutti i suoi fantasmi.

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Pubblicato da Lucio Campiani

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