Fantasy Underground su dodici livelli – 11°

XI – VISITA INTERIORA TERRAE, RECTIFICANDO INVENIES OCCULTUM LAPIDEM

Photo credit: camminandopermonti.it

Tamburi. Rumore incessante di tamburi. Un suono che riecheggia dalle profondità della Terra prima di giungere nella sua aula di dominio e terrore. Oh, come viene esaltato dal suono incessante di tamburi che servono a mille cose con l’unico gesto di percuotere la pelle tesa sul cerchio ligneo: impaurire gli schiavi e nel contempo dettare i ritmi del loro lavoro; scandire i secondi della vita dei suoi adepti e fedeli, i Trenta Marchiati del mondo cui ha lasciato il potere per impossessarsene di nuovo; ed infine, tra le altre cose, per esaltare il suo spirito e farlo godere della sua potenza.

Si crogiola nella sua potenza, e lo farà per sempre. Di questo è certo. Gli basta rievocare, per esempio, la faccia stravolta di quell’omuncolo cui ha strappato il cuore per poter avere un fremito di eccitazione. Il suo spirito si muove fremente sul trono immenso e poderoso, che getta le sue quattro fondamenta nel cuore stesso del mondo, soffocandolo come una cancrena senza possibilità di cura…ah! E le maledizioni che gli rivolgono sono per le sue orecchie al pari delle lodi che un tempo sentiva cantare in gloria di altri dei…o di un altro Dio. Ora solo maledizioni, ed è come la stessa cosa, solo che sono in suo onore…! Al pari di musica celestiale. Il suo spirito artiglia con forza i braccioli del suo Trono, due facce demoniache scolpite in roccia lavica nera in un ghigno di paura e rabbia al tempo stesso. La rabbia genera paura e la paura genera rabbia: come un cane che abbaia e latra ad un orso il doppio di lui nei boschi del Nord; basta instillare paura – o rabbia – negli uomini, lo sa bene, ed essi combatteranno tra di loro, si scanneranno a vicenda o si nasconderanno impauriti, ed egli potrà mandare i suoi Trenta Emissari nel mondo, facendoli partire dalla loro Aula di Potere lì in Salal, chilometri più in alto, sopra di lui, dove si perde l’altissimo schienale del trono, scolpito a forma di fiamma nera, cinerea, che lambisce le scure pareti del suo dominio. Sì! Tremino di paura gli uomini che sanno che la sua venuta è prossima, oppure si augurino di non conoscere mai i suoi intenti e di sfuggire per tempo a questo mondo, per rifugiarsi…ah, nel misero dominio della seconda vita. Pazzi! Le loro credenze gli danno la nausea, tanto sono misere e stupide. Se per loro la polvere svolazzante è il regno tanto agognato di gioia, allora ogni carbone ancora ardente è sovrano tra la cenere di rimasuglio di un focolare spento.

Ruggisce di potenza e desiderio di impadronirsi di tutti. Solo il desiderio alimenta incessantemente il suo spirito, animando le fornaci dell’abisso interminabile tutt’intorno a lui, verso l’alto, che sa raggiungere il corridoio sospeso che conduce al palazzo dei Trenta, in Salal.

Una corona di ferro nero forgiata in tralci spinosi e incastonata del cuore di quel Joseph che squartò un tempo prima, prima che – ghigno di vendetta – osassero imprigionarlo lì, giace a mezz’aria, aspettando di diventare tutt’uno col suo spirito. La pone su quello che è il capo e evoca a raccolta i suoi emissari nel regno dei vivi.

Trenta spiriti si materializzano nella sala poco dopo, poco non valutabile in termini di tempo, che in quel luogo non è padrone. In quel tempo infinito e cristallizzato trenta spiriti evanescenti e tremolanti, che riesce a percepire sottomessi tutt’intorno a lui, prostrati dinnanzi al loro grande Re, agognano di sentire complimenti al loro operato che lo porterà al dominio che un tempo era stato ad un passo dal raggiungere. Un passo solo, che ora vuole apprestarsi a compiere una volta per tutte.

Lingue di fuoco s’innalzano tutt’intorno alla sala, circondando il pavimento che si fa marmoreo e cangiante. Il trono pare innalzarsi come un ascesso in movimento dal cuore pulsante del mondo, ponendosi in posizione rialzata rispetto ad altri trenta schienali che sorgono creati dalle profondità del terreno. I tamburi si affievoliscono, si allontanano, paiono spegnersi; ora sembrano solo il battito di un cuore, il battito del cuore umano dell’aspetto che hanno assunto i trentuno esseri lì presenti.

Ora è un uomo, al pari dei suoi futuri o presenti schiavi tutt’intorno, sotto e sopra di lui (in termini spaziali, s’intende). Non è lo stesso uomo che vide di gambe il defunto – ah! – Re che osò tentare di sfidarlo, la sua malvagità gli consente di trasformarsi in qualsiasi essere che egli voglia: è trasformista, doppiogiochista, ambiguo e per questo traditore. In passato ricorda di essere stato principe e consigliere di Re, Sovrano egli stesso ma anche mercante girovago, piccolo popolano senza speranze, e ancora soldato di ventura e pastore del deserto. Ha recitato senza difficoltà in qualsiasi ruolo per anni, prima di venire relegato lì in fondo all’abisso senza fine, e rimpiange le varie parti d’attore che gli hanno consentito, o meglio gli consentirono di lastricare la sua strada verso il potere assoluto.

La forma che ora ha assunto è quella di un potente Re incappucciato in un mantello nero come la notte senza luna e senza stelle, tessuto in fili d’oro all’interno e dall’imbottitura rossa come il sangue fresco appena sgorgato da una ferita. La corona di spine ferree col cuore pulsante incastonato in essa è ora poggiata sul suo capo velato, e vi si adatta alla perfezione, rimanendo ben fissa nella posizione in cui è stata posta. Mani inanellate ad entrambe gli anulari di due anelli differenti, ma l’uno fratello dell’altro, forgiati dai suoi in oro nero purissimo, sono poggiate, ben curate, sui braccioli che hanno assunto invece la forma di ali di drago dispiegate completamente. Si riescono a distinguere le venature di carne nell’argento stesso di questo nuovo Trono, tanto realistica è la loro realizzazione. Non si leva il cappuccio: che bisogno può esserci? Il suo volto potrebbe essere quello di chiunque; barba nera, magari, incolta o ben curata, oppure solo un pizzetto tripartito sul mento simbolo di grande malvagità. O, perché no, capelli lunghi fino alle spalle ad incorniciare un volto dagli occhi bianchi. Ha l’imbarazzo della scelta, ed il cappuccio evita decisioni in quel momento inutili. Non deve mostrarsi ad uomini da ingannare, per cui può giusto limitarsi a fare intuire agli altri lì presenti l’ombra di un ghigno proveniente dall’ombra che lo possiede e che tutto, lì, pervade.

Non degna però di uno sguardo i Trenta suoi schiavi lì seduti, che pure hanno l’ardire di credersi, se non suoi pari, discepoli un gradino sotto di lui. Ah, si sbagliano! Loro sono marionette nelle sue mani, come tutti, e glielo potrebbe anche dire in faccia che loro sarebbero costretti a compiere i suoi ordini, oppure pentirsi per l’eternità di non averlo fatto. Sarebbe disposto ad usare tutto il suo potere contro di loro se facessero andare a monte i suoi piani meditati in lunghi anni di oblio. Ma lui è disposto ad attendere…

«Parlaci, o Potente. Cosa dobbiamo esaudire per te?» I tamburi martellano tutt’intorno, facendo rimbombare il terreno ed i pinnacoli di roccia della sua Aula; questo per dimostrare loro la sua rabbia. «Vi avevo detto di eliminare certe persone dal vostro mondo, persone che avrebbero potuto impedire i miei piani…omuncoli che aspirano ad essere chissà chi, e che per una strana ragione riescono ad avere capacità migliori dei loro simili nel poter pensare di sconfiggermi. Vi avevo detto di eliminarli per evitare problemi futuri, ma non l’avete fatto. E vi aveva detto di soggiogare Reami, e avete ignorato i miei Comandamenti. Voi! Non immaginate neppure cosa vi spetta di punizione!» Fiamme altissime ruggiscono in circolo, ed i trenta scranni sono sul punto di sprofondare, mentre trenta grida di supplica e di pietà invocano la sua clemenza. «Silenzio! Non ho tempo da perdere con voi, e sapete bene quanta energia e potenza debba dispensare per permettervi di assumere come me corpi umani e rimanere qui. Dunque! Voglio che quanto sapete debba essere fatto venga compiuto in pochissimo tempo. Chiaro? Voglio i due Eredi, prima di tutto, e proseguirò così alla conquista dell’Eptarcato. Portateli a Salal e rinchiudeteli lì per l’eternità.» «Nostro Signore, la guerra con l’Eptarcato sta durando da anni; gli uomini delle terre del Nord hanno dimostrato più forza e resistenza di quanto noi immaginassimo. Le nostre armate, per quanto sempre rimpinguate di soldati, vengono costantemente battute.»

Tempo…

Il Marchiato che aveva parlato fu sollevato da lingue di fuoco, e le sue vesti di lino si incenerirono, lasciando uno spirito agonizzante ed implorante. Il suo trono si dissolse, con la stessa velocità con cui era apparso. «Stolto!» gli urlò contro, scagliando tutta la sua forza contro quel debole ammasso di spirito che era il suo servo. Sentì lo stesso effetto di una frusta a sette corde sulla pelle; una scudisciata di energia, che scorticò la massa evanescente prostratasi in ginocchio. «Rapire i figli del Sovrano dell’Eptarcato ci garantirebbe di poter dettare le condizioni; proprio domani torneranno dall’Isola di Giada, dove hanno trascorso il periodo di addestramento: lì erano inattaccabili, in quanto l’isola era inespugnabile dalla nostra forza, protetta com’era dai Guardiani. Però è impensabile che tutti i Guardiani si schierino con loro a proteggerli sul tragitto. Ed è proprio lì che colpirete! Chiaro? Eseguirete i miei ordini, o schiavi che non siete altro, oppure sceglierete il supplizio eterno; in questo vi do libertà, come potete ben vedere.» sorrise – se era definibile sorriso l’ombra di quel qualcosa cui quelle labbra non erano abituate: un ghigno di profonda soddisfazione, piuttosto. «E tu, schiavo ribelle! Come dovrei punirti?» Un guizzo gli saltò nell’ammasso di spirito e subito ebbe un’illuminazione. Invocò a sé tutta la sua potenza, e rese lo spirito del Marchiato in corpo umano, un corpo qualsiasi che avrebbe però reso meglio la punizione che aveva in mente.

Il corpo si divincolò, urlò, mentre spade di fiamma si levavano dall’abisso intorno alla piattaforma rocciosa che reggeva il trono del suo signore. Le spade lo trafissero, sprigionando spruzzi rosso scuro di sangue, mentre le pupille dell’altro si dilatavano riempiendosi di vuoto mortale e tutti i suoi compagni si alzavano esterrefatti, volendosi allontanare il più possibile da quel corpo martoriato e temendo lo stesso supplizio. Non sarebbero morti, certo, ma avrebbero patito comunque un dolore ancor più terribile della morte, poiché senza termine. Egli non attese che le urla si spegnessero, e i loro echi stavano vagando ancora in alto, verso Salal, quando li indicò ad uno ad uno, preannunciando punizioni ben più severe se avessero fallito. I tamburi batterono il loro ritmo di sofferenza, mentre si sprigionava in una risata ancestrale, che scaturiva dalle profondità stesse della terra che aveva occupato come un tumore malefico. I Trenta Marchiati scomparvero, con un ultimo sguardo di paura nei loro occhi.

“Presto gli Eredi saranno nelle mie mani, e li scuoierò vivi mandando la loro pelle in dono alla famiglia reale, avvolta in un fine nastrino di seta blu. Sì! Re Sinienö I si pentirà di aver voluto opporsi alla mia potenza!” rideva di gusto, a pensare a tutto questo, al sadismo che avrebbe scaricato su dei capri espiatori che meritavano di pagare questo immane prezzo.

Le fiamme danzarono ancora intorno a lui, seguendo il ritmo dei tamburi che si facevano sempre più vicini.

***

Era una tranquilla giornata di metà aprile, ed il sole gettava tiepidi e luminosi riverberi sull’acqua marina screziata di verde e turchese. Le ombre dei faraglioni in mezzo alle onde si gettavano fino sulla spiaggia, andando a lambire il risvolto dei pantaloni di un ragazzo sulla quindicina, le mani a schermarsi gli occhi dalla luce accecante che aveva proprio di fronte, prominente sul mare ad Est.

Seguendo il suo sguardo di occhi castani che molte ragazze avevano paragonato a due nocciole, incastonati come gemme in un volto gioviale ed aperto al sorriso, si arrivava ad una piccola imbarcazione dalla quale stava scendendo, i piedi momentaneamente nudi per evitare di sporcare le babbucce color lillà, una ragazza: era sua sorella, ed i due infatti si somigliavano moltissimo. Non solo nei lineamenti della nobiltà dell’Eptarcato, il naso piccolo leggermente rivolto all’insù e la pelle chiara malgrado le lunghe ore di esposizione al caldo sole di Gherz ‘Thavan; non solo per gli occhi che sembravano stati smussati e levigati da un gioielliere e risplendevano ancora dell’ultima mano di lucido, quelli del ragazzo appunto due nocciole e quelle della sorella due smeraldi di infinità preziosità imparagonabili persino ai gioielli del Re e della Regina loro genitori. Anche nel carattere erano molto simili, e per questo passavano tutte le giornate della loro vita volendosi bene con quel caratteristico amore fraterno che imponeva furiose litigate per qualsiasi sciocchezza, che finivano per fare infuriare ulteriormente anche la servitù obbligata a star loro dietro.

Il ragazzo, furbo ed intelligente, i capelli neri e mossi dal vento che gli ricadevano talvolta sugli occhi, sapeva tutto questo e poco prima si era imposto di sorridere a sua sorella per evitare spiacevoli figure con il servitore più autoritario che suo padre avesse potuto mandare ad accoglierli. Si lisciò con nervosismo i pantaloni di velluto di colore blu scuro, sbottonandosi la veste di colore più chiaro e mettendo in risalto un petto ancora immune dalla peluria adolescenziale. Conservava sotto quegli abiti dei lineamenti ancora infantili e sua sorella, che tutti consideravano più sveglia e grande di lui, non finiva mai di rinfacciarglielo. “Guardati: cosa quei sono quei due pelucchi che ti ritrovi? E poi vorresti scendere in battaglia?” lo aveva schernito più volte vedendolo seminudo mentre si cambiava nella loro camera comune all’Isola di Giada, dove non guardavano molto per il sottile i sessi degli occupanti. Avrebbe preferito stare con quell’antipatico di…ma quello era un altro discorso, ed ora non c’era tempo.

Aiutò sua sorella ad assestarsi sulla sabbia bagnata, afferrando le sue babbucce dalla guardia che le teneva con grande sacralità in mano e consegnandole con una gentilezza troppo dissimulata. Si soffermò un attimo di troppo sulle sue curve quasi completamente rifinite, desiderando di vedere appieno i seni prominenti che spuntavano sotto la veste viola semi-trasparente che la ragazza indossava. I suoi capelli erano biondi, dai riflessi più scuri accentuati con colori naturali dalle serve a Giada, e l’ombretto nero sotto gli occhi verdi ne esaltava la sensualità, così come le labbra apparivano più carnose di quanto non fossero grazie al rossetto di un rosa acceso, quasi abbagliante.

Il suo sguardo troppo soffermato spinse l’uomo che si trovava ad attenderli a tossire per attirare l’attenzione su di sé, ed egli, conoscendo il maggiordomo di palazzo, il Cerimoniere Griwen, si era zittito subito. Sapeva che non ammetteva di non venire ascoltato, quando parlava, soprattutto da loro Eredi. «Ehm…è un onore per me ricevermi sul Continente, Eredi al Trono di Gherz ‘Thavan. Spero abbiate fatto ottimo viaggio.» Fu sua sorella a precederlo nella risposta. “Come al solito” pensò con stizza. «Ottimo viaggio, Cerimoniere Griwen. Ed anzi dobbiamo ringraziare voi per essere venuto qui ad accoglierci. Nostro padre ha rinunciato ad un leale servitore a palazzo per poterci trattare con tutti gli onori nel Continente.» si inchinò leggermente, facendo commuovere il cerimoniere a tali parole. Il quale si schermì con una maggiore cordialità; l’aveva sempre avuta con loro, quando erano piccoli, assieme ad una severità forse esagerata su questioni che riteneva in intransigibili. Non per questo non era stato per loro come un terzo genitore. «Bando all’etichetta.» scherzò. «E ve lo dico io che sono cerimoniere. Sara, Ylien, sono felicissimo di rivedervi: in città non si respirava la stessa aria di prima, senza di voi.» Un’ombra gli rabbuiò il volto ben curato, senza pecche; il vento non poté scombinare i suoi corti capelli grigi ed oliati. Come per incanto l’ombra attraverso gli occhialini dalla montatura d’oro si rifletté sul volto dei due giovani, il cui timore fu messo in luce dal ragazzo: «Vi sono problemi in città? I nostri genitori…» Il Cerimoniere Griwe lo bloccò con un cenno fermo della mano. «E’ tutto a posto, Principe ed Erede Ylien Kerjy. Qualsiasi problema possa presentarsi a Gherz ‘Thavan, questo non è comunque il momento per pensarci, da parte vostra. Sarete sicuramente stanchi per il lungo viaggio: se vorreste incamminarvi…» li indicò entrambi, inchinandosi rispettosamente dinnanzi a loro, la mano al petto sulla camicia bianca dalle maniche a sbuffo. Dai pantaloni di seta grigi a righe s’intravedeva un piccolo stiletto appesa alla cintura di pelle, unitamente a un sacchetto pieno fino al limite di monete d’oro straniere e dell’Eptarcato.

Alle loro spalle si udiva lo sciabordio dell’imbarcazione sulle onde, sospinte da un vento fresco e frizzante, a mitigare i raggi caldi del sole. Ylien fissò di sfuggita per un’ultima volta le curve di sua sorella Sara, portando poi la sua attenzione sulle guardie Reali, guidati dal valoroso Comandante Mathias, che avevano il compito di scortarle. Poi veniva il Guardiano, ovviamente, per difenderli da eventuali minacce dei Trenta, ma meno pensava a queste cose e meglio stava. In cuor suo, detestava quella lunga guerra che stava stremando il suo popolo e nel contempo si augurava di porvi fine, un giorno. Sbuffò, al pensiero, asciugandosi le goccioline di sudore che gli avevano imperlato la fronte appiccicando sulla pelle ciocche di capelli picei. “Sono solo leggende, ovviamente. I Marchiati non possono nulla, ed il Tempo non è sicuramente loro alleato. Sì, sono le stesse leggende che raccontavano la sera all’Isola di Giada, di potenti Sovrani costretti ad inginocchiarsi dinnanzi ad un malvagio Re senza volto…bazzecole!”

«Ylien…Ylien! Ti sei incantato?» sua sorella lo destò dal torpore che lo aveva avvolto come una calda coperta di lana; la fissò stordito, impiegando frazioni di secondo per far sì che la sua mente determinasse esattamente chi e dove fosse, e per quale motivo. In quell’attimo, sua sorella scosse la testa, sussurrandogli: «Non cambierai mai, vero? Sempre ad inseguire sogni impossibili.» «Forse è vero.» le rispose con un altro sussurro, sibilando come una vipera destata dal suo sonno tra i rovi. «Sempre meglio che imbellettarsi come fai te tutti i giorni. Non sarai più bella per questo: tanto sei promessa a me, queste sono le leggi…» Lo schiaffo rovente che gli fece mordere la lingua ed avvertire il sapore di sangue in bocca, fu come l’azione di un Marchiato a fermare per brevi istanti il tempo. Tutti infatti si voltarono attratti dalla calamitante scena che si prestava ai loro occhi, chi indifferente, chi ridendo di sottecchi, chi, come il Cerimoniere Griwe, scuotendo vistosamente la testa. Mentre le guance di Ylien si facevano più rosse per la botta ricevuta e per la vergogna, sua sorella procedette altera verso la carrozza. I cavalieri di scorta faticavano a trattenere i sorrisetti sotto le loro else, ma c’era bisogno di ben pochi sorrisi, adesso. Il viaggio di ritorno non sarebbe stato breve, ed ancor meno semplice. Occhi aperti e una buona dose di attenzione occorrevano per fronteggiare tutti i pericoli. Il Guardiano annusò l’aria con la potenza dei suoi sensi. La faccia che fece indicava che il responso non era dei peggiori, ma neppure ottimale.

«Facciamo attenzione, ora…! Si parte!» annunciò duramente alla colonna di scorta ai due Eredi, chiudendo la fila. Inviò in avanscoperta alcuni suoi uomini più fedeli, ed altrettanti a chiudere le retrovie, ad almeno trenta minuti di marcia serrata. Stava facendo il possibile, ma nel suo cuore intuiva la battaglia che si sarebbe scatenata. Doveva solo capire dove, e quando.

***

Il rumore della battaglia era assordante persino centinaia di metri più indietro rispetto al campo di battaglia; il fragore del cozzare e dello stridere di spade, armature, lance e frecce, le une contro le altre, giungeva fin dentro al padiglione del Sovrano, rendendo difficile a quest’ultimo carpire anche solo brandelli del resoconto dei suoi Comandanti sul procedere dello scontro. Dall’alto del suo baldacchino ligneo impreziosito da intagli e intarsiato da artigiani stranieri secoli addietro, osservava l’uomo che si ritrovava davanti, il Comandante Kywan imbaccalito nell’uniforme rossa e blu dal classico mantello grigio, non armato in quanto occupato a scortare il Sovrano nella retroguardia di quella lunga guerra. «…I nostri reparti di fanteria stanno accerchiando il nemico a Sud ed Ovest, ma nel bosco si combatte ancora, e lì i cavalieri guidati da princeps Leöwen stanno avendo la peggio, dalle ultime notizie; il problema, Sire, è che gli arcieri dell’esercito dei Trenta Marchiati sono reparti scelti e riescono ad abbattere i cavalieri bloccati dal fango. Vista la pioggia di questi ultimi giorni, non avremmo dovuto schierare sul campo i reparti più pesanti e con scarse capacità di manovra. La divisione di balestrieri al mio comando, dislocata qui intorno, freme anzi di partecipare e…» «Questo non ve l’ho chiesto, Comandante Kywan. Né vi ho domandato se il fango potesse dare fastidio ai cavallini dei nobili del Regno.» Una risata di circostanza serpeggiò tra i suoi tirapiedi, come li definiva sempre tra sé e sé, ma non vi badò. Non riusciva però a sopportare, come Re, che i suoi subalterni, per quanto Consiglieri, osassero criticare le sue scelte. Non davanti a tutti, almeno. C’erano luoghi adatti e luoghi sconsigliati per osteggiare le decisioni regie. Il suo padiglione, gremito dei rappresentanti del Consiglio Segreto, era uno di questi ultimi. «Però, Sire, avete ammesso anche voi che il terreno non è adatto alla battaglia, e ci costringe ad un attacco con le truppe schierate in profondità e non in larghezza e questo ci impedisce…» per la seconda volta il militare osò accusarlo di aver sbagliato. Era troppo. «Comandate Kywan, non siete voi a dover dirmi cosa è giusto o sbagliato. Voi dovete scegliere tra eseguire gli ordini o passare per traditore; eventuali perplessità sono inutili, in quanto il Re sono io. Mi pare inutile ricordarvi il giuramento prestato.» L’altro chinò la testa, in segno di resa e di rispetto per la maggiore autorità: un’ammissione di scuse più che bastevole. «Questa guerra sta durando da troppo tempo.» “Due anni, ormai. E non siamo in buone condizioni, malgrado le notizie giubilanti dei miei Consiglieri. Il Regno è stremato, ma più che della salute del popolino mi interessa la solidità del mio potere. Quello sì che è pieno di crepe.” «Temo che presto o tardi si giungerà ad uno scontro decisivo, ma temo altresì che verrà combattuto sul nostro territorio, tra le nostre città. Dobbiamo impedirlo.» Il mormorio spaventato e sorpreso che serpeggiò nella tenda gli diede conferma che le sue parole allarmanti avevano avuto l’effetto che voleva. “Mettere un po’ di sale sulla coda di questi inetti; almeno la preoccupazione per i loro feudi li farà combattere un po’ meglio.” «Sono due anni che l’esercito dei Trenta ci ha dichiarato guerra, e finora abbiamo conquistato territori su territori. Perché mai, Sire, la situazione dovrebbe mutare così radicalmente?» chi aveva parlato era un princeps di scarso rilievo, membro per chissà quale ragione del suo Consiglio Segreto. Lo soppesò mentalmente, cercando di capire cosa aveva a cuore nella guerra; per quali interessi mandava suoi soldati a combattere, insomma. “Territorio. Senz’altro spera di accaparrarsi qualche fetta di conquista, povero illuso. Il Regno è solo mio!” «Perché, princeps Hëwho, i Trenta hanno un esercito più esperto e numeroso del nostro; se voi…aveste garantito una maggiore partecipazione delle vostre truppe, la situazione non sarebbe degenerata. Ma la colpa è vostra e ricadrà su di voi: i territori saccheggiati ed in preda al conflitto non sarà di certo la capitale, ben protetta dalle mie truppe.» Le sue parole – e lo sapeva, nell’ombra di quel sorrisetto compiaciuto – furono come un tocco di carne gettato ad un branco di lupi affamati: gli uomini che occupavano il tendone iniziarono a latrare furibondi, gli uni contro gli altri e tutti contro il Re. Ma, sapeva bene, nessuno di loro avrebbe osato esporsi da solo: “Sono come lupi e possono attaccare solo in branco, e credono che io sia la preda…ma si sbagliano di grosso. Basta accerchiarli da soli, farli capitolare, imprigionarli, ed essi si sottometteranno ed obbediranno ai doveri che il loro ruolo di vassalli impone.” «E’ una vergogna! Voi non potete permettervi di accusarci di non pensare alla salute del Regno, Maestà!» urlò qualcuno, non meglio identificabile. «Il popolo mormora contro di noi, non possiamo giungere alle rivolte!» sbraitò qualcun altro, sempre nascosto dagli altri e dal loro vociare sconnesso e fragoroso, quasi a coprire i rumori della battaglia che si combatteva al di fuori.

Lui, da perfetto Sovrano, mantenne un atteggiamento distaccato e non si abbassò al loro livello: li fissò uno ad uno, mostrando per loro lo stesso interesse che poteva mostrare per le sue babbucce di lana rosse; quindi, lisciandosi il pizzetto sul mento e sistemandosi in capo la corona d’oro simbolo del suo potere, in cui si erano impigliate una o due ciocche di capelli ingrigitisi per l’età, scambiò un breve cenno d’assenso col Comandante della sua scorta, che rimaneva di guardia all’entrata del padiglione, la mano costantemente aggrappata all’elsa della spada, ben in mostra sul fianco sinistro. «Ora basta.» impose il silenzio alzandosi in piedi; la maggior parte delle persone presenti si zittirono, ma altri due princeps, non pronti di riflessi, continuarono ad inveire contro di lui, venendo così ben identificati. “I lupi si sono staccati dal branco, ed il cacciatore li ha colpiti, isolati.” «Comandante Jamal, facciate arrestare questi due vassalli traditori.» li additò con sdegno, sorridendo compiaciuto alla vista dei loro volti stralunati, stupiti, sorpresi; cercarono appoggio nei vicini, che li guardavano con altrettanto sdegno del Re, conformati già alla sua volontà, alla volontà del più potente. «A voi, o fidi, donai tutta la mia fiducia: così voi mi ripagate? Così voi risarcite il debito? A voi dunque i ceppi, e la lunga agonia. Perché questo meritano i traditori: e questo sia monito a tutti voi. Ah, non sono mie parole ovviamente, ma di un autore vissuto un secolo fa, e che le mise in bocca ad un Sovrano leggendario nell’atto di rivolgersi a coloro che lo avevano deluso, tradendolo. Io aggiungo che chiunque altro osi non rispondere più al suo giuramento subirà la vostra stessa fine. Comandante, portateli via.» Con profonda soddisfazione, il militare fece trascinare via, circondati dalle sue guardie, i princeps che avevano osato sfidare il Sovrano.

Purtroppo, quello non sarebbe bastato a mutare l’andamento della battaglia in corso, sempre più vicina, cruenta ed intensa. Quando fosse giunta in piena città? Non osava immaginarlo. Si allontanò dal groviglio di pensieri e parole pronunciate fino a poco prima, con una confusione anche maggiore della battaglia che imperversava poco distante. In un certo senso, aveva bisogno di tempo. Alle volte sembrava non ne avesse abbastanza, che qualcuno macchinasse contro di lui per sottrarglielo. In certi momenti si sentiva sospeso in un limbo dove niente scorreva se non, forse, il ritmo affaticato del suo respiro – e fiumi di vino, ovviamente: anche le battaglie più dure meritavano le bottiglie migliori. Ma per il resto, avvertiva una specie di nebbia artigliargli i suoi pensieri, e spegnergli le parole in bocca. Era stanco, aveva bisogno di riposare. Non ricordava più quando era andato a dormire l’ultima volta, anche solo per un riposo breve di pochi minuti. Era necessario riposasse, almeno qualche istante.

Fece cenno ai suoi Consiglieri di lasciarlo libero almeno fino al tardo pomeriggio. Poi avrebbero parlato di tutto, tutto quanto avrebbero voluto, ma aveva il maledetto bisogno di riposare quanto meno le palpebre dei suoi occhi, per gli Dèi del cielo e dell’Isola di Giada! Si appoggiò ad una seduta non troppo comoda e neppure troppo degna per un Sovrano com’egli era, ma non ci fece caso, la stanchezza era troppa, troppo potente, il sonno l’aveva preso di soppiatto come un ladro, o come un…Marchiato? Nella notte? No, i Marchiati non avevano questi poteri. Anche se, in un certo senso, potevano agire sul tempo sfilacciandone la trama, ed allora, forse, erano stati in grado di ottenere da lui qualche informazione? Tremò, scosso dai brividi per il vento che entrava da spifferi invisibili. Come i suoi sogni che iniziarono sopraffarlo.

Fu allora che li vide. E capì. Vide gli Eredi, ed i Marchiati, incredibilmente assieme quando in realtà erano quanto di più opposto si potesse immaginare camminasse sul Continente in quel momento. Si rese conto, nel sogno, che i Marchiati sapevano che gli Eredi al trono stavano tornando a casa, e li stavano andando a prendere, o meglio: scendevano a cacciarli, come briganti di frodo in cerca di giovani cervi. Lo avevano saputo, quei maledetti, ed ora stavano dirigendo l’attenzione su di loro.

Si svegliò di soppiatto, gli occhi sgranati dalla paura e dall’alcol scadente che ancora circolava in corpo. Fece chiamare i suoi Consiglieri, quelli più fidati. «Mandate qualcuno di abbastanza svelto, ed abbastanza incosciente sulla strada che da Gherz ‘Thavan conduce al promontorio di Lyanna. Sì, quello davanti all’isola di Giada. Mandate gli uomini migliori.» «Sire, adesso sono in guerra…» «La guerra può aspettare. Gli Eredi sono più importanti, adesso. Meritano…meritano un degno ricevimento, per il loro lignaggio, visto che il Re non è a Corte.» In realtà, temeva potessero ricevere un ricevimento di ben altra natura, ma evitò di esternare i suoi timori agli altri lì presenti. Un Re non si poteva permettere debolezze o tentennamenti. Per nessuna ragione.

***

Pubblicato da Lucio Campiani

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