Cronache del dopodomani in sette dispacci – Terzo

Photo credit: raymondbryant.com

Terzo: Post hoc – ergo propter hoc – tertium non datur

Il ventisette febbraio è stato l’ultimo giorno che ho dovuto comunicare al Supervisore i miei spostamenti. Hanno deciso di allentare la morsa, di lasciarmi scorrazzare libero come un animale allo stato brado: bisogna pur considerare che qualunque animale rimasto a lungo in cattività non tornerà piú come prima, ma quello è affar suo, penseranno i Supervisori.

Tant’è. A me pare tutto così irreale che ci ho fatto l’abitudine, oramai. Al bollettino delle ore 15 hanno detto che in Europa si ha penuria di beni di prima necessità, ora che è il quinto anno che sono stati interrotti i rapporti con gli altri paesi. A seguito dell’attentato al Presidente Tedesco, ed all’inizio di scontri in Francia, le comunicazioni giungono frammentarie, da laggiú, ma a dire il vero chissà cosa sta accadendo veramente nel mondo che mi circonda.

Il supervisore é stato inflessibile, in merito: le comunicazioni che vengono quotidianamente fornite sono per metà vere e per metà finte, ma non saprai mai quali sono le une e quali le altre, dunque potrai pensare di vivere o in una tragica realtà o in una splendida fantasia.

Ne parlavo anche con la mia fidanzata, ieri sera, dopo esserci visti velocemente su internet, ed aver fatto le nostre porcherie a debita distanza virtuale. Siamo marionette, sai, mi aveva detto lei commentando l’ultima performance sessuale di coppia. Non capivo se si riferisse al sesso, o al lavoro, alla società. L’adrenalina e l’eccitazione mi avevano stordito più che abbastanza per seguire il filo logico della ragazza dall’altra parte dello schermo, e distante chissà quanto da dove mi trovavo io. Forse era a New-new York (yes, niuniuyork), oppure in qualche cittadina sperduta dell’Asia dove mancava tutto tranne una buona connessione internet. O forse era nell’appartamento sotto il mio, le moderne insonorizzazioni garantivano una privacy pressoché assoluta. (Dico pressoché, perché i Supervisori hanno accesso a tutto, possono bypassare il filtro delle nostre stanze, giungere a spiarci fino in bagno, o durante momenti più intimi e personali, insomma…a parte loro, tu puoi vivere per anni in mezzo ad un nugolo di persone e non vederle mai, né sapere se esistono per davvero, né tanto meno giungere a conoscere il loro più semplice nome. Dapprima non ci fai caso, poi ci prendi l’abitudine. L’importante è che tu faccia il tuo dovere di buon consumatore di cose futili, fruitore di amenità inutili, processore di dati ridondanti, insomma…basta che tu contribuisca a far girare gli ingranaggi del Sistema, ed i Supervisori te ne saranno grati).

Forse anche la mia ragazza fa parte del gioco. Può darsi si tratti di una montatura, orchestrata per farmi pagare una connessione internet, dei giochini sessuali, del buon cibo e alcool, e chissà cos’altro. Magari quando non ci sentiamo trova un altro finto-fidanzato con cui poter passare il suo restante tempo, o magari si divide la giornata come una lavoratrice professionale, non lo so e non gliel’ho mai chiesto. Certe possibili verità mi darebbero fastidio anziché farmi propriamente male. Forse è una spia dei Supervisori o, ancora peggio, una Supervisora lei stessa! Chi può dirlo? Devo allentare in qualche modo tutte queste mie paranoie, altrimenti non se ne esce. Alle volte mi sembra di essere in uno di quei film sbiaditi di controspionaggio russo o di servizi segreti deviati, dove tutti sanno tutto di chiunque altro, ma si tratta in fondo di una grandissima simulazione orchestrata per ingannare l’ascoltatore finale che, alla fine della storia, risulta essere l’unica persona veramente spiata (e altrettanto veramente, genuina…devo aver visto qualcosa del genere, una volta, o forse in un qualche mio sogno, in cui alla fine sfumano, dette o scritte, queste parole di Pirandello, che suonano grosso modo: alla fine ti renderai conto di essere l’unico vero volto in questo mondo di maschere. E nel film il protagonista ovviamente non la prende bene, la cosa, perché aveva investito tutto in quel gioco, ci aveva creduto davvero, vi aveva speso soldi, tempo, affetti, tutto, tutto quanto, ed insomma, era tutta una gran beffa ordita a suo danno, un Truman Show in salsa agrodolce, dove non c’è nessun pubblico, perché pubblico e comparse e comprimari equivalgono. C’è solo un protagonista principale, e questo basta ed avanza.)

I Supervisori, se vogliono, non sono teneri, per questo è meglio mi mantenga guardingo, con la mia ragazza – finché dura. Ci siamo sentiti ancora, oggi. Adesso, è sera, le luci della città attorno a me si stanno spegnendo una ad una, sostituite da quelle più piccole e più riservate dei computer, e smartphone, e qualunque diavoleria elettronica a disposizione di tutti noi, al bisogno (che diventa, artattamente, una necessità). Dopo aver parlato del più e del meno, mi blocco, perché la sento piangere in cuffia, o meglio, la sento tirar su col naso in maniera il più discreta possibile, di lacrime che vorrebbero scorrere ma non riescono a scendere, allora le chiedo cos’è successo (amore mio) e lei mi risponde che il giorno dopo dovrà andare a fare rapporto e gli Altri decideranno se doverle assegnare un Supervisore oppure no. Ma perché non me l’hai detto prima, le domando io, incredulo. Perché eri controllato, mi risponde lei. Anche adesso in fondo lo sono, cosa credi? replico io piccato. Lei non risponde subito, ci pensa un attimo, si guarda attorno – ma non c’è nessuno, lì nella sua stanza, almeno credo non ci sia nessun altro – e mi guarda con uno di quei suoi sguardi talmente languidi e talmente tristi da farmi venir voglia di andare lì da lei e abbracciarla, stringerla forte e fare tutte quelle cose che siamo finora capaci solo di raccontarci al telefono. Adesso vengo lì da te, e ne parliamo con calma. Ma non puoi, mi dice. Certo che non posso, ma non significa che non lo voglio. E volere equivale a potere, sempre, concludo, manco fosse una di quelle frasi famose da incidere sulla pietra o farsi tatuare sulla pelle. Ma i Supervisori ti beccheranno, gnaula lei. No, i supervisori non faranno niente se tu, domani, non dirai loro niente, altrimenti sarà la prova che mi hai venduto, e che sei anche tu una maledetta spia del Sistema. Mi prendi per il culo? le chiedo pronto a ricevere qualunque risposta possibile compresa tra il Sì ed il No.

Un silenzio lungo, inclemente, mi tiene in sospeso per un tempo indefinito. Sto per buttare giù il telefono e correre lì da lei, comunque, ovunque essa si trovi – e chissà se me lo dirà. Passo al contrattacco, le chiedo dove abita in questo momento, e se me lo dice sarò da lei nel tempo che mi occorre per giungere là. Titubante, non mi risponde subito. Io non aggiungo altro. Non troppo distante da dove sei tu, mi fa lei. Aggiunge poi qualche dettaglio sulla sua posizione, una zona che non conosco ma che effettivamente non si trova troppo distante da dove abito in questo periodo della mia vita. Allora dammi una mezz’ora e sono da te, le replico senza aspettare risposta alcuna, e chiudendo la connessione in quattro e quattr’otto. Il tempo di darmi una veloce sistemata e sono pronto per uscire, per andare da lei, al diavolo i Supervisori e tutte le boiate varie. Certi treni passano una volta sola, nella vita: meglio non perderli.

Sono arrivato nei dintorni del posto indicatomi con la massima rapidità possibile, quindi ho iniziato a cercare di orientarmi, in qualche modo, con la toponomastica in parte cancellata di quella che mi rendevo conto essere una porzione vecchia della Città in cui abitavo. Evidentemente, alcune cose venivano dimenticate anche da chi controllava che tutto quanto fosse, incredibilmente, a posto: forse era un quartiere poco abitato, e povero, e mi rendevo conto di come la mia ragazza potesse magari vergognarsene, delle sue umili origini, di come cercasse in tutti i modi di essere all’altezza di un miserabile (si fa per dire) come me. L’amore, ed il buon sesso, non si scandalizza troppo, non ha la puzza sotto al naso. Guidato da questi miei pensieri ho trovato il palazzo indicatomi poco prima. I campanelli erano tutti anonimi e senza nome, alcuni addirittura mancanti, come se quelle malconce esistenze fossero state erose sino alle fondamenta…Mi aveva accennato un numero di riconoscimento, 721 o 722…? C’era solo il 722, ho optato per quello, memore della mia fortuna alle lotterie periodicamente organizzate dalla società della perfezione continua, e perennemente non vinte. Magari questa volta poteva andarmi meglio.

Il grande portone si era aperto con sospetto ricambiato, ed ero entrato in un androne male illuminato che conduceva a trombe di scale che chissà quando avevano visto l’ultima pulita. Anche in quel caso, mi aveva detto che c’era una lettera da scegliere, e la lettera era la B. B come bacio? le avevo chiesto io. No, B come Bellezza, aveva risposto lei con un suo sorriso ironico che non le avevo mai visto fare da quando ci eravamo conosciuti, forse.

Infine, la porta dell’appartamento, al quinto piano, la terza porta “che si troverà sulla tua destra, dovrai dare tre colpi rapidi per far capire che sei te, non uno di più non uno di meno. Scusa ma queste sono le misure di sicurezza che abbiamo, nel nostro palazzo, dimenticato da tutti, lasciato perdere come una cosa di poco valore, ma ogni tanto la visitano i reietti ed i ladri, e quelle poche ricchezze che ci rimangono meglio custodirle noi, allora abbiamo un nostro gioco di segnali di riconoscimento, che cambiamo ogni giorno, cosicché nessuno possa mai impararli davvero.”, insomma, la facevo meno tragica la cosa, ma in fondo finché una cosa non la vedi, e non la provi, non puoi sapere come sarà, ed allora, avevo aperto la porta, e…

…e mi erano cascate le braccia, se ancora si usa dire. Inutile dire la mia delusione. C’era, ovviamente, la ragazza, seduta alla sedia, con una faccia affranta, dispiaciuta. Vicino a lei, in piedi, sull’attenti, le facce ermetiche e severe dei Supervisori che mi avevano tenuto al guinzaglio fino al momento prima, ma era stata un’illusione, forse, perché anche il cane che si illude di scorrazzare libero, in realtà si trova confinato in un recinto, anche se non riesce bene a distinguere le maglie della rete.

Chinando il capo, ho capito come sarebbe andata a finire. “Adesso si ricomincia, daccapo. E ricorda, sarà anche peggio di prima.”, mi fa il Supervisore con quella sua inclemenza c(l)inica. Proprio adesso, difatti, so che Egli si trova nell’altra stanza, ed ogni tanto si affaccia sull’uscio, per vedere sia tutto a posto, e cosa stia facendo. Se sgarrerò ancora, temo potranno controllare anche i miei pensieri, in un certo qual modo ma preferisco non addentrarmi in tali fantasie contorte della mia mente. Non ho alternativa se non scrivere, di nascosto, questa storia, sperando non venga scoperta, filtrata distrutta, esperare qualcuno la legga per capire cosa significa vivere su questo pianeta nel 2025.

Il nuovo anno è iniziato da neppure tre mesi, ma la primavera tarda ancora a venire, sia là fuori, che nel mio cuore.

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Pubblicato da Lucio Campiani

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