Cuori infranti in trentasei piccoli pezzi – 33

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“Un bubbolìo lontano…

Rosseggia l’orizzonte,

come affocato, a mare:

nero di pece, a monte,

stracci di nubi chiare:

tra il nero un casolare:

un’ala di gabbiano.”

(Giovanni Pascoli, ‘Temporale’)

Non esistono due granelli di sabbia identici.

Le grida di scherno dei gabbiani ubriachi nei loro volteggi lo accompagnarono lungo tutto il molo. Lo percorreva lentamente, e guardava ogni tanto quegli animali urlargli in alto, poi poco più in basso, poi in alto ancora. C’era un vento antipatico che lo aveva costretto ad alzarsi il bavero del cappotto, ma quell’aria gli si infilava ovunque, dentro, tra gli abiti, come il vociare querulo di gabbiani che lo martellavano nelle orecchie.

«Andate via…» avrebbe voluto gridare a sua volta, pur sapendo sarebbe stato ridicolo, e vano. Tentò indifferente di muovere ancora dei passi lungo quella propaggine di cemento che penetrava un mare grigio e spento come il cielo plumbeo sovrastante. Tra poco avrebbe cominciato a piovere, valutò. Guardò l’orologio. Era ancora presto. Presto per cosa? Sembravano domandargli i gabbiani là sopra. Attendeva una persona, semplicemente. Una ragazza, ovviamente (perché le ragazze potevano permettergli di farlo aspettare, anche invano, anche ad oltranza, ma la ragazza in questione sarebbe giunta, in lieve ritardo ma stava arrivando). Lui ora non poteva vederla, ma era là; i gabbiani, il mare, il cielo la anticipavano appena. Era di fatto la seconda volta che si incontravano a quel molo, su quel mare, con quel cielo. L’unico elemento aggiunto era quel coro rauco. Che fosse il preludio di una tragedia? Si domandò puerilmente. No, non poteva arrivare a tanto, nessuno dei due, nemmeno assieme.


Percorse qualche passo ancora, fissando un punto lontano, cercando di mettere a fuoco una petroliera o un’isola nella nebbia, quindi, tutt’a un tratto, calò il silenzio. Non c’era niente da osservare, forse nessun spettacolo si preannunciava all’orizzonte, oppure era solo un silenzio carico d’attesa, e tutti si preparavano dietro a chissà quali invisibili quinte a saltar fuori ed urlare: “sorpresa!”.
Semplicemente, la vide, e ne fu contento. Sollevato. Era ancora distante, la sua figura, ma chissà perché anche quel giorno, ancora, nessun altro poteva disturbarli, interrompere il reciproco flusso di pensieri parole gesti che, inevitabilmente, si sarebbero scabiati e impercettibilmente le si fece incontro, cercando di mettere meglio a fuoco la figura come si fa con una petroliera o un’isola nella nebbia quando si è soli in mezzo al mare, e l’aria era leggermente frizzante, qualche goccia di pioggia dipingeva il selciato e increspava i lineamente del mare, e quei passi si fecero presto a ritmo con la pioggia, e sui volti di entrmabi comparve un sorriso – questo sì, questo lo notò – e ridevano perché anche quel giorno aveva improvvisamente cominciato a piovere e, entrambi senza ombrelli, erano stati costretti a riparare in un bar, il più vicino possibile e quel tempo condiviso li aveva portati ad aprirsi, a raccontarsi, a fare battute e raccontare aneddoti, per riempire un tempo che non passava ed una pioggia che non smetteva.

Adesso, quel bar era chiuso, l’unico rifugio era la sua macchina, modello vecchio senza neppure l’aria condizionata, “ma quando la cambierai questa carretta, eh?” Sarebbe stato di sicuro il suo commento, e si sarebbero guardati con il riflesso di pioggia negli occhi, la selva di parole non dette che però non erano neppure necessarie, perché tanto gli davan voce tutto intorno a loro, il sussurro del mare, il zittirsi dei gabbiani, il mugghiare della sirena, e poi il loro ansimare, il loro cercarsi, il loro trovarsi, prima di ripartire ancora. Si toccavano con quella stessa ruvidezza delle gocce di pioggia sul selciato, non si accarezzavano perché erano entrambi bagnati, ma si respiravano leggeri, i loro fiati a scambiarsi di posto, le loro orecchie a riempirsi di bella parole e tante, inutili, promesse. L’importante era essere lì, adesso, ed abbracciati poter far fronte comune contro quella pioggia che non passava, quel mare che non si placava, quei gabbiani che, impettiti, non accennavano neppure a volar via.

Non si parlarono perché gli amanti non avevano bisogno di parole. Si erano incontrati, e questo era abbastanza. Ora, impegni di ben altra natura li richiamavano all’ordine, alla compostezza, alla serietà: ti riaccompagno, avrebbe voluto dirgli, ma anche lei era venuta con la sua macchina. Andava bene anche così, vedersi ogni tanto, a quello stesso molo, sotto quello stesso cielo, con quel medesimo mare e quel nugolo indistinto di gabbiani, tutti con le ali aperte ad afferrare il vento, come gli amanti che quando si vedono da lontano, si corrono incontro per abbracciarsi.

***

Pubblicato da Lucio Campiani

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