Per aspera ad astra, in dieci passaggi – X

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Gran finale su terra Rossa

Quando uscì dalla porta, la luce del sole si era fatta rossa e stava morendo lentamente dietro la fila di case sull’altro lato della via. Un cane attraversò la strada dimenando la coda. Lui si chinò, gli fece una carezza e pensò: “Mi resta ancora una sola cosa da fare.

“Una sola cosa…maledizione! Vorrei poter essere come questo cane.” Un Toby o Rex o Lucky qualsiasi, il cui unico pensiero fosse quello di consumare la razione quotidiana di cibo per cani liofilizzato, agitare la coda e sbadigliare assonnato nella canicola afosa dei pomeriggi estivi tutti uguali. Per certi aspetti, disse un’altra parte di lui dal fondo del cervello, un cane lo era già, per quelli del Sistema. Loro volevano avere branchi di cani più che individui, tenuti al guinzaglio e pronti ad ubbidire al minimo comando del loro padrone. Il Sistema…quello era un altro problema, e paradossalmente a suo avviso il meno rilevante. Perché lui doveva fare quella cosa. E non aveva tempo da perdere.

-Vai bello, su. Torna a casa.- disse rivolto all’animale, facendo un gesto svogliato con la mano. Le ombre delle villette, identiche le une alle altre, si allungavano verso il centro della strada, intrecciandosi e disegnando strane forme sull’asfalto polveroso. Sembrava la scena di un vecchio film bidimensionale a colori girato in…come si chiamava la nazione? America. “Qualcosa del genere, credo. Una vecchia nazione dimenticata di un passato che non c’è più.” 

Il suo sguardo nostalgico per un tempo mai conosciuto spaziò verso l’orizzonte, in cerca delle familiari cupole delle Metropoli che vi si stagliavano nitide e gigantesche; un brivido gli percorse la schiena mentre pensava ai milioni di persone stipate sotto la cappa asettica di vetrocarbonato e poliacciaio. Gli abitanti del “ghetto”, come lui, erano stati costretti a rinunciare alla comodità dell’esistenza dei Metropolitani: a una vita priva di malattie e di chip impiantati nel cervello e di estasi artificiale stimolata da droghe sintetiche e legali, ma perlomeno avevano una casa con giardino e bambini e cani che scodinzolavano e cartoni di latte scaduto nel frigorifero. 

Apparentemente nessun prezzo da pagare…

Strinse con forza i pugni, lasciando che il buio lo avvolgesse, fermo com’era lì in mezzo alla via. Attorno a lui si accendevano le luci nelle case, quadrati gialli che mostravano volti attoniti e assonnati, rincasati dopo una giornata di lavoro o pronti ad iniziarne un’altra. Come tutti i giorni, schiavi del Sistema. Le nocche gli erano diventate biancastre per lo sforzo, sentiva le unghie penetrargli nella carne dei palmi.

Sua moglie. “Ho avuto il mio prezzo da pagare.” Sua moglie, Annah, era morta un anno fa, uccisa da un tumore; un male inguaribile per chi viveva nel “ghetto”, facilmente curabile in un qualsiasi ospedale delle Metropoli. Lei era stata luce nella sua vita, non la luce anonima che proveniva dalle cucine illuminando tavole apparecchiate ma tristi, non la luce di un sole pallido che giungeva ovattata da nuvole cineree e scarichi di industrie chimiche. L’aveva amata, l’amava ancora. Aveva pianto quando il corpo era entrato nel forno crematore della camera mortuaria, tra imbarazzati funzionari giunti dalla Metropoli non abituati a morte prematura o emozioni incontrollate. Aveva ringhiato alle loro facce impassibili e giudicanti, andandosene urlando e sbattendo la porta. Quella notte non era tornato a casa, aveva vagato senza meta per la brulla distesa desolata che separava la sua villetta dalla cupola della città. Come una falena stordita aveva girato intorno al groviglio pulsante e luminoso visibile a chilometri di distanza, finché il mattino e una pattuglia della sicurezza non l’avevano trovati. Aveva perso il lavoro, giudicato “mentalmente instabile”. La sinto-birra di basso prezzo era diventata una compagnia sempre più cercata. I vicini lo evitavano, poteva uscire solo di sera. Si manteneva con i miseri risparmi di una vita di lavoro e di rinunce per permettere a…quegli stronzi di vivere contenti nel loro fottutissime mondo artificiale. Paria tra i paria, non aveva più tempo da perdere. Per questo motivo aveva maturato la sua sofferta decisione.

Fuggire, dal di lì, da un mondo che non lo voleva e che lui non apprezzava. Alla fine, come le peggiori relazioni instabili, tutto era crollato sollevando un polverone di finzione ed irrealtà. Non era stato male, all’inizio, districarsi tra le novità di Marte: ma questo tanti, troppi anni prima. Poi, finito l’idilio, scoperto il miraggio, era rimasto l’insaziabile desiderio e la sete non era cessata: la sete di cose un tempo normali, per il suo mondo. Forse, d’ora in avanti, non più replicabili, mai più rinvenibili, destinate a permanere in eterni miraggi. O sogni. Oppure, nella più malaugurata delle ipotesi, neppure quelli, perché certe medicine riuscivano a placarti anche i desideri più inconsci, a sopprimere e silenziare le sinapsi più recondite del tuo cervello: e ti appoggiavi su una bolla di anestesia come fosse un divano scomodo comprato a basso prezzo.

Video credit: 9gag.com

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Pubblicato da Lucio Campiani

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